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Risarcimento da infortunio sul lavoro durante la pausa

9 Novembre 2021 | Autore:
Risarcimento da infortunio sul lavoro durante la pausa

Ha diritto all’indennizzo il dipendente che per andare al bar, anche autorizzato, cade e si frattura un polso o una gamba? La risposta della Cassazione.

Sono passate due ore abbondanti da quando ti sei seduto al pc per fare il tuo lavoro e hai bisogno non solo di riposare un po’ la vista ma anche di sgranchire le gambe e di alleggerire la testa pensando ad altro. Due chiacchiere con un collega davanti alla macchinetta del caffè è quello che ci vuole. Giusto cinque minuti, poi sotto ancora fino alla pausa pranzo. Nell’andare verso la macchinetta, però, che si trova al piano di sopra, metti male il piede su un gradino delle scale un po’ consumato e cadi, slogandoti il polso del braccio che avevi messo istintivamente a terra per parare il colpo. Morale: viaggio al Pronto soccorso, fasciatura e qualche giorno di malattia, perché si «ticchettare» sulla tastiera del computer non se ne parla per ora. Ritieni che, a tutti gli effetti, hai diritto ad un risarcimento da infortunio sul lavoro durante la pausa.

Una recente sentenza della Cassazione, che trovi in fondo a questo articolo, ha ricordato come stanno le cose. E non è molto complicato capire che una pausa caffè non c’entra assolutamente niente con l’attività lavorativa (a meno che si faccia di mestiere l’assaggiatore di espressi, nel qual caso la pausa sarebbe dedicata ad altro). Pertanto, come si può ritenere un infortunio sul lavoro quello che si subisce quando si stacca anche per pochi minuti dall’ufficio o dallo stabilimento? C’è qualche margine per chiedere il risarcimento? Vediamo.

Infortunio sul lavoro: cosa si intende?

Formalmente, secondo la legge, viene definito infortunio sul lavoro l’evento che procura una lesione in ambito lavorativo capace di provocare un’inabilità permanente totale o parziale oppure temporanea assoluta, vale a dire che comporta l’astensione dall’attività per più di tre giorni.

Il punto essenziale è che deve essere il lavoro a determinare il rischio dell’infortunio, anche se l’evento ha luogo fuori dall’orario lavorativo, come nel caso dell’infortunio in itinere.

Il rischio di infortunio viene classificato in:

  • rischio tipico: deriva dalle mansioni svolte dal dipendente;
  • rischio ambientale: interessa i dipendenti che svolgono in modo costante delle attività in connessione ambientale con la lavorazione protetta;
  • rischio improprio: avviene durante un’attività preparatoria o, comunque, strumentale allo svolgimento del lavoro;
  • rischio generico aggravato: non dipende dalle condizioni specifiche del lavoro ma avviene in presenza di determinate circostanze, idonee a causare al lavoratore un aggravamento del rischio, che diventa più intenso e frequente.

Infortunio sul lavoro: quando c’è risarcimento?

Il dipendente che subisce un infortunio sul lavoro ha diritto al risarcimento quando l’evento è legato alla sua attività lavorativa. Più volte, la Cassazione ha riconosciuto questo diritto anche quando l’infortunio avviene per distrazione o imprudenza o per non aver rispettato le disposizioni che erano state impartite al lavoratore. In qualche caso, però, ha parlato di corresponsabilità tra il lavoratore e l’azienda quando quest’ultima non controllava l’uso effettivo dei dispositivi di protezione che aveva fornito al dipendente [1]. Ciò significa che la condotta sbadata del lavoratore non esclude a priori l’obbligo di sorveglianza del datore sulla concreta adozione dei sistemi di sicurezza.

Per la Cassazione, «le prevenzioni degli infortuni sul lavoro, tese a impedire l’insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore anche dagli incidenti ascrivibili a sua imperizia, negligenza e imprudenza. La dimensione dell’obbligo di sicurezza che grava sul datore di lavoro – continua ancora la Suprema Corte– comporta che questi sia tenuto a proteggere l’incolumità dei lavoratori e a prevenire anche i rischi insiti nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia dei medesimi nell’esecuzione della prestazione, dimostrando di aver posto in essere ogni precauzione a tal fine».

