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Alunno spinto da un compagno cade: chi risarcisce?

11 Novembre 2021 | Autore:
Alunno spinto da un compagno cade: chi risarcisce?

Quando la scuola è considerata responsabile per gli infortuni degli allievi e che ruolo hanno gli insegnanti che non hanno previsto e impedito la spinta.

Nelle scuole ci sono moltissime occasioni per farsi male e questo, purtroppo, succede spesso. Cadute, urti e spinte sono all’ordine del giorno. Gli infortuni sono piuttosto frequenti e possono comportare lesioni anche gravi, come traumi cranici, distorsioni e fratture. Una delle principali cause è la vivacità e l’esuberanza di bambini e ragazzi. Talvolta, per gioco o durante un litigio, un bambino spinge con forza un compagno e lo fa cadere. Se un alunno spinto da un compagno cade, e si fa male, chi risarcisce i danni?

C’è chi arriva a coinvolgere anche i genitori del bimbo “violento”, per la scarsa educazione impartita, ma questa soluzione è esatta solo in casi estremi. Di regola, la responsabilità viene attribuita all’istituto scolastico, che ha il dovere di vigilare costantemente sul comportamento degli scolari e studenti quando si trovano nel plesso, dunque non solo durante le lezioni ma anche nei momenti di ricreazione e nelle fasi di entrata e di uscita.

La scuola può contestare la propria responsabilità nell’accaduto, ma per liberarsi deve fornire una prova precisa e rigorosa di non aver potuto impedire l’evento. Il caso dell’alunno che viene spinto da un compagno e cade è emblematico di queste vicende, perché la spinta è spesso improvvisa e non preceduta da segnali o “avvertimenti” tali da consentire all’insegnante di prevederla. Così sorgono controversie dove la domanda che si pone al giudice è: chi risarcisce i danni provocati dalla caduta dell’alunno spinto da un suo compagno? Vediamo.

La responsabilità dei genitori e degli insegnanti

L’articolo 2048 del Codice civile fissa i principi generali da applicare per i danni provocati dai minorenni. Ci sono due tipi di responsabilità: quella dei genitori e quella degli insegnanti. In particolare:

  • i genitori (padre e madre, o il tutore, in loro mancanza) sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori;
  • i maestri e gli insegnanti in genere (il Codice li definisce con l’antiquato termine di «precettori») sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi «nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza», dunque durante l’orario scolastico e comunque mentre si trovano all’interno della scuola.

In entrambi i casi, la loro responsabilità è presunta e viene attribuita a titolo di mancata, o scarsa e insufficiente, vigilanza sull’operato dei ragazzi. Ma i genitori, o gli insegnanti, possono fornire la prova liberatoria, così escludendo la propria responsabilità, «soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto». Ad esempio, un docente può sostenere di non aver potuto far nulla per prevenire ed evitare uno spintone, o un pugno, scagliato all’improvviso da un ragazzo a un altro, perché è stata una reazione istintiva e fino a un attimo prima tutto appariva tranquillo. Ma, come vedrai ora, in molti casi questo non basta a sollevare la scuola dalla sua responsabilità risarcitoria.

Spinta e caduta di un alunno: la responsabilità della scuola

I docenti e il personale incaricato, come i collaboratori scolastici, hanno per legge un obbligo di custodia e di vigilanza dei bambini o ragazzi e sono, quindi, tenuti ad esercitare una costante e adeguata sorveglianza nei loro confronti. La loro responsabilità – salvi i casi costituenti reato – non è personale, ma viene trasferita sull’istituto scolastico di appartenenza. La scuola ha una responsabilità di tipo contrattuale verso gli allievi e deve adottare tutte le misure organizzative e di prevenzione, compresa la messa in sicurezza dell’edificio, necessarie a preservare l’incolumità degli allievi durante tutto il tempo in cui permangono nei locali scolastici (non solo nelle aule, ma anche nei cortili, nelle palestre, nelle scale, nei bagni e nelle altre parti del fabbricato).

