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5 segnali che hai sbagliato tutto della tua vita lavorativa

9 Novembre 2021 | Autore:
5 segnali che hai sbagliato tutto della tua vita lavorativa

Come organizzare al meglio il proprio lavoro perseguendo un successo non solo professionale ma anche personale. 

Sapete quelle persone che sanno sempre tutto, che hanno capito il perché di tutte le cose, che detengono le chiavi del sapere universale? Un detto dice che la stupidità deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza invece deriva dall’avere, per ogni cosa, una domanda. 

Non preoccupatevi di dover avere sempre ragione. La fiducia in sé stessi non viene dall’avere sempre ragione ma dal non temere di sbagliare.

Proprio questa fiducia in sé stessi è una delle principali chiavi del successo. Quella fiducia tanto stigmatizzata nel nostro Paese ma che invece, oltreoceano, è proprio l’elemento distintivo per stabilire se una persona è vincente o meno. 

Secondo la mentalità americana, se non sei tu stesso ad avere fiducia nelle tue capacità, come credi che possano averla gli altri? Come puoi sperare di convincere gli altri a supportarti e ad investire nel tuo progetto?

Da noi, invece, la sicurezza viene confusa con una forma di vanità. Stretti nella stretta morsa dell’invidia, gli italiani sono disposti a perdonare qualsiasi crimine tranne il successo. E questo è anche per via della paura del cambiamento: tutto ciò che viene fatto meglio dagli altri spaventa perché mette in competizione. E diciamoci la verità: in Italia la competizione, la concorrenza, trovano lo stesso habitat di un orso bianco nel deserto. 

Se non ti senti soddisfatto della tua vita è probabilmente perché hai commesso qualche errore. O forse molti. Ecco allora 5 segnali che dovrebbero farti capire che hai sbagliato tutto della tua vita lavorativa. 

Sbagli se non cambi mai

Stai sbagliando tutto se da anni stai facendo il tuo lavoro sempre nello stesso modo. Il cambiamento è una costante nella vita. Cambiare è esso stesso vita. Pertanto, la paura del cambiamento, per quanto comprensibile e naturale, non va combattuta ma gestita e trasformata in energia positiva. Come diceva Pascal, siamo canne al vento che possono spezzarsi, ma se diventiamo leggeri come fili d’erba, il vento non ci spezza piuttosto ci orienta.

Non perdere tempo a giudicare le cose o a lamentarti: queste pratiche non servono a nulla e ti fanno solo sprecare la risorsa più preziosa che abbiamo: il tempo.

Il futuro non deve preoccupare. È di fondamentale importanza la visione del futuro che ci creiamo, la capacità di costruire scenari positivi e non drammatici, perché entrambi impatteranno sul nostro stato emotivo. 

Immaginare che le cose vadano male, che non vi sia una via d’uscita, non serve certo a farci stare bene e ad aiutarci a trovare una soluzione. Guarda ai cambiamenti come a un’opportunità e non a un pregiudizio.

Bisogna uscire dalla comfort zone: non solo è indispensabile ma necessario se non si vuole restare schiacciati dal cambiamento. Inutile rivangare il passato, di come un tempo si stava meglio: tanto il passato non torna più. 

Mia madre mi diceva sempre: «Là dove si chiude una porta si apre un portone». E anche Confucio scrisse: «Ricorda quando nella tua vita avrai bisogno di una mano di guardare in fondo al tuo braccio: là ne troverai una».

Credi in te stesso. In te, c’è la soluzione a tutto.

Sbagli se non hai un riferimento

Stai sbagliando tutto nel tuo lavoro se non hai una fonte di ispirazione. Non si può migliorare se non si ha un riferimento, un modello superiore a cui rifarsi, da cui prendere le mosse. C’è sempre qualcuno che fa meglio di noi e lo dobbiamo prendere in considerazione per confrontarci costantemente con lui: un metro di paragone, un po’ come il tachimetro per il ciclista in corsa. 

