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Chi convive ha diritto al mantenimento?

7 Novembre 2021
Chi convive ha diritto al mantenimento?

Mantenimento: quando si perde in caso di nuova convivenza e quando invece si continua ad averne diritto.

Chi convive ha diritto al mantenimento? In generale, no. Ma ci sono un paio di eccezioni. La più importante è stata indicata, proprio di recente, dalle Sezioni Unite della Cassazione. Con questa pronuncia la Corte ha aggiunto l’ultimo tassello alla riforma del diritto di famiglia, iniziata proprio ad opera della giurisprudenza, tra il 2017 e il 2018, con la revisione delle regole sull’assegno divorzile.

Da allora si sa che ormai il mantenimento successivo al divorzio non è più proporzionale al reddito dell’ex coniuge più benestante ma mira solo a garantire un tenore di vita decoroso o, per dirla con le parole della Cassazione, l’autosufficienza economica.

Rimane da chiarire un ultimo dettaglio: chi convive ha diritto al mantenimento? La nascita di un nuovo nucleo familiare porta con sé delle scelte di responsabilità. Sicché, se uno dei due conviventi viene da una separazione o da un divorzio e sta percependo l’assegno di mantenimento dall’ex, deve dire addio al sussidio alimentare: è nella sua nuova famiglia che infatti questi deve trovare i mezzi di cui vivere. Non solo. Tale mutata situazione va comunicata con sollecitudine al coniuge che versa il mantenimento: diversamente, bisognerà restituire tutti gli arretrati.

Detto ciò, tutte le volte in cui la convivenza è stabile ed improntata a un progetto di vita comune, tipico di una famiglia, allora l’assegno di mantenimento non è più dovuto. Viceversa, il fatto di ospitare in casa propria il nuovo partner, con la cautela tipica di chi viene da una precedente scottatura e che pertanto non intende ancora impegnarsi in un legame solido e duraturo, non fa venir meno il diritto al mantenimento.

Tutto ciò all’esterno si può evincere da una serie di spie come, ad esempio, il cambio della residenza, il contributo economico dato al ménage domestico, il sostenimento di spese per l’acquisto di una casa, per la ristrutturazione o per il mobilio, la nascita di un bambino e così via.

In tutti questi casi, siamo in presenza di un impegno serio, durevole, tale cioè da far ritenere sussistente una famiglia, anche se non formalizzata con il vincolo del matrimonio. E dunque si perde il diritto all’assegno divorzile, indipendentemente dal divario di reddito con il precedente coniuge. Chi ha sposato un milionario e, dopo il divorzio, decide di convivere con un precario non può, per questo, chiedere un’integrazione all’ex.

Ma qui interviene l’importante eccezione chiarita dalla Cassazione secondo la quale anche chi convive con un’altra persona ha diritto al mantenimento. Per comprendere il principio enucleato dalla Corte bisogna fare un passo indietro al 2018, quando le Sezioni Unite hanno formulato un altro importante principio: è vero che il divorzio cancella ogni legame tra i due coniugi e che l’ammontare del mantenimento non può più essere rapportato al precedente tenore di vita che aveva la coppia quando era unita, ma va semplicemente commisurato alle esigenze di sostentamento del beneficiario; ma è anche vero che non si può dimenticare la situazione in cui si trovano molti coniugi – per lo più le mogli – che, per consentire al coniuge di dedicarsi alla carriera e quindi guadagnare di più, hanno rinunciato al proprio lavoro, dedicandosi alla casa e alla famiglia. Dunque, in tali ipotesi – e solo in queste – all’ex rimasto con il palmo della mano vuota, privo di lavoro e senza una propria fonte di reddito, è dovuto un mantenimento vita natural durante proporzionato alla ricchezza che, con il proprio sacrificio, ha garantito al coniuge e quindi alla famiglia stessa.

Insomma, volendo usare un linguaggio comune, senza alcuna intenzione dispregiativa, si potrebbe dire che tale forma di assegno mensile è una sorta di “buonuscita”, di “risarcimento” riconosciuto in forza del sacrificio sostenuto durante la vita matrimoniale.

Ecco, proprio questa componente del mantenimento per così dire “compensativa” del sacrificio sopportato in passato non viene meno neanche in caso di successiva convivenza. E ciò perché, come dice la Cassazione «non ha alcuna connessione con il nuovo progetto di vita» ma è – come abbiamo prima detto – una sorta di ristoro.

L’ordinanza aveva preso le mosse da un caso non proprio frequente. La scelta dell’ex moglie di un ricco industriale di creare una nuova famiglia con un operaio con uno stipendio di mille euro al mese decurtati da un mutuo. Quadro in cui si inserisce la nascita di un figlio. La donna aveva rinunciato nel corso del matrimonio ad un’ attività professionale, in favore dei figli e della famiglia, e dopo il divorzio era tardi per trovare un lavoro.

Il Supremo collegio, caso specifico a parte, bilancia i diversi interessi in gioco. Da una parte considera ingiustificato far pagare per sempre all’ex un assegno, sacrificando simmetriche esigenze di vita futura, dall’altra ritiene che non sia da vanificare il contributo – da provare – dato dal coniuge più debole alla fortuna della famiglia. Nella conservazione del diritto incidono, infatti, una serie di compenenti: dalla rinuncia concordata a occasioni di lavoro, all’apporto dato al patrimonio familiare dell’ex. Quanto alle modalità di corresponsione dell’assegno il Supremo collegio ricorda che la funzione compensativa mal si concilia con la periodicità a tempo indeterminato, senza contare l’obbligo di mantenere contatti.


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 32198/2021 del 5.11.2021.


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