La norma di legge che abbiamo esaminato sancisce una presunzione di colpa dell’istituto scolastico: quando si verifica un infortunio ad un alunno caduto per la spinta di un compagno, il fatto viene attribuito a coloro che in quel momento erano incaricati della vigilanza nei suoi confronti, a meno che essi non provino di non averlo potuto impedire in alcun modo. Di norma, quindi, è la scuola che paga il risarcimento per gli infortuni accaduti ai ragazzi, a meno che non dimostri in modo rigoroso che il fatto accaduto è stato così improvviso da precludere l’intervento degli insegnanti o dei bidelli per evitarlo.

A tal proposito, viene in rilievo la possibilità di prevedere l’evento lesivo o la sua imprevedibilità, e in questo caso la responsabilità della scuola sarebbe esclusa. La giurisprudenza individua due principali tipi di danno:

  • i danni autocagionati, provocati dal comportamento dello stesso bambino che ne diventa vittima (ad esempio, corre, scivola da solo e cade);
  • i danni eterocagionati, cioè quelli provocati da altri, a partire dai compagni: la spinta di un altro bambino (volontaria o anche involontaria) rientra in questa categoria.

Quindi, in caso di spinta di un bambino da parte di un compagno, che gli provoca una caduta con lesioni, il personale incaricato deve provare di aver fatto di tutto per prevenire tale eventualità e di non essere riuscito ad evitare questo comportamento e il conseguente evento dannoso.

Alunno cade per uno spintone: un caso concreto

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] ha confermato la condanna di un istituto scolastico e del ministero dell’Istruzione al risarcimento dei danni causati ad un bambino caduto per un forte spintone di un compagno. La Suprema Corte ha ritenuto che il fatto si era verificato per la scarsa vigilanza prestata dall’insegnante che in quel momento era presente in classe.

In particolare, i giudici di piazza Cavour hanno accolto pienamente la domanda risarcitoria avanzata dai genitori rilevando che la frequentazione scolastica fa sorgere un «rapporto negoziale», cioè una fonte giuridica di obbligo a carico dell’istituto scolastico, che è tenuto, attraverso il proprio personale, a vigilare sulla sicurezza e sull’incolumità degli alunni. E la responsabilità della scuola per l’infortunio dell’alunno sorge per il difetto di vigilanza e di controllo degli organi scolastici, che nel caso di specie avrebbero dovuto predisporre gli accorgimenti necessari a evitare danni (invece il bambino caduto aveva battuto la schiena contro il piedistallo della lavagna e aveva così riportato lesioni).

La sentenza, che puoi leggere per esteso sotto questo articolo, sottolinea che quanto più è bassa l’età degli alunni tanto più si impone una vigilanza maggiore da parte del personale scolastico, che deve prevedere ad ampio raggio tutti i possibili pericoli, comprese le cose che possono essere fonte di danno, come gli ostacoli fissi contro i quali il bambino spinto si può scontrare.

Caduta bambino a scuola: approfondimenti

Per ulteriori informazioni sulle cadute dei bambini a scuola e il risarcimento dei conseguenti infortuni, leggi anche i seguenti articoli:


note

[1] Cass. ord. n. 32377 del 08.11.2021.

Autore immagine: canva.com/

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 8 novembre 2021, n. 32377

Presidente Scoditti – Relatore Gorgoni

Rilevato che:
Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ricorre per la cassazione della sentenza n. 1506-2019 della Corte d’Appello di L’Aquila, pubblicata il 25 settembre 2019 e notificata in data 1 ottobre 2019, articolando tre motivi, illustrati con memoria.
Resiste con controricorso I.F. .

