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Tempi di spostamento: rientrano nell’orario di lavoro?

8 Novembre 2021
Tempi di spostamento: rientrano nell’orario di lavoro?

Orario di lavoro e clausola di accordo collettivo aziendale nulla se neutralizza i tempi di spostamento in una franchigia.

Tutte le volte in cui il dipendente, in ottemperanza alle mansioni assegnategli dal proprio datore, sia costretto a spostarsi – con l’auto aziendale o con quella propria – verso la sede di lavoro e poi verso le diverse località alle quali sia destinato di volta in volta, il tempo impiegato nello spostamento può considerarsi rientrante nell’ordinario orario di lavoro. Tant’è che l’eventuale infortunio occorso in tali circostanze viene normalmente risarcito dall’Inail come «infortunio in itinere» ossia come infortunio sul lavoro. 

Proprio di recente è stato chiesto alla Cassazione se i tempi di spostamento rientrano nell’orario di lavoro. La risposta della Corte [1], in linea con i precedenti già emessi negli ultimi anni, non lascia spazio a dubbi sulla possibilità di considerare il tempo impiegato per recarsi sul luogo di lavoro come tempo lavorato.

La massima espressa dalla Corte è la seguente: «Il tempo necessario al dipendente per recarsi sul luogo di lavoro deve essere considerato come lavorativo, nel caso in cui lo spostamento sia funzionale rispetto alla prestazione. In particolare, sussiste il carattere di funzionalità nei casi in cui il dipendente, obbligato a presentarsi presso la sede aziendale, sia poi di volta in volta destinato in diverse località per svolgervi la sua prestazione lavorativa. Analogo carattere deve riconoscersi, in generale, in tutte le ipotesi in cui il lavoratore sia obbligato dal datore di lavoro, per ragioni inerenti alla prestazione, a risiedere in un determinato luogo, sì che lo spostamento da questo alla sede aziendale per lo svolgimento delle ordinarie attività lavorative è senz’altro computabile nell’orario di lavoro [2]».

Si tratta di una normativa inderogabile dalle parti. Pertanto, è nulla la clausola del contratto collettivo nazionale (Ccnl) secondo cui i tempi di spostamento con l’auto aziendale siano in parte neutralizzati dalla “franchigia” e, quindi, sottratti al computo dell’orario di lavoro.  

Il tempo per raggiungere il luogo di lavoro rientra nell’attività lavorativa vera e propria (e va, quindi, sommato al normale orario di lavoro come straordinario) allorché lo spostamento sia funzionale rispetto alla prestazione.

Non è consentito alla contrattazione collettiva di neutralizzare, sia pure ai soli fini retributivi e contributivi, un periodo di lavoro in cui il dipendente sia stato effettivamente a disposizione del datore di lavoro; in particolare, con riferimento alla previsione di un accordo collettivo nel quale era stato previsto un periodo di franchigia per la copertura dei tempi di spostamento dal domicilio del lavoratore, se coincidente con il luogo di ricovero dell’automezzo sociale, al luogo del primo intervento, tale franchigia si pone in contrasto insanabile con la nozione attuale di orario di lavoro accolta nella legislazione italiana, da ritenere non derogabile in maniera sfavorevole ai lavoratori.

Secondo gli ormai consolidati precedenti giurisprudenziali della Cassazione, il tempo necessario al dipendente per recarsi sul luogo di lavoro deve essere considerato come lavorativo – e quindi rientrante nell’orario di lavoro – nel caso in cui lo spostamento sia funzionale rispetto alla prestazione. Si pensi al caso del dipendente obbligato a presentarsi presso la sede aziendale che poi è di volta in volta destinato in diverse località per svolgervi la sua prestazione lavorativa. 

Non può pertanto essere consentito alla contrattazione collettiva di neutralizzare, sia pure ai soli fini retributivi e contributivi, un periodo di lavoro in cui il dipendente sia stato effettivamente a disposizione del datore di lavoro e, dunque, sottoposto alla sua eterodirezione; periodo in cui, peraltro, il lavoratore non può sottrarsi all’obbligo di eseguire la prestazione che gli compete secondo buona fede e diligenza, in quanto rientrante, appunto anch’esso nell’esecuzione della prestazione lavorativa.

Tale principio è stato ribadito anche dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea [3]. I giudici comunitari richiamano l’art. 2, punto 1, della direttiva 2003/88/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 4 novembre 2003, concernente taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro. Tale normativa stabilisce che, in circostanze come quelle in cui i lavoratori non hanno un luogo di lavoro fisso o abituale, costituisce “orario di lavoro“, il tempo di spostamento che tali lavoratori impiegano per gli spostamenti quotidiani tra il loro domicilio ed i luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal loro datore di lavoro (la Corte si è così pronunciata nella controversia promossa da un’associazione sindacale contro la decisione di un datore di lavoro di non considerare che il tempo che i suoi dipendenti impiegavano per gli spostamenti quotidiani tra il loro domicilio ed i luoghi in cui si trovano il primo e l’ultimo cliente indicati dal loro datore di lavoro costituisce “orario di lavoro”).

