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Separazione: l’assegnazione della casa coniugale quanto dura?

1 Luglio 2014 | Autore:
Separazione: l’assegnazione della casa coniugale quanto dura?

Necessaria la convivenza del figlio maggiorenne con il genitore collocatario: in caso di trasferimento del  giovane, è legittima la revoca della assegnazione della casa.

 
Una delle questioni patrimoniali di maggior contrasto tra i coniugi al momento della separazione è spesso rappresentato dalla decisione riguardante la “assegnazione della casa coniugale“.

Ciò accade, in particolare, quando la casa sia di proprietà (anche solo in parte) di colui che non potrà più abitarla; in tal caso, infatti, il provvedimento del giudice che assegna il godimento del bene all’altro finisce con l’ostacolare non poco la possibilità che l’immobile divenga per quest’ultimo una fonte di reddito.

Salvo casi particolari (di cui abbiamo parlato in questo articolo: “Assegnazione casa coniugale: non sempre segue l’affidamento dei figli”), la decisione del giudice sull’assegnazione della casa coniugale si fonda, di solito, sulla necessità di offrire una stabilità domestica alla prole fino a quando quest’ultima, se pur maggiorenne, non abbia raggiunto una autosufficienza economica. Tale necessità, per la sua importanza, non può essere compromessa dal contrapposto interesse del proprietario dell’immobile a ricavare dal bene una fonte di reddito.

Solo, quindi, quando il figlio sia divenuto economicamente autonomo, il genitore che sia stato privato del godimento dell’immobile potrà rivolgersi al giudice perché questi revochi il provvedimento di assegnazione all’ex.

Ma che succede quando il figlio maggiorenne, se pur privo di una autonomia economica, si allontani da casa, magari per motivi di studio? Non si tratta di una ipotesi infrequente, atteso che oggigiorno molti ragazzi scelgono di intraprendere fuori i propri studi universitari, continuando a ricevere il sostegno economico dei genitori.

Ha dato risposta a questa domanda una sentenza della Cassazione di pochi giorni fa [1]. Secondo la Suprema Corte, il trasferimento della residenza del figlio rappresenta un valido motivo di decadenza dal diritto di godere della casa familiare.

I Supremi giudici ricordano, infatti, che l’assegnazione dell’immobile a uno dei coniugi (di solito la donna) va effettuata tenendo conto, in via prioritaria, dell’interesse della prole [2] ed ha come presupposto la convivenza di un genitore con i figli minori o maggiorenni, ma non ancora economicamente autonomi [3].

Ebbene – precisa la Corte – affinché tale convivenza del figlio col genitore possa aver rilievo ai fini dell’assegnazione della casa familiare occorre che essa sia stabile, semmai con eventuali sporadici allontanamenti, di breve periodo.

In altre parole, il ritorno solo saltuario del figlio presso l’abitazione, come per i weekend, raffigura un rapporto di semplice ospitalità da parte del genitore [4] e, come tale, esclude il diritto di abitare la casa familiare.

Se, pertanto, come nella vicenda in esame, il figlio trasferisca – se pur di fatto e non anagraficamente – la propria residenza, tale circostanza costituisce valido motivo per il venir meno del diritto di godimento dell’immobile da parte del coniuge assegnatario.


Il provvedimento con cui il giudice assegna la casa familiare a uno dei coniugi dopo la separazione ha, di regola, come presupposto la convivenza di quel coniuge con la prole minorenne o maggiorenne non economicamente autosufficiente.

Se tale presupposto viene meno, in quanto il figlio non abita più stabilmente l’immobile (anche lasciandovi la residenza anagrafica), il coniuge non assegnatario della casa potrà rivolgersi al giudice per chiedere la revoca del provvedimento di assegnazione.

note

[1] Cass., ord. n. 13295 del 12.06.14.

[2] Art. 337 sexies cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 18840 del 1.08.13.

[4] Cass. sent. n. 18075 del 25.07.13.

Autore immagine: 123rf com


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