I.F. , in data 3 ottobre 2006, conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di L’Aquila, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, per ottenerne la condanna, previo accertamento della responsabilità dell’amministrazione scolastica, al risarcimento dei danni subiti durante lo svolgimento dell’orario scolastico in data 16 dicembre 1996, in conseguenza di uno spintonamento da parte di un altro alunno che lo faceva cadere a terra ed urtare con la schiena il piedistallo in legno di supporto alla lavagna.
L’attore, all’epoca dei fatti studente frequentante la V elementare a Sulmona, lamentava che il danno si fosse verificato per causa della scarsa vigilanza prestata dall’Istituto didattico, ai sensi dell’art. 2048 c.c. e dell’art. 1218 c.c., in virtù del vincolo negoziale sussistente tra l’alunno e l’Amministrazione scolastica.

Il Ministero convenuto sollevava in via preliminare eccezione di prescrizione quinquennale del credito risarcitorio, attesa l’eventuale responsabilità dell’amministrazione scolastica ai sensi dell’art. 2048 c.c., eccepiva la nullità della domanda per indeterminatezza del petitum, nel merito, riteneva infondata la domanda perché la responsabilità era da imputare, per culpa in educando, ai genitori dell’alunno che aveva spintonato l’attore, provocandone la caduta.

Il Tribunale, con la sentenza n. 317/2013, accoglieva l’eccezione di prescrizione e dichiarava l’estinzione del diritto risarcitorio.
I.F. impugnava la suddetta decisione dianzi alla Corte d’Appello di L’Aquila, lamentando l’erronea qualificazione dell’azione proposta con conseguente erronea determinazione del termine di prescrizione e la mancata considerazione della responsabilità contrattuale.

La Corte d’Appello, con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, riformava integralmente la decisione di prime cure e condannava il Ministero appellato al pagamento, a titolo risarcitorio, della somma di Euro 314.282,37, al netto degli interessi legali, a favore di I.F. , ritenendo che l’accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell’allievo a scuola, avesse determinato l’instaurazione di un rapporto negoziale, fonte di un obbligo a carico dell’istituto scolastico e dei soggetti che in esso e per esso agiscono di vigilare sulla sicurezza e sulla incolumità dell’allievo, con applicazione della responsabilità contrattuale e, quindi, del termine di prescrizione ordinario.

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza della Corte.

Considerato che:
1.Con il primo motivo il ricorrente deduce la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1218 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Secondo il Ministero, la responsabilità ex art. 1218 c.c. è invocabile solo nel caso di danno autocagionato, nel caso, invece, di danno eterocagionato, cioè di danno cagionato all’allievo da altro allievo, il titolo di responsabilità invocabile sarebbe quello fondato sull’art. 2048 c.c., comma 2.

Il motivo è infondato.

La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione della giurisprudenza di questa Corte che ritiene indubbia la ricorrenza di una responsabilità da regolare ricorrendo all’art. 1218 c.c. quando l’alunno riporti un danno sia autocagionato che eterocagionato, per responsabilità ascrivibili a difetto di vigilanza o di controllo degli organi scolastici: in particolare, la decisione n. 10516 del 28/04/2017, richiamata dalla sentenza impugnata, ha ribadito la natura contrattuale della responsabilità tanto dell’istituto scolastico quanto dell’insegnante “atteso che, quanto all’istituto, l’instaurazione del vincolo negoziale consegue all’accoglimento della domanda di iscrizione, e, quanto al precettore, il rapporto giuridico con l’allievo sorge in forza di “contatto sociale”.
Una volta collocato sul piano sistematico l’ambito della responsabilità ascrivibile alla sfera dell’amministrazione scolastica – e dunque ricondotta alla violazione di un dovere di prestazione la ratio della tutela risarcitoria rivendicata dagli originari attori – dev’essere coerentemente ricostruita, nel quadro dei principi della responsabilità contrattuale, la connessa dimensione obbligatoria dell’insieme dei profili di doverosità che discendono – con riguardo, rispettivamente, all’istituto e al singolo insegnante – dall’iscrizione scolastica e dal contatto sociale qualificato che prelude all’individuazione dei relativi obblighi di prestazione nei confronti dei familiari (quali contraenti) e dei singoli alunni (quali adiecti solutionis causa)”.