Diversa, secondo la Cassazione [4], è l’ipotesi di pubblico impiego privatizzato. In tal caso, il tempo impiegato dal lavoratore per raggiungere la sede di lavoro a cui è stato destinato in applicazione è compensato dall’indennità di missione – che ha lo scopo di sopperire ai disagi e alle maggiori necessità, anche economiche, del personale in trasferta – e non si cumula al lavoro prestato presso l’ufficio di destinazione, così da essere qualificato come lavoro straordinario, che è solo quello reso, nella località di destinazione, oltre l’orario normale di lavoro.


note

[1] Cass. Sez. Lav., 13 ottobre 2021, n. 27920. Cass. sent. n. 17511/2010.

[2] Cass. sent. n. 5496/2006.

[3] C. Giust. UE sent. n. 266/2015.

[4] Cass. sent. n. 29836/2008.

Autore immagine: depositphotos.com

Cassazione civile sez. lav., 13/10/2021, (ud. 10/12/2020, dep. 13/10/2021), n.27920

FATTI DI CAUSA

La Corte di Appello di Ancona, con la sentenza n. 347/2017, pubblicata il 18.8.2017, ha rigettato il gravame interposto da Telecom Italia S.p.A., nei confronti di S.S., avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede n. 223/2016, resa in data 23.6.2016, con la quale – in accoglimento della domanda dello S., impiegato con mansioni di tecnico esterno (on field), impegnato in attività di manutenzione straordinaria degli apparati in tutta la provincia di Ancona – era stata dichiarata la nullità dell’Accordo collettivo aziendale del 27.2.2013, nella parte in cui pone a carico del dipendente il periodo di franchigia di 15 o 30 minuti, sottraendoli al computo dell’orario di lavoro, con condanna della società datrice a corrispondere al ricorrente le differenze retributive commisurate a 30 minuti in più di attività lavorativa per ogni giornata effettivamente lavorata, oltre accessori, come per legge.

La Corte territoriale, per quanto ancora in questa sede rileva, ha osservato che, condivisibilmente, “il Tribunale, esaminate le clausole dell’Accordo collettivo raffrontate alla normativa vigente, rilevato che i tempi di spostamento con l’autovettura aziendale sono in parte neutralizzati dalla c.d. “franchigia”, ha ritenuto che tale regolamentazione contrattuale si fosse posta in contrasto con la normativa non derogabile dalle parti collettive a svantaggio del lavoratore in materia di orario di lavoro, ed in particolare, con la nozione di orario di lavoro, così come dettata dalla Legge Italiana (D.Lgs. n. 66 del 2003) e così come interpretata non soltanto dalla giurisprudenza di legittimità ma anche dalla giurisprudenza comunitaria”; che, inoltre, “il veicolo di servizio era dotato di sistema di geolocalizzazione a distanza sicché i suoi spostamenti (compresa la velocità tenuta dal veicolo) erano verificabili a distanza ed in tempo reale dal datore di lavoro; se a ciò si aggiunge che fin dalla partenza dalla sede aziendale il dipendente era tenuto a raggiungere il luogo di primo intervento (senza interruzioni o deviazioni dal percorso), deve essere condiviso il rilievo del primo Giudice circa la situazione del dipendente che fin dalla partenza dalla sede aziendale già restava a disposizione del datore di lavoro; tanto più che dovendo il contratto (anche di lavoro) in forza dell’art. 1375 c.c. essere eseguito in buona fede è evidente che, dovendo il lavoratore raggiungere con diligenza il luogo di primo intervento, si deve escludere che – contrariamente a quanto dedotto nel ricorso in appello – il dipendente avesse la facoltà di interrompere il tragitto per una sosta colazione oppure, ad esempio, che avesse la facoltà di scegliere il percorso più panoramico (anche se meno veloce o meno funzionale)”; ed infine che “Sino al 10 luglio 2013 la situazione descritta configurava pacificamente esecuzione della prestazione in orario di lavoro con decorrenza dal momento in cui il tecnico raggiungeva la sede aziendale (va da sé che i tempi di percorrenza da casa al luogo di lavoro e ritorno non ricadono nella prestazione lavorativa) anche perché fa parte delle mansioni tipiche del tecnico manutentore essenzialmente esterno anche la guida del veicolo di servizio (veicolo non scelto dal dipendente ma imposto dal datore di lavoro anche per l’attrezzatura di installazione essenziale per l’esecuzione degli interventi presso gli utenti del servizio) non soltanto nel tragitto iniziale ed in quello finale ma anche nei tragitti intermedi, tra un utente e quello successivo”.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso la Telecom Italia S.p.A. articolando un motivo ulteriormente illustrato da memoria ex art. 378 codice di rito.