Pertanto, il datore di lavoro «è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le misure protettive, comprese quelle esigibili in relazione al rischio derivante dalla condotta colposa del lavoratore, sia quando, pur avendo adottate le necessarie misure, non accerti e vigili affinché queste siano di fatto rispettate da parte del dipendente».

Infortunio sul lavoro: quando non c’è risarcimento?

A rispondere di un infortunio sul lavoro è soltanto il dipendente quando egli mette in atto un comportamento ragionevolmente non previsto o prevedibile dalla prassi aziendale, cioè quando la sua condotta – come sostiene ancora la Cassazione – assume «caratteri di abnormità, inopinabilità e esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo tipico e alle direttive ricevute, in modo da porsi quale causa esclusiva dell’evento».

Allo stesso modo, secondo una più recente sentenza, non si ha diritto all’indennità né per malattia né per invalidità quando il dipendente si fa male durante la pausa, che sia per andare a prendere il caffè (con il consenso del superiore) che sia per fare il giro dell’isolato con un collega (sempre con il permesso del capo di staccare qualche minuto).

La Suprema Corte si è pronunciata in questo senso [2] dopo avere esaminato il ricorso dell’Inail contro l’indennizzo e l’invalidità del 10% di un’impiegata di Firenze che si era rotta il polso dopo essere caduta per strada mentre andava al bar a prendere un caffè con l’autorizzazione del suo diretto superiore.

I giudici di legittimità ricordano che tra il caffè e l’attività del dipendente non c’è alcun legame e, pertanto, l’evento non può essere ritenuto un infortunio sul lavoro. Si tratta – si legge nella sentenza – di «una scelta arbitraria per soddisfare esigenze personali» che crea «una situazione diversa da quella inerente all’attività lavorativa […] interruttiva di ogni nesso fra lavoro, rischio ed evento di infortunio». In altre parole: se il dipendente deve fare la pipì, cade mentre va nel bagno dell’azienda e si fa male, rimane vittima di un evento che risponde ad un’esigenza fisiologica impellente a cui non si può rinunciare. Quindi, avrebbe diritto al risarcimento per infortunio. Diversamente, la pausa caffè viene definita dalla Cassazione «un’esigenza personale a cui si può rinunciare».


note

[1] Cass. sent. n. 204/2018.

[2] Cass. sent. n. 32473/2021 dell’08.11.2021.

Cass. civ., sez. lav., ord., 8 novembre 2021, n. 32473

Presidente Berrino – Relatore Calafiore

Rilevato che:

con sentenza n. 13545 del 2014, la Corte d’appello di Firenze ha rigettato l’impugnazione proposta dall’INAIL avverso la sentenza del Tribunale della stessa sede che aveva accolto in parte la domanda proposta da B.R. , impiegata presso la Procura della Repubblica di Firenze, nei riguardi dell’INAIL al fine di ottenere l’indennità di malattia per inabilità assoluta temporanea oltre all’indennizzo corrispondente ad un danno permanente del 10% in relazione ad un infortunio occorsole lungo il tragitto che stava percorrendo a piedi, in rientro da una breve “pausa caffè” il (omissis) ;

il Tribunale, oltre a riconoscere che il rischio assunto dalla lavoratrice non poteva considerarsi generico, permanendo il nesso eziologico con l’attività lavorativa, posto che la pausa era stata autorizzata dal datore di lavoro ed era assente il servizio bar all’interno dell’ufficio, ha valutato la complessiva percentuale di invalidità considerando anche una precedente invalidità lavorativa;

la Corte d’appello ha confermato le motivazioni del primo giudice, ritenendo che l’evento fosse connesso ed accessorio all’attività di lavoro e non ricorresse una ipotesi di rischio elettivo;

avverso tale sentenza ricorre l’INAIL con un motivo, relativo alla violazione del t.u. n. 1124 del 1965, art. 2 e falsa applicazione del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 12;

resiste con controricorso B.R.