Credere di non avere nessuno davanti a sé è una grossa presunzione così come lo è il fatto di ritenersi esenti dalla possibilità di copiare gli altri. La stessa conoscenza, la scienza, le professionalità sono una corsa al testimone: laddove finisce uno comincia un altro, partendo proprio da ciò che il passato gli ha trasmesso. Siamo figli della storia, siamo figli delle altrui esperienze. Copiare, ispirarsi agli altri, emularli non deve costituire una vergogna ma anzi è un motivo di crescita. E non dovete neanche preoccuparvi di avere dinanzi a voi ambiziosi obiettivi: tanto più alti sono questi tanto maggiore sarà la vostra ricerca del perfezionamento.

Sbagli se cerchi il consenso altrui

Sento spesso dire alle persone: «Ti piace ciò che ho fatto?». Si tratta di una domanda retorica. Chiedere «ti piace» presuppone già una risposta orientata verso il consenso. E se capovolgessimo la domanda in «Cosa non ti piace di ciò che ho fatto?». Criticami! 

Con i complimenti non si va da nessuna parte. Con le critiche si cresce. E scoprirete che anche le critiche fatte con cattiveria a volte possono dare la giusta energia per andare avanti, migliorarsi e soprattutto dimostrare di avere fede e fiducia in sé stessi. 

Sbagli se fai tutto da solo

«Nessuno lavora bene come il padrone» dice un detto popolare. Siamo permeati di mentalità individualista: non deleghiamo, siamo diffidenti, logorati dalla paura di essere fregati, imbrogliati o pregiudicati dagli errori altrui. Temiamo l’inefficienza, lo scaricabarile, lo scarso rendimento. E soprattutto i costi fissi che le collaborazioni implicano. 

Dovremmo invece cambiare mentalità. È difficile, lo so: veniamo da secoli di attività da bottegai. Tuttavia, dobbiamo conviverci che da soli si va più veloce ma insieme si va più lontano.

Bisogna creare un clima di gruppo, una mentalità del team. Si va allo stadio per veder giocare una squadra, non un solo giocatore. 

Resta tuttavia il fatto che il rapporto coi collaboratori è la parte più difficile della gestione del proprio lavoro. C’è infatti prima la selezione del personale che va delegata a persone in grado di fare questo lavoro, tutt’altro che scontato. E poi bisogna gestire il team, coordinarlo e dirigerlo proprio come fa un coach con la propria squadra. 

Non esistono buoni e cattivi, bravi e stupidi: esistono solo persone che sanno fare meglio una determinata mansione e altre che ne sanno fare altre. La bravura del leader sta nel valorizzare i talenti dei singoli dipendenti e capire come e dove inquadrarli. Senza usare il bastone. Un eccessivo controllo genera diffidenza, timore e quindi cattive prestazioni. Anche questo ruolo va delegato: non si può essere timoniere della nave e nello stesso tempo dettare il ritmo dei remi. 

Sbagli se non hai trovato l’equilibrio 

Siamo stati troppo a lungo ingannati sul significato di successo. 

Ci hanno insegnato a misurare il successo sulla base dello stipendio e del titolo dato a quel ruolo. 

Ma la vita non è solo questa. 

Il successo è una componente di fattori. È sicuramente il denaro, perché dà la serenità. Ma la serenità non si conquista solo con il denaro. Ci vuole una famiglia felice, ci vuole l’amore, ci vuole la salute, ci vuole il tempo libero. Il successo è il giusto equilibrio tra questi fattori.

Per i soldi e i ruoli le persone si sono rovinate la vita. Distrutti per un titolo, ammazzati di lavoro tralasciando tutte le altre belle cose che la giornata può offrire. E c’è un detto: non esiste una persona che, sul letto di morte, abbia esclamato: «Ah! Quanto avrei voluto lavorare un giorno in più!».

Il tempo non è necessariamente denaro. Semplicemente perché il denaro, se perso, può essere recuperato, riguadagnato. Il tempo invece una volta sprecato non torna più indietro. Ogni minuto, ogni ora buttata via è persa per sempre. Ecco perché «il tempo non può essere solo denaro»: il tempo è molto più prezioso del denaro. 

Del resto chi, sul letto di morte, non pagherebbe per avere anche solo un anno, un giorno, un’ora in più di vita. 

 



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