S.S. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso si deduce, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 1, comma 2, in relazione all’art. 2, n. 1 della Direttiva n. 93/104; e dell’art. 1375 c.c., ed in particolare si lamenta che i giudici di merito sarebbero rimasti ancorati ad una serie di dati di fatto dai quali avrebbero fatto derivare “la conseguenza per cui gli accordi sindacali, determinando un aumento dell’orario di lavoro che le parti hanno convenuto di non retribuire, sarebbero in contrasto sia con la Direttiva 2000/34 in materia di orario di lavoro che con il D.Lgs. n. 66 del 2003”. Per la qual cosa, a parere della società datrice, la Corte territoriale sarebbe stata erroneamente indotta a ritenere che “il tempo in cui il lavoratore si reca dalla propria abitazione al luogo di prima esecuzione della prestazione di lavoro e, viceversa, il tempo necessario per recarsi dal luogo dell’ultima attività al proprio domicilio siano tempo di lavoro, in cui cioè il lavoratore è a disposizione del datore di lavoro ai sensi del D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 1, comma 2 e dell’art. 2, n. 1 della direttiva93/104”, senza considerare che le Direttive Europee definiscono orario di lavoro “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni e/o prassi nazionali”.

1.1. Il motivo non è meritevole di accoglimento. Ed invero premesso che, in parte, il mezzo di impugnazione censura, inammissibilmente, anche la ricostruzione in fatto operata dalla Corte di merito, peraltro con un iter argomentativo del tutto condivisibile e scevro da vizi logici -, la decisione impugnata si pone in linea con gli ormai consolidati arresti giurisprudenziali di questa Corte, nella materia, del tutto condivisi da questo Collegio, che non ravvisa ragioni per discostarsene – ed ai quali, ai sensi dell’art. 118 Disp. att. c.p.c., fa espresso richiamo (cfr., in particolare e tra le molte, Cass. nn. 17511/2010; 5496/2006) -, secondo cui il tempo necessario al dipendente per recarsi sul luogo di lavoro deve essere considerato come lavorativo, nel caso in cui lo spostamento sia funzionale rispetto alla prestazione. La qual cosa si verifica nel caso di specie, in cui lo spostamento e’, all’evidenza, funzionale rispetto alla prestazione, poiché “il dipendente, obbligato a presentarsi presso la sede aziendale, è poi di volta in volta destinato in diverse località per svolgervi la sua prestazione lavorativa”.

Pertanto, del tutto condivisibilmente, dopo aver esaminato la nozione di orario di lavoro come definito dal D.Lgs. n. 66 del 2003 (di attuazione della direttiva n. 93/104/CE, ribadita dalla direttiva n. 2003/88/CE) – secondo cui rientra nell’orario di lavoro “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività e delle sue funzioni, conformemente alle legislazioni ed alle prassi nazionali” – i giudici di merito, facendo altresì opportuno riferimento alla giurisprudenza della Corte di Giustizia (v. pagg. 7 e 8 della sentenza impugnata), hanno qualificato il tempo occorrente per raggiungere “dal luogo di lavoro quello di primo intervento e, di converso, dall’ultimo intervento al rientro in sede” come strettamente funzionale all’esecuzione della prestazione e, dunque, come corretto adempimento di un obbligo nascente dal rapporto di lavoro, in quanto attività preparatoria all’adempimento della prestazione lavorativa.

E, correttamente, nella sentenza oggetto del presente giudizio, si afferma che “non può essere consentito alla contrattazione collettiva di neutralizzare, sia pure ai soli fini retributivi e contributivi, un periodo di lavoro in cui il dipendente sia stato effettivamente a disposizione del datore di lavoro” e, dunque, sottoposto alla sua eterodirezione; periodo in cui, peraltro, il lavoratore non può sottrarsi all’obbligo di eseguire la prestazione che gli compete secondo buona fede e diligenza, in quanto rientrante, appunto anch’esso nell’esecuzione della prestazione lavorativa.

Ne consegue che l’Accordo collettivo aziendale del 27.3.2013, in quanto contenente disposizioni di minore favore, e quindi una deroga in peius rispetto alla normativa nazionale ed Europea, è stato, nel caso di specie, condivisibilmente disapplicato.

Per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va rigettato.

2. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

3. Avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

PQM

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.250,00 per compensi professionali, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, il 10 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2021


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