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Nuova convivenza: fa perdere il mantenimento?

9 Novembre 2021 | Autore:
Nuova convivenza: fa perdere il mantenimento?

Il nuovo orientamento della Cassazione: l’assegno spetta ancora ma può essere tagliato. Si perde la componente assistenziale, rimane la parte compensativa.

Se un ex coniuge divorziato intraprende un’altra relazione affettiva va a convivere con un nuovo compagno e perde l’assegno? La nuova convivenza fa perdere il mantenimento?

Una nuova importantissima sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite [1] ha risolto l’annosa questione della spettanza dell’assegno di divorzio in caso di nuova convivenza dell’ex coniuge beneficiario del mantenimento. La giurisprudenza più recente, dal 2015 in poi, sosteneva che l’assegno dovesse essere definitivamente tagliato in tutti i casi di nuova relazione stabile. La Suprema Corte non è stata di questo avviso ed ha affermato che una nuova convivenza non esclude il diritto all’assegno, ma può tagliarne una parte. Questo avviene perché l’assegno divorzile ha varie componenti interne e non tutte sopravvivono quando c’è un nuovo legame.

Così, se stai pagando l’assegno di divorzio alla tua ex, che nel frattempo ha un nuovo compagno, o se ne tu stesso ne stai beneficiando e temi di perderlo se intraprendi un’altra relazione sentimentale e desideri rifarti una vita, ti interesserà molto l’argomento che andiamo ad affrontare: la nuova convivenza fa perdere il mantenimento? Vediamo.

Assegno di mantenimento in caso di divorzio

Quando si parla di «mantenimento» dell’ex coniuge ci si riferisce a due aspetti molto diversi: l’assegno di mantenimento e l’assegno di divorzio.

L’assegno di mantenimento viene stabilito dal giudice a seguito della separazione coniugale. Si basa sulle rispettive condizioni economiche delle parti e viene riconosciuto, se c’è c’è sproporzione, a quello dei due che ha il reddito per garantirgli il precedente tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio.

Con l’assegno divorzile, invece, non si applica più il criterio del tenore di vita. La spettanza e l’entità del mantenimento vengono parametrati alla non autosufficienza economica dell’ex coniuge richiedente l’assegno, in quanto esso – come ha stabilito nel 2018 una fondamentale sentenza della Cassazione [2] ha una funzione assistenziale, compensativa e perequativa. La conseguenza pratica è che l’assegno di divorzio non viene riconosciuto (o può essere revocato in seguito) quando l’ex coniuge risulta in grado di mantenersi autonomamente, con i propri redditi o altre disponibilità patrimoniali.

Assegno di divorzio e nuova relazione dell’ex coniuge

Se l’ex coniuge che beneficia dell’assegno di divorzio avvia una nuova relazione stabile, ci sono i presupposti per disporre la riduzione o la revoca del mantenimento. In caso di nuovo matrimonio è la legge a sancire la perdita definitiva dell’assegno divorzile [3]; nei casi di nuova convivenza di fatto, invece (ovviamente ci si riferisce a un legame stabile e duraturo, non occasionale, che non avrebbe rilevanza), la soluzione è rimessa alla giurisprudenza, e proprio qui si innesta la nuova decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.

Secondo gli Ermellini, anche in caso di nuova convivenza rimane necessario «attribuire all’ex coniuge, che non fruisca di mezzi adeguati e non sia in grado di procurarseli autonomamente e non per sua colpa, un assegno di divorzio commisurato anche al contributo prestato alla formazione del patrimonio familiare e dell’ex coniuge». Ora vediamo in dettaglio quando, come e perché ciò accade.

Convivenza e mantenimento: nuovo orientamento della Cassazione

La vicenda da cui trae origine la nuova pronuncia della Corte di Cassazione era singolare: una donna, nei 9 anni di durata del matrimonio, aveva rinunciato a ogni attività professionale e lavorativa e si era dedicata interamente alla casa e ai figli. Così aveva favorito il successo professionale del marito (un imprenditore di spicco nella produzione e vendita di calzature, anche all’estero, con un giro d’affari milionario). Dopo il divorzio la donna, ormai fuori età per tornare a lavorare, aveva intrapreso una relazione con un nuovo compagno, un operaio con un reddito di poco più di 1.000 euro mensili.

