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Come ottenere un risarcimento per mobbing?

9 Novembre 2021 | Autore:
Come ottenere un risarcimento per mobbing?

Come fornire la prova dei danni materiali e morali subiti dal dipendente vessato e quale ristoro economico si può ottenere dal datore di lavoro.

Il tuo datore di lavoro ti ha perseguitato senza motivo e con frequenza. Poi, ti ha demansionato e trasferito senza valide giustificazioni. Tu ritieni di aver subito un’ingiustizia e vorresti tutelarti. Inoltre, questo comportamento ti ha creato un grave disagio, costringendoti a turni diversi e più gravosi presso il nuovo reparto, e ha comportato ripercussioni anche a livello di salute, con uno stato d’ansia, una sindrome depressiva e altri seri disturbi che hanno compromesso anche la qualità della tua vita privata. Così ti domandi come ottenere un risarcimento per mobbing.

In questo articolo ti spiegheremo in cosa consiste il complesso fenomeno chiamato mobbing e come puoi provare di esserne stato vittima. Inoltre, ti diremo quali sono i più frequenti danni che il mobbing provoca alla salute, alla psiche e alla vita di relazione e a chi puoi chiederne conto. In questo modo vedrai come ottenere un risarcimento per mobbing.

Mobbing: cos’è e quando si verifica?

Il mobbing è una figura di creazione giurisprudenziale. Il termine deriva dall’inglese “to mob”, che significa accanirsi contro qualcuno e pressarlo. Per estensione, la parola indica una serie reiterata e protratta di comportamenti vessatori contro un lavoratore, che può essere compiuta dai colleghi (e allora si avrà il mobbing orizzontale) o dal capo e dai superiori (mobbing verticale, detto anche bossing o mobbing strategico).

La finalità del mobbing è quella di umiliare un dipendente per isolarlo e rendergli difficile la vita lavorativa, in modo da esasperarlo e magari costringerlo alle dimissioni. Tutte le condotte vessatorie devono essere accomunate da questo intento persecutorio.

Il mobbing può concretizzarsi in una serie di atteggiamenti diversi, come i rimproveri, le derisioni, gli scherzi cattivi e ostili, i procedimenti disciplinari ingiustificati, i controlli ossessivi durante l’attività, il sovraccarico di lavoro, con negazione di ferie e permessi, l’emarginazione fisica o sociale (come nel caso di privazione degli strumenti necessari per lavorare e nel mancato affidamento di compiti e pratiche, o della relegazione in una stanza scomoda, isolata e priva di contatti con il resto del personale).

Nella maggioranza dei casi, il mobbing si concretizza in un demansionamento ingiustificato del lavoratore, senza ragioni legate alla produttività o all’organizzazione aziendale. In alcuni casi anche trasferire un lavoratore è mobbing.

Risarcimento danni per mobbing: chi ne risponde?

Il datore di lavoro deve sempre, secondo quanto stabilisce l’art. 2087 del Codice civile, «tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro». Dunque, egli deve prevenire ed evitare tutte le situazioni di pericolo per la salute psico-fisica dei suoi dipendenti. Siccome il mobbing è un’azione non isolata, ma continuativa, sistematica e prolungata nel tempo, il datore di lavoro ha il dovere giuridico di impedirla e rimuoverla, altrimenti diventerà partecipe dell’illecito e dovrà rispondere delle conseguenze.

Anche nel caso di mobbing orizzontale, quello compiuto dai colleghi, il responsabile dell’illecito civile rimane sempre il datore di lavoro, in quanto è venuto meno al suo specifico obbligo di prevenzione di situazioni nocive alla salute dei suoi dipendenti.

Mobbing: come si dimostra?