Considerato che:

con l’unico motivo di ricorso, viene in sostanza dedotto che le circostanze caratterizzanti l’infortunio non sarebbero tali da consentirne la sussunzione nella nozione legale di occasione di lavoro delineata dal D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 2;

si evidenzia, in particolare, che la B. osservava un orario di lavoro continuato dalle ore 9,00 alle 15,00 e che aveva timbrato il cartellino in uscita il giorno (omissis) per effettuare, insieme a due colleghe, la cosiddetta “pausa caffè” di metà mattina presso un vicino bar e che in tale frangente era caduta mentre percorreva un breve tragitto a piedi procurandosi un trauma al polso destro; si era trattato, dunque, di un rischio assunto volontariamente dalla lavoratrice non potendo ravvisarsi nell’esigenza, pur apprezzabile, di prendere un caffè i caratteri del necessario bisogno fisiologico che avrebbero consentito di mantenere la stretta connessione con l’attività lavorativa;

il ricorso è fondato;

la questione di diritto che il motivo propone è quella della corretta interpretazione del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 2 secondo il quale l’assicurazione comprende tutti i casi di infortunio avvenuti per causa violenta in occasione di lavoro;

la giurisprudenza di questa Corte di legittimità si è andata orientando (vd. Cass. n. 6088 del 1995) nel senso di ritenere che la causa violenta in occasione di lavoro”, richiesta dal t.u. approvato con D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 2 per la indennizzabilità dell’infortunio, è quella che dà occasione, appunto, ad alterazioni lesive legate alla prestazione lavorativa da nesso non meramente topografico-cronologico, ma di derivazione eziologica, quanto meno in via mediata e indiretta, non essendo l’assicurazione infortuni, secondo l’intento del legislatore del 1965, finalizzata a coprire i rischi generici, cui il lavoratore medesimo soggiace al pari di tutti gli altri cittadini, a prescindere cioè dall’esplicazione dell’attività lavorativa (a meno che non si tratti di rischi “aggravati” da peculiari circostanze, in presenza delle quali possa dirsi che è ancora una volta il lavoro ad offrire occasione per l’incontro della causa violenta con l’organismo dell’infortunato), nè ad apprestare una speciale tutela in favore del lavoratore per il solo fatto che al medesimo sia occorso, in attualità di lavoro, un qualsiasi evento che in qualche modo ne abbia leso l’integrità fisica o mentale (C. Cost. 27-7-1989 n. 462, e, da ult., Cass. 29/3/1993 n. 3744 e 13-10-1992n. 11172; n. 8538 del 1997; n. 932 del 1999);

l’indennizzabilità, si è detto, non consegue alla mera circostanza che l’infortunio si sia verificato nel tempo e nel luogo della prestazione lavorativa, occorrendo invece, come requisito essenziale, la sussistenza dell’anzidetto nesso tra lavoro e rischio, nel senso che il lavoro determina non tanto il verificarsi dell’evento quanto l’esposizione a rischio dell’assicurato (Cass. 3744 del 1993 cit., in motivazione);

il rischio può esser quanto meno “improprio” ma giammai “elettivo” (scaturito cioè da una scelta arbitraria del lavoratore, il quale, mosso da impulsi, e per soddisfare esigenze, personali, crei ed affronti volutamente una situazione diversa da quella inerente all’attività lavorativa, pur latamente intesa, con ciò stesso ponendo in essere una causa interruttiva di ogni nesso fra lavoro, rischio ed evento);

nella nozione di “occasione di lavoro” così delineata, si esprime il requisito della professionalità del rischio, corrispondente alla specificità della tutela;

