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Cosa rischia chi spedisce un prodotto diverso da quello venduto?

7 Novembre 2021
Cosa rischia chi spedisce un prodotto diverso da quello venduto?

Truffa online: cosa si rischia a non spedire il bene venduto.

Un nostro lettore ha acquistato, tramite Internet, un prodotto da un privato. Nelle trattative, avvenute chiaramente a distanza e attraverso messaggi, il venditore ha inizialmente inviato delle foto dell’oggetto e mostrato il suo corretto funzionamento. Poi, ha chiesto il pagamento prima della spedizione. All’arrivo del corriere, però, l’acquirente si è accorto che il prodotto ricevuto era diverso da quello prospettato e, soprattutto, non originale. Ci chiede allora come può fare per difendersi. Cosa rischia chi spedisce un prodotto diverso da quello venduto? Allargando la trattazione, spiegheremo anche cosa si rischia a non spedire il bene venduto. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Vendita di una cosa diversa da quella richiesta: che fare?

Partiamo dal concetto che la vendita di una cosa diversa da quella promessa costituisce un inadempimento contrattuale che dà diritto alla restituzione della somma versata e, laddove dimostrato un ulteriore danno, anche al relativo risarcimento.

Per fare ciò, tuttavia, è necessario intraprendere un regolare giudizio civile: il che richiede il conferimento del mandato a un avvocato, il pagamento anticipato delle spese di lite (il cosiddetto contributo unificato, le notifiche, marche e bolli) e, non in ultimo, l’onorario al proprio difensore. Queste spese potranno essere recuperate solo al termine del giudizio nella misura in cui il giudice, accordando ragione all’attore, condanni l’avversario alla cosiddetta «refezione delle spese processuali» ossia al rimborso di quanto sostenuto per la causa.

L’esito del processo, che per quanto ci viene narrato può sembrare scontato, è tuttavia influenzato da una variabile di non poco conto: la solvibilità della controparte. Difatti, anche in presenza di una sentenza di condanna, se quest’ultima non dovesse avere le disponibilità economiche per pagare, l’attore non avrebbe strumenti per poter recuperare i propri soldi. Né esiste un sistema preventivo per conoscere le disponibilità dell’avversario se non l’intestazione di immobili tramite una visura nei registri immobiliari.

La legge consente di accedere all’anagrafe tributaria solo dopo aver acquisito una sentenza o un decreto ingiuntivo, e quindi solo all’esito del giudizio. Con la consultazione di tale archivio ci si potrà rendere conto se l’avversario ha redditi o beni intestati e decidere quali di questi pignorare per recuperare gli importi dovuti.

Anche questa procedura ha un costo che dovrà anticipare la vittima dell’imbroglio.

Quanto alle prove da produrre nel corso del processo, è necessario dimostrare l’esistenza del contratto e il ricevimento di una merce diversa da quella promessa. A tal fine, potranno essere prodotti gli screenshot della chat o le eventuali email. Il punto è che potrebbero non essere sufficienti a dimostrare l’inadempimento se la controparte dovesse assumere di aver spedito un altro prodotto: difatti, è l’attore e non il convenuto a dover dimostrare il proprio diritto. È questo dunque l’aspetto più delicato e complesso del giudizio.

Si potrebbe comunque valutare anche un’altra carta: quella della querela per truffa contrattuale. Il fatto di aver promesso qualcosa e di averne spedita un’altra, simulando la disponibilità della prima e quindi ricorrendo ad artifici e raggiri pur di trarre in inganno l’acquirente, integra un illecito penale. La prova nel processo penale è più semplice di quella civile, potendo rilevare anche le dichiarazioni della vittima che possa testimoniare di aver trovato, nel pacco, un oggetto diverso da quello promessogli.

Nell’ambito del processo penale, la vittima si può costituire come «parte civile» per ottenere il risarcimento.

A conti fatti, laddove il processo civile non offre molte certezze (proprio per la difficoltà nel recupero della somma dovuta), quello penale, seppur non direttamente rivolto a ottenere il ristoro economico (lo scopo immediato è infatti la punizione del colpevole) può incidere sulla sua “reputazione”. E, difatti, la presenza di un procedimento a carico, che macchia la fedina penale, è sempre l’arma principale con cui si può ottenere un accordo con l’avversario, soprattutto alla luce del valore irrisorio della controversia.

Cosa si rischia a non spedire il bene venduto?

Completamente diverso, per quanto apparentemente non sia così, è il caso della mancata spedizione di un bene venduto. Si immagini il caso di una persona che compra un oggetto su Internet e poi non lo riceve. Anche qui, siamo dinanzi a un inadempimento contrattuale che, ancora una volta, come visto sopra, consente di agire in via civile per la restituzione del prezzo pagato in anticipo e l’eventuale risarcimento.

Ma attenzione: la possibilità di ricorrere invece alla tutela penale è più complicata. Difatti, pur scontata la volontà di non adempiere all’impegno assunto, tale condotta non costituisce un illecito penale. Non rispettare gli impegni presi con un contratto – sia esso a voce o per iscritto – resta quindi un illecito prettamente civilistico.

La truffa si può configurare solo laddove il falso venditore, con artifici e raggiri, ha fatto credere all’acquirente di disporre della merce quando invece non era così. Si pensi al caso di chi invia delle foto di un oggetto non proprio, magari reperite su Internet, o allestisca un sito di prodotti di cui non ha la disponibilità.

Il semplice fatto di rendersi irreperibile e non rispondere ai messaggi e alle diffide dell’acquirente non è sintomatico di una truffa: come anticipato, la volontà di non adempiere, anche se presuppone la malafede, è solo un illecito civile e non penale.



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