Il lavoratore intenzionato a chiedere il risarcimento danni per mobbing dovrà promuovere, con l’assistenza di un avvocato, una causa davanti al giudice del lavoro territorialmente competente, indicando e provando l’esistenza di questi elementi:

  • i comportamenti persecutori posti in essere nei suoi confronti e il loro intento vessatorio; qui valgono tutte le fonti di prova ammesse nel giudizio civile (documenti, testimonianze, filmati, messaggi, ecc.);
  •  una lesione alla salute o alla personalità che si ponga in nesso causale (cioè derivi direttamente) dalla condotta illecita del datore di lavoro o dei colleghi. Per la quantificazione esatta del danno alla salute è opportuno munirsi di una perizia medico-legale, che individuerà le esatte patologie, (ad esempio ipertensione, ansia, attacchi di panico, insonnia, disturbi di adattamento, sindromi gastrointestinali, ecc.) e l’entità della lesione, transitoria o permanente, dell’integrità psico-fisica del lavoratore vittima.

Danno da mobbing: in cosa consiste?

Il danno derivante dal mobbing può essere sia di tipo patrimoniale sia di carattere non patrimoniale. Nel danno patrimoniale rientrano, in particolare:

  • ogni tipo di pregiudizio economico dovuto al demansionamento, o dequalificazione professionale, anche sotto il profilo del lucro cessante (i guadagni non conseguiti a causa del mobbing e che altrimenti sarebbero stati possibili);
  • la perdita di professionalità pregressa e delle corrispondenti indennità retributive per le funzioni non più svolte;
  • il danno biologico, consistente nell’entità delle lesioni all’integrità psico-fisica, clinicamente accertabili e tali da determinare un grado percentuale di invalidità;
  • il denaro speso per curare le patologie derivanti dal mobbing: spese farmaceutiche, terapie cliniche o psicologiche, ricoveri, interventi chirurgici, ecc.;
  • il danno da licenziamento illegittimo o da dimissioni per giusta causa, alle quali il lavoratore è stato costretto per sfuggire a un mobbing non altrimenti evitabile.

Il danno non patrimoniale comprende tutte le lesioni all’onore, alla dignità e alla reputazione, che rilevano ai fini del riconoscimento dei danni morali (si pensi a un mobbing compiuto con offese reiterate e altre umiliazioni e soprusi) e del danno esistenziale (ad esempio, quando il fenomeno ha pregiudicato la vita di relazione anche in ambito extralavorativo, come nei rapporti familiari). Nei casi più gravi, il mobbing può anche costituire reato, ad esempio sotto il profilo delle lesioni personali colpose oppure della diffamazione.

Risarcimento danni da mobbing: come avviene?

I giudici del lavoro di solito liquidano i danni da mobbing in via equitativa, se non è possibile quantificarli nel loro preciso ammontare per una o più voci, e adottano come parametro la retribuzione dovuta nel periodo in cui si è svolta e protratta la condotta mobbizzante. Una nuova ordinanza della Cassazione [1] ha affermato che in caso di demansionamento il diritto al risarcimento dei danni decorre non da quando il lavoratore contesta la nuova collocazione, ma già dal momento in cui viene adibito alle nuove e inferiori mansioni, perché la condotta del datore costituisce un «illecito permanente». Questo consente di ottenere un risarcimento maggiore e impedisce anche il decorso della prescrizione.

A tal proposito, va ricordato che il demansionamento è illegittimo, in quanto, come sancisce l’art. 2103 del Codice civile, il dipendente non può essere assegnato a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è stato assunto e, pertanto, ha diritto alla reintegra in quelle precedentemente svolte, o in altre equivalenti, con pieno ristoro economico. Invece, le dimissioni volontarie date a causa del mobbing subito sul lavoro non sono considerate invalide e perciò non c’è il diritto al ripristino del rapporto, ma soltanto al risarcimento dei danni, come ha affermato recentemente la Corte di Cassazione [2].


note

[1] Cass. ord. n. 31558 del 04.11.2021.

[2] Cass. ord. n. 16153 del 09.06.2021.


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