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Resistenza a pubblico ufficiale: quando è scusabile?

1 Luglio 2014
Resistenza a pubblico ufficiale: quando è scusabile?

Rifiuto di seguire il pubblico ufficiale per l’accompagnamento in questura e di fornire le proprie generalità: la resistenza al pubblico ufficiale è scriminata solo se l’agente sta compiendo una prepotenza verso il cittadino.

 

Non è cosa nuova che ribellarsi e, più in generale, “resistere” al pubblico ufficiale sia un reato [1]. Ma in alcuni casi è consentito.

La Cassazione, con una sentenza di ieri [2], ha chiarito che non si deve obbedienza al pubblico ufficiale a patto che ricorrano, contemporaneamente, due condizioni:

1. il pubblico ufficiale, l’incaricato di pubblico servizio o, comunque, il pubblico impiegato deve aver travalicato, in modo arbitrario, i limiti delle proprie attribuzioni: tale condizione è espressamente riportata nel codice penale [1];

2. il pubblico ufficiale, inoltre, deve aver tenuto anche una condotta improntata a malanimo, capriccio, sopruso e prepotenza verso il soggetto privato [3]: tale condizione, invece, pur non essendo riportata nel testo della norma, è stata ritenuta necessaria dalla giurisprudenza della Cassazione.

Perché ci possa essere, dunque, una giustificazione e si possa evitare la pena [4] non è sufficiente (così come scritto nel codice penale) che il pubblico ufficiale ecceda i limiti delle sue attribuzioni, essendo necessario che tenga una condotta prepotente e improntata a sopruso.


note

[1] Art. 337 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 28140/14 del 30.06.2014.

[3] Cass., n. 5414/2009.

[4] Ai sensi dell’art. 4 d.lgs. n. 288/1944.

Autore immagine: 123rf com

È escluso il reato di resistenza a pubblico ufficiale, ricorrendo l’esimente di cui all’art. 393 bis c.p., ogni qualvolta il pubblico ufficiale ecceda con atti arbitrari i limiti delle proprie attribuzioni ponendo in essere una condotta che, per lo sviamento dell’esercizio di autorità rispetto allo scopo per cui la stessa è conferita o per le modalità di attuazione, risulta oggettivamente illegittima, non essendo di contro necessario che il soggetto abbia consapevolezza dell’illiceità della propria condotta diretta a commettere un arbitrio in danno del privato. Secondo i giudici tale indirizzo, espresso già precedentemente, vale almeno allorché la condotta illegittimamente posta in essere impedisce l’esercizio di diritti soggettivi di rango primario, come quello desumibile dall’art. 32, secondo comma, della Costituzione, di non essere sottoposto a trattamenti sanitari, salvo i casi espressamente previsti dalla legge. (Nel caso di specie i giudici hanno escluso che fosse stato integrato il reato di resistenza a pubblico ufficiale in quanto il soggetto prima di colpire il carabiniere, che gli impediva di uscire dall’ospedale, ferendolo lievemente al labbro era già stato sottoposto ai prelievi e nessun elemento addotto era chiaramente indicativo della volontà di sottrarsi a ulteriori controlli finalizzati alle indagini penali. Infatti, sostengono i giudici, la sottoposizione ai controlli finalizzati all’approfondimento delle indagini penali per i reati di guida sotto l’influenza dell’alcol e di guida in stato di alterazione per uso di sostanze stupefacenti non può essere imposta coattivamente, ma solo indirettamente, come confermano l’articolo 186 c.d.s, comma 7, e articolo 187 c.d.s comma 8, posto che entrambi rispettivamente l’uno per la prima e l’altro per la seconda fattispecie di reato prevedono una sanzione penale in caso di rifiuto di sottoporsi agli accertamenti).

Corte cassazione, sezione VI, sentenza 17 ottobre 2016 n. 43894

La condotta del soggetto sottoposto agli arresti domiciliari che all’atto di accertamento dei carabinieri si oppone, congiuntamente ad altre persone, per non far entrare le forze dell’ordine all’interno dell’abitazione, obbligando gli stessi ad allontanarsi dal luogo dove stavano svolgendo il controllo, integra pacificamente il reato di cui all’art. 337 c.p. con conseguente esclusione della causa di non punibilità di cui all’art. 393 bis c.p.

Corte cassazione, sezione VI, sentenza 3 giugno 2016 n. 23270

Costituisce condotta arbitraria del pubblico ufficiale quella ingiustamente persecutoria e che fuoriesce del tutto dalle ordinarie modalità di esplicazione dell’azione di controllo e prevenzione demandatagli nei confronti del privato destinatario: integrano la fattispecie anche i casi in cui il pubblico ufficiale abbia consapevolmente travalicato i limiti e le modalità entro cui le funzioni pubbliche devono essere esercitate o abbia posto in essere attività palesemente sproporzionata rispetto alla finalità perseguita.

Corte cassazione, sezione VI, sentenza 19 aprile 2016 n. 16101

Integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale la condotta di colui che, per sottrarsi alle forze di polizia, non si limiti alla fuga in macchina, ma proceda a una serie di manovre finalizzate a impedire l’inseguimento, così ostacolando concretamente l’esercizio della funzione pubblica e ponendo deliberatamente in pericolo, con una condotta di guida obiettivamente pericolosa, l’incolumità degli agenti inseguitori o degli altri utenti della strada.

Corte cassazione, sezione VI, sentenza 27 aprile 2016 n. 17378

Il reato di resistenza a pubblico ufficiale può essere integrato anche nel caso di violenza sulle cose, ove finalizzata ad opporsi al compimento da parte del pubblico ufficiale di un comportamento doveroso. (Nel caso di specie, secondo i giudici, poiché, non sussiste prova di una volontaria aggressione dei beni per operare un diretto condizionamento dell’azione degli agenti, ponendo in essere così una diretta condotta oppositiva, deve escludersi la natura violenta dell’azione e concludersi che questa si sia risolta in una mancata collaborazione non sufficiente ad integrare il reato)

Corte cassazione, sezione VI, sentenza 10 febbraio 2015 n. 6069


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