L’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite [4] aveva sottolineato la necessità di valorizzare il contributo dato, durante gli anni di matrimonio, alla formazione del patrimonio comune della famiglia e dell’altro coniuge. In senso opposto, però, c’era la posizione giurisprudenziale recente secondo cui l’instaurazione di una nuova famiglia, con un serio progetto di vita in comune, recide ogni connessione con la precedente unione terminata col divorzio. Ciò farebbe venir meno ogni dovere di solidarietà post-matrimoniale e, perciò, escluderebbe definitivamente il diritto al mantenimento. Secondo tale tesi, la nuova comunità familiare è incompatibile con il riconoscimento dell’assegno divorzile. E in tal caso l’ex marito sarebbe salvo: non dovrebbe pagare più nulla, neanche se l’ex moglie non è in grado di mantenersi, nonostante la nuova relazione.

Da qui il contrasto giurisprudenziale sottoposto al vaglio delle Sezioni Unite. La nuova sentenza respinge quest’ultima impostazione e afferma che una nuova convivenza non esclude il diritto all’assegno di divorzio nella sua interezza, ma elimina soltanto la componente assistenziale dell’emolumento.

Quando si conserva l’assegno divorzile in caso di nuova convivenza?

La nuova famiglia di fatto avviata dall’ex coniuge beneficiario dell’assegno non gli fa perdere il diritto a riceverlo, se è ancora privo di mezzi economici adeguati. Il coniuge economicamente più debole conserva il diritto alla componente compensativa dell’assegno di divorzio, anche se perde la parte assistenziale. Non deve esserci, quindi, nessun automatismo tra la nuova convivenza e il taglio dell’assegno divorzile percepito.

Il giudice, però, deve valutare caso per caso il contributo dato dall’ex coniuge al ménage familiare. Il profilo compensativo dell’assegno di divorzio – diversamente da quello assistenziale – tende a valorizzare l’apporto personale dato dall’ex coniuge alla conduzione del nucleo familiare, come avviene nel frequente caso di moglie casalinga, e alla formazione del patrimonio familiare: questo apporto, secondo la Corte, «sopravvive allo scioglimento del nucleo familiare» e dunque va considerato nel riconoscimento dell’assegno divorzile anche quando l’ex coniuge beneficiario ha intrapreso una nuova relazione, con la convivenza stabile insieme al suo nuovo partner.

Assegno di divorzio e nuova convivenza: condizioni per riceverlo

Il beneficiario dell’assegno divorzile deve sempre essere l’ex coniuge più debole, altrimenti non vi sarebbe la sperequazione tra i rispettivi redditi e patrimoni che fonda in ogni caso il riconoscimento del mantenimento dopo il divorzio: la legge [5] dispone «l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive».

Quindi – osservano le Sezioni Unite – bisogna «riconoscere all’ex coniuge, economicamente più debole, un livello reddituale adeguato al contributo fornito all’interno della disciolta comunione di vita, nella formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale dell’altro coniuge». Questo apporto avvenuto in passato, ma che fa mantenere il diritto a percepire l’assegno di divorzio, consiste nei «personali sacrifici anche rispetto alle proprie aspettative professionali» attraverso i quali, durante il matrimonio, l’ex coniuge abbia «concorso, occupandosi dei figli e della casa, pure all’affermazione lavorativa e professionale dell’altro coniuge».

Assegno di divorzio e nuova convivenza: quando spetta?

Per ottenere il riconoscimento, o la permanenza, dell’assegno di divorzio in caso di nuova convivenza intrapresa dall’ex coniuge beneficiario, occorre che il giudice accerti:

  • la mancanza di mezzi adeguati, che è il requisito indispensabile richiesto dalla legge;
  • la non autosufficienza economica del coniuge che chiede l’assegno (se il nuovo partner è in grado di mantenerlo, il diritto all’assegno cessa);
  • uno squilibrio tra le condizioni economiche (reddituali e patrimoniali) delle parti (senza questo dislivello il diritto al mantenimento non sorge);
  • un apprezzabile contributo dato dal coniuge economicamente debole in favore della famiglia, anche con il lavoro casalingo.

Se tutto ciò si verifica, l’assegno è un modo per “ripagare” questo ex coniuge delle rinunce e dei sacrifici fatti per favorire la crescita del benessere familiare e la realizzazione lavorativa o professionale dell’altro coniuge. Così, garantendo l’assegno divorzile anche per il futuro e nonostante la nuova convivenza, si arriva al «riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale dell’ex coniuge».