Non sono meritevoli di accoglimento le argomentazioni del ricorrente che invocano la decisione a sezioni unite n. 9346/2002, perché essa non era volta a determinare se il danno cagionato dall’alunno ad altro alunno fosse da sottoporre o meno alla disciplina aquiliana piuttosto che a quella contrattuale, ma solo se la presunzione di responsabilità di cui all’art. 2048 c.c., comma 2 fosse applicabile al danno autocagionato. Escludendolo, la Corte non ha affatto negato l’ipotizzabilità di una responsabilità contrattuale dell’istituto scolastico per i danni che l’allievo cagioni ad altri allievi o a terzi, derivanti dall’inadempimento dell’obbligo di vigilanza gravante sulla scuola, tant’è che precisa e ribadisce che l’accoglimento della domanda di iscrizione e la conseguente ammissione dell’allievo determina l’instaurazione di un vincolo negoziale, in virtù del quale, nell’ambito delle obbligazioni assunte dall’istituto, deve ritenersi sicuramente inclusa quella di vigilare anche sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, compresa quella di evitare che l’allievo procuri danno a se stesso.

Ed è principio recepito nella giurisprudenza di legittimità che l’ammissione dell’allievo a scuola determina l’instaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge, a carico dell’istituto, l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica e, quindi, di predisporre gli accorgimenti necessari affinché non venga arrecato danno agli alunni in relazione alle circostanze del caso concreto: da quelle ordinarie, tra le quali l’età degli alunni, che impone una vigilanza crescente con la diminuzione dell’età anagrafica; a quelle eccezionali, che implicano la prevedibilità di pericoli derivanti dalle cose e da persone, anche estranee alla scuola e non conosciute dalla direzione didattica, ma autorizzate a circolare liberamente per il compimento della loro attività (cfr. Cass. 4/10/2013, n. 22752; Cass. 15/2/2011, n. 3680).

2.Con il secondo motivo la sentenza è impugnata per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2947 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 Chiarito che la fattispecie in esame avrebbe dovuto essere regolata dall’art. 2048 c.c., comma 2, il Ministero lamenta che la Corte territoriale abbia applicato il termine di prescrizione ordinario anziché quello quinquennale.
Il motivo è assorbito.

3.Con il terzo ed ultimo motivo il Ministero censura la sentenza della corte territoriale per violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2048 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
La sentenza avrebbe erroneamente ritenuto non assolto da parte dell’amministrazione scolastica l’onere della prova circa la non evitabilità del fatto. La tesi del Ministero è che, indipendentemente dal titolo di responsabilità, l’amministrazione scolastica avesse dimostrato che, essendosi lo spintonamento verificato durante lo svolgimento della lezione sotto la sorveglianza costante ed ininterrotta dell’insegnante, quest’ultima non avrebbe potuto, data la repentinità ed imprevedibilità del gesto, intervenire efficacemente e tempestivamente allo scopo di evitarlo.

Il motivo non merita accoglimento.

La sentenza impugnata ha ritenuto dimostrato, attraverso l’escussione dei testi, l’inadempimento dell’obbligo di sorveglianza da parte dell’insegnante e della scuola, affermando che non bastava la presenza durante la lezione curriculare dell’insegnante, occorrendo la prova da parte di quest’ultima di avere correttamente, scrupolosamente ed ininterrottamente vigilato sugli allievi. Era risultato che i giovani allievi al momento del fatto non erano ancora tutti seduti, alcuni erano intenti a giocare e che l’insegnante, pur presente in aula, si era distratta per cercare la bidella.

La censura del ricorrente sollecita una diversa ricostruzione dei fatti di causa che non merita accoglimento, perché contrasta con i caratteri morfologici e funzionali del giudizio di legittimità.

4.Ne consegue il rigetto del ricorso.

5.Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

6.Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese in favore della parte controricorrente, liquidandole in Euro 4.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.
Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.


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