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Mantenimento figlio adulto che non lavora e non studia

9 Novembre 2021 | Autore:
Mantenimento figlio adulto che non lavora e non studia

A che età cessa l’obbligo dei genitori nei confronti dei giovani che non sono ancora diventati autosufficienti dal punto di vista economico?

Trent’anni: sono o non sono un’età ampiamente sufficiente per aver completato il percorso degli studi e per dedicarsi seriamente ad un’attività lavorativa remunerata? Se non è così, si può ancora continuare a campare sulle spalle di mamma e papà. Stiamo parlando del delicato problema che riguarda molte famiglie italiane: quello del mantenimento di un figlio adulto che non lavora e non studia.

Se si ritiene che il mantenimento abbia una funzione assistenziale perpetua, allora il contributo economico erogato dai genitori dovrebbe spettare a vita. Ma la giurisprudenza non la pensa così e sono sempre più frequenti le sentenze che revocano il beneficio a ragazzi ormai cresciuti e rimasti disoccupati per loro colpa. Il crescere dell’età è un fattore rilevante per far ritenere che vi sia stata negligenza e trascuratezza nel cercare un lavoro, piuttosto che difficoltà e incapacità di trovarlo.

Adesso anche la Corte di Cassazione, con una nuova ordinanza [1], ha respinto la richiesta di mantenimento di un figlio adulto che non lavora e non studia: il contributo economico versato dal padre separato a un giovanotto di ormai 32 anni è stato definitivamente revocato. Non è una pronuncia isolata, ma si pone in sequenza con altre precedenti e del tutto simili. Trent’anni di età stanno diventando il discrimine adottato dai giudici per dire sì o no alla prosecuzione del mantenimento da parte dei genitori. E c’è un particolare ragionamento che fonda questa soluzione.

I figli maggiorenni hanno diritto al mantenimento?

L’obbligo di mantenimento dei figli da parte dei genitori sorge direttamente dall’art. 30 della Costituzione, che sancisce: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori dal matrimonio». L’art. 315 bis del Codice civile, rinnovato nel 2012 dalla legge di riforma del diritto di famiglia, specifica questo obbligo e dispone che: «Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni».

Il Codice civile dedica, poi, un apposito articolo [2] alle disposizioni in favore dei figli maggiorenni. La norma, dettata in tema di separazioni dei coniugi, stabilisce che: «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico». Questo assegno per il mantenimento dei figli è versato direttamente all’avente diritto, anziché all’altro genitore con cui i figli convivono, a meno che il giudice non lo stabilisca espressamente (mentre per i figli minori va sempre pagato nelle mani dell’ex coniuge con cui i ragazzi convivono).

Solo ai figli maggiorenni portatori di handicap grave il mantenimento spetta sempre, come ai minorenni. Tutto ciò significa che l’obbligo dei genitori di mantenere i figli maggiorenni non è automatico, ma deve essere stabilito di volta in volta, tranne che nel caso dei disabili.

Mantenimento figlio adulto e indipendenza economica

Il mantenimento non spetta più quando i giovani adulti hanno raggiunto l’autosufficienza economica, ma non è più dovuto neanche quando non l’hanno conseguita per cattiva volontà o scarso impegno. È un fondamentale principio che la Cassazione, nella sua recente pronuncia sul tema [1], definisce di «autoresponsabilità», precisando che esso «impone al figlio di non abusare del diritto ad essere mantenuto dal genitore oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura».

Come si concilia questo criterio con l’alternativa tra studio e lavoro e con le difficoltà occupazionali e di inserimento nel mondo del lavoro? La Suprema Corte risponde così: «l’obbligo dei genitori si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione». E tanto più cresce l’età, tanto più questi principi vengono applicati con maggior rigore. Oltre la soglia dei 30, o al massimo 35 anni di età, si oltrepassa ogni ragionevole limite, anche perché é questa l’età per completare cicli di studi anche complessi, come quelli di medicina. E se poi vi sono state oggettive difficoltà nel trovare un lavoro, tocca al figlio dimostrarle.

Mantenimento figlio adulto disoccupato

La vicenda decisa dalla Cassazione riguardava un giovane che aveva abbandonato gli studi all’età di sedici anni. In seguito aveva frequentato alcuni corsi di formazione professionale e aveva avuto qualche esperienza lavorativa, ma solo saltuariamente. Contro di lui ha pesato il fatto che – spiega la sentenza – «non risultavano presenti circostanze oggettive o soggettive tali da giustificare la sua impossibilità di inserirsi nel mondo del lavoro»: in poche parole, il mancato raggiungimento dell’autosufficienza economica era colpa sua. Se vi fossero stati ostacoli o impedimenti in tal senso, avrebbero dovuto essere esposti dall’interessato e risultare in modo chiaro; solo così poteva essere disposta la prosecuzione del mantenimento.

Dunque, quando il figlio ha superato i trent’anni di età e vuole continuare ad essere mantenuto, deve essere lui a dimostrare che non è diventato indipendente per motivi indipendenti dalla sua volontà, altrimenti il mantenimento cessa. È il figlio adulto che – salvi i casi di disabilità – deve  dimostrare di essere in condizioni tali da dover essere ancora assistito e per farlo dovrà giustificare i motivi della sua perdurante situazione di insufficienza economica. Altrimenti potrà ottenere dai genitori solo gli alimenti (cioè il vitto e l’alloggio) ma solo se si trova in stato di bisogno. Insomma, i ragazzi non possono pesare sulle spalle dei genitori per sempre.


note

[1] Cass. ord. n. 32406 del 08.11.2021.

[2] Art. 337 septies Cod. civ.


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