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Infortunio nella pausa caffè: c’è risarcimento?

10 Novembre 2021
Infortunio nella pausa caffè: c’è risarcimento?

Infortunio in itinere: quando l’Inail risarcisce l’incidente per andare a mangiare o a fare uno spuntino.

Si chiama infortunio in itinere ed è l’incidente occorso al dipendente durante il normale tragitto per recarsi al lavoro o per rientrare a casa al termine del turno. In questo caso, tutti i danni sono coperti e risarciti dall’Inail. Ma l’infortunio in itinere non è solo questo: vi rientra ad esempio anche quello che avviene durante i normali spostamenti da una sede all’altra dell’azienda, durante una missione o per recarsi ai vari corsi di formazione. 

Di recente, è stato chiesto alla Cassazione se per l’infortunio nella pausa caffè c’è risarcimento. Si tratta di capire cioè se la breve sosta per lo spuntino – s’intende quella legittima e autorizzata – possa essere qualificata comunque come un’attività funzionale al lavoro, con essa in qualche modo collegata perché necessaria al recupero delle energie psicofisiche.

Il dubbio si pone alla luce del fatto che, secondo una giurisprudenza abbastanza stabile, l’infortunio in itinere – e quindi il risarcimento Inail – copre anche l’incidente occorso al dipendente durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale. Sicché, alla Corte si è chiesto se vi possa essere un’equiparazione tra il pranzo o la cena e lo snack, la cosiddetta pausa caffè, soprattutto per chi è a dieta e preferisce un brunch al normale pasto.

La Cassazione [1] tuttavia ha sposato una tesi restrittiva: secondo i giudici, per l’infortunio nella pausa caffè non c’è risarcimento. E la ragione è presto detta: la sosta al bar non è legata in alcun modo ad esigenze lavorative. Pertanto, la caduta nel percorso per recarvisi, l’incidente con il motorino o lo scontro con l’auto non può essere indennizzata causa l’assenza del necessario nesso tra il rischio corso e l’attività svolta.

Cosa succede dunque al lavoratore che, dopo aver regolarmente timbrato il cartellino per recarsi al bar, si fa male? Non può certo fare richiesta di risarcimento danni all’azienda solo perché all’interno non c’è un distributore automatico del caffè o una macchinetta di cui gli impiegati possano avvalersi. Né può, come afferma la Cassazione, rivendicare l’infortunio in itinere e quindi chiedere il risarcimento all’Inail. E non importa se il “pit-stop” viene fatto durante l’orario continuato 9-15, come nel caso di specie.

La Cassazione ammette che il desiderio del caffè è apprezzabile, ma esclude che si tratti di un bisogno fisiologico che consentirebbe di affermare lo stretto legame con l’attività svolta. Il nesso lavoro-rischio è indispensabile per ottenere un indennizzo. Ma se il lavoratore si espone volontariamente al pericolo, cedendo a un desiderio «certamente procrastinabile e non impellente», tale scelta fa venire meno la possibilità di affermare che la caduta sia avvenuta in «occasione di lavoro».

Cosa dovrebbe fare allora il lavoratore? Secondo la Cassazione, l’assicurazione opera nel caso in cui l’infortunio si sia verificato nel tragitto percorso dal lavoratore con mezzo privato per rientrare al lavoro dalla vicina abitazione dopo la pausa per il pranzo, ove risulti accertato che sul posto di lavoro non esisteva la mensa o un servizio equipollente e che il breve intervallo di tempo disponibile non consentiva l’uso di mezzi pubblici. Come dire: il caffè a casa vale il risarcimento, quello al bar no!


note

[1] Cass. sent. n. 32473/ 2021

Autore immagine: depositphotos.com


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