Le Sezioni Unite rilevano che «è ingiusto che l’ex coniuge perda qualsiasi diritto alla compensazione dei sacrifici fatti solo perché, al momento del divorzio o prima di esso, si è ricostruito una vita affettiva» con un nuovo compagno. Così «l’adeguato riconoscimento degli apporti di ciascuno dei coniugi alla vita familiare è l’indispensabile condizione per affrontare in maniera autonoma e dignitosa, al di fuori di ogni assistenzialismo, percorsi di vita definitivamente separati».

Modifica assegno divorzile per nuova convivenza

In base ai principi sanciti nella nuova sentenza della Cassazione, l’assegno divorzile dovrà essere «rimodulato» in sede di revisione dell’importo, in funzione della sola componente compensativa, purché al presupposto, indefettibile, della mancanza di mezzi adeguati si aggiunga «il comprovato emergere di un contributo dato dal coniuge debole con le sue scelte personali e condivise in favore della famiglia, alle fortune familiari e al patrimonio dell’altro coniuge».

A tal proposito, la Suprema Corte avverte che occorre accertare, da parte del giudice di merito, la stabilità della convivenza e la sua decorrenza, per individuarne il momento iniziale. A tal fine, potrà essere validamente utilizzata la dichiarazione anagrafica per le coppie di fatto [6] nonché – prosegue la sentenza – altri «indici di stabilità in concreto», come l’esistenza di figli nella nuova coppia, la coabitazione con il nuovo compagno, conti correnti cointestati, la contribuzione al ménage familiare, ad esempio mediante l’avvio di un’attività economica in comune.

È sempre il coniuge obbligato al pagamento che rimane onerato, nel giudizio di revisione dell’assegno, di provare questi elementi in modo da tagliare per il futuro la componente assistenziale dell’assegno e limitare il mantenimento futuro alla sola parte compensativa. Al contrario, l’ex coniuge debole che chiede il riconoscimento dell’assegno di divorzio, dovrà provare la propria mancanza di mezzi economici adeguati in relazione ai propri sacrifici compiuti durante il matrimonio per dedicarsi agli impegni familiari e domestici, così rinunciando a realizzare le proprie aspettative professionali. Qui viene in rilievo la durata del matrimonio, perché è evidente che un periodo breve non può aver compromesso in maniera significativa tali aspettative, mentre un periodo più lungo, ad esempio di un paio di decenni, avrà sicuramente inciso sotto tale profilo.

Assegno di divorzio: la determinazione consensuale

La Suprema Corte è consapevole delle difficoltà probatorie che possono sorgere in concreto in questo ambito e perciò suggerisce di adottare, ove possibile, la soluzione che attribuisce all’ex coniuge debole «in funzione compensativa una somma equitativamente determinata, un piccolo capitale di ripartenza, in unica soluzione o distribuito in un numero limitato di anni, sotto forma di assegno temporaneo».

Questa possibilità, però, si scontra con il fatto che attualmente la legge non prevede la temporaneità dell’assegno di divorzio, ma solo la somministrazione periodica a tempo indeterminato o, in alternativa, la corresponsione in unica soluzione. Perciò, neppure il giudice può disporre l’erogazione di un assegno a tempo, con un termine finale. Da qui sorge l’opportunità, per gli ex coniugi interessati, di «trovare un accordo sul punto» e a tal fine «potranno adoperarsi gli avvocati e gli esperti di mediazione del conflitto familiare, in sede di negoziazione assistita, di divorzio congiunto, di divorzi consensuali presso l’ufficiale di stato civile».

Per questi motivi è sempre consigliabile ed opportuno trovare un’intesa anticipata sulla componente compensativa dell’assegno, che si può raggiungere attraverso gli accordi realizzati tra i coniugi e i loro avvocati al momento del divorzio, in modo da evitare lunghi e incerti giudizi contenziosi. Leggi anche: “Chi convive ha diritto al mantenimento?“.


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 32198 del 05.11.2021.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[3] Art. 5, co. 10, L. n. 898/1970.

[4] Cass. ord. n. 28995/2020.

[5] Art. 5, co. 6, L. n. 898/1970.

[6] Art. 1, co.37, L. n. 76/2016.


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