in fattispecie analoga alla presente, (Cass. n. 4492 del 1997) ove l’infortunio si era verificato durante la pausa mensa al di fuori del cantiere edile ove l’infortunato prestava attività di lavoro e lungo il percorso seguito per raggiungere un vicino bar, si è disattesa l’opinione secondo la quale la pausa per il caffè faccia parte dell’ordinario articolarsi del lavoro in senso proprio, e si è precisato che ai fini dell’indennizzabilità dell’infortunio. ai sensi del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 2 mentre non è strettamente necessaria la circostanza che esso si sia verificato nel tempo e nel luogo della prestazione lavorativa, occorre tuttavia che sussista sempre un nesso eziologico fra attività lavorativa e rischio assicurato, nel senso che il rischio indennizzabile a norma della legge citata, anche se non è quello insito nelle mansioni svolte dall’assicurato (c.d. rischio specifico), non può comunque essere totalmente estraneo all’attività lavorativa, come nel caso di rischio elettivo, scaturito cioè da una scelta arbitraria del lavoratore il quale, mosso da impulsi personali, crei ed affronti volutamente una situazione diversa da quella inerente l’attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interruttiva di ogni nesso fra lavoro, rischio ed evento;

pertanto, non può essere ricondotta alla “occasione di lavoro” l’attività, non intrinsecamente lavorativa e non coincidente per modalità di tempo o di luogo con le prestazioni dovute, che non sia richiesta dalle modalità di esecuzione imposte dal datore di lavoro o in ogni caso da circostanze di tempo e di luogo che prescindano dalla volontà di scelta del lavoratore (Cass. n. 6088 del 1995, Cass. n. 11683 del 1995, Cass. n. 4298 del 1996, Cass. n. 10910 del 1996);

quando, dunque, l’infortunio si verifica al di fuori, dal punto di vista spazio-temporale, della materiale attività di lavoro e delle vere e proprie prestazioni lavorative (si verifica, cioè, anteriormente o successivamente a queste, o durante una “pausa”), la ravvisabilità della “occasione di lavoro” è rigorosamente condizionata alla esistenza di circostanze che non ne facciano venir meno la riconducibilità eziologica al lavoro e viceversa la facciano rientrare nell’ambito dell’attività lavorativa o di tutto ciò che ad essa è connesso o accessorio in virtù di un collegamento non del tutto marginale;

sulla scorta dei principi sopra enunciati, cui si intende dare piena continuità, è da escludere la indennizzabilità dell’infortunio subito dalla lavoratrice durante la pausa al di fuori dell’ufficio giudiziario ove prestava la propria attività e lungo il percorso seguito per andare al bar a prendere un caffè, posto che la lavoratrice, allontanandosi dall’ufficio per raggiungere un vicino pubblico esercizio, si è volontariamente esposta ad un rischio non necessariamente connesso all’attività lavorativa per il soddisfacimento di un bisogno certamente procrastinabile e non impellente, interrompendo così la necessaria connessione causale tra attività lavorativa ed incidente;

del tutto irrilevante, infine, è la circostanza della tolleranza espressa dal soggetto datore di lavoro in ordine a tali consuetudini dei dipendenti, non potendo una mera prassi, o, comunque, una qualsiasi forma di accordo tra le parti del rapporto di lavoro, allargare l’area oggettiva di operatività della nozione di occasione di lavoro sopra delineata;

le censure mosse dall’INAIL sono dunque fondate per cui il ricorso va accolto;

la sentenza impugnata va cassata e, decidendo nel merito a norma dell’art. 384 c.p.c., comma 1 – non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto – la domanda proposta da B.R. va rigettata;

le spese dei gradi di merito e del presente giudizio seguono la soccombenza e vanno poste a carico di B.R. nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

la Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda proposta da B.R. e condanna la medesima al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200 per esborsi, Euro 1800,00 a titolo di compensi professionali, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento ed accessori di legge, nonché alle spese del grado d’appello, che liquida in Euro 1800 per compensi oltre accessori di legge ed alle spese del giudizio di primo grado che liquida in Euro 1500,00 per compensi oltre accessori di legge.


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