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Fedez scende in campo: può farlo?

13 Novembre 2021
Fedez scende in campo: può farlo?

Il conflitto di interesse dell’influencer: cosa dice la legge?

Il fatto è ormai noto: Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez ha registrato il dominio www.fedezelezioni2023.it facendo ritenere a tutti che voglia scendere in politica. Non lo ha mai detto ma, dall’altro lato, non lo ha nemmeno negato. Fedez non ha nemmeno mai nascosto – come nel caso del famoso DDL Zan – le proprie posizioni politico-sociali. O “social”, dovremmo dire, visto che il suo microfono sono proprio i social network che, insieme alla moglie Ferragni, gestisce in modo imprenditoriale (solo un ingenuo potrebbe credere che dietro quelle foto familiari vi sia spontaneità). 

A questo punto, il dubbio è se Fedez voglia davvero scendere in politica o se si tratti di una nuova trovata di marketing per far parlare di sé. Questo non lo sapremo fino a quando qualcuno non glielo chiederà o, meglio, fino a quando non verranno presentate le liste elettorali. Nel frattempo, i media si stanno dividendo su un altro interrogativo: è corretto che un influencer con milioni di follower sostenga, proprio tramite Internet, la propria candidatura o non sarà forse in una posizione di abuso di posizione dominante, per dirla con un’espressione rubata all’economia? 

Qualcuno parla anche di conflitto di interessi viste le numerose attività imprenditoriali che i Ferragnez hanno. Ma a questo punto, se così dovesse essere, dovremmo scremare praticamente tutti i parlamentari con una professione o un’attività imprenditoriale se valesse la regola che, per il sol fatto di avere un palco su Internet, non si può più essere deputati o senatori. 

E poi c’è chi sostiene che il conflitto d’interessi non è tanto per le attività economiche quanto per lo strumento che i Ferragnez hanno: Internet. Ma qui siamo davanti a un pensiero ancora più sbagliato: quello di equiparare un account social a una società di editoria come fu con Berlusconi. Sappiamo tutti che non è così: i social facilitano solo il diritto di espressione e, a differenza di giornali e televisioni, sono in mano a tutti, chiunque ne può avere uno e gestirlo in modo professionale. Se ragionassimo in modo diverso dovremmo ritenere che chiunque ha un blog è in conflitto di interesse. E allora la prima testa che dovrebbe cadere sarebbe quella di Grillo, che in fatto di blog ha dimostrato di saperla lunga.

Il paradosso di ritenere Fedez in conflitto di interessi è che dovremmo concludere che tanto più popolari si è, tanto meno ci si può candidare, quando poi dovrebbe essere invece l’esatto opposto, almeno se vogliamo attenerci al concetto di rappresentatività.

Tutto questo chiaramente prescinde dalle capacità politiche di Fedez, che magari potrà essere un personaggio simpatico o antipatico, un cantante bravo o discutibile, un ottimo o un pessimo showman: questo eventualmente lo decideranno gli elettori. Come fu del resto per lo stesso Grillo quando decise di amalgamare l’attività di comico con quella di politico, visto che i suoi iniziali comizi non erano certo esenti da incursioni artistiche degne dei suoi show. 

Chiariamo subito una cosa: non esiste alcuna legge che vieti agli influencer di candidarsi. 

Il problema, cari amici, è un altro. Non è la popolarità di Fedez che turba la gente. Ma è l’eterna lotta tra chi i social li sa maneggiare e chi invece è completamente estraneo a questo mondo e perciò vorrebbe che tutti smettessero di usarli, per parificare la partita. Ma non basta non saper suonare la chitarra elettrica per pretendere che tutti debbano ascoltare solo musica classica, tanto per rimanere in ambito di paragoni musicali e artistici. Non è certo perché qualcuno non sa come funziona Internet che ne dobbiamo limitare l’uso. E questo mi ricorda un po’ quello che succede con gli avvocati: visto che le vecchie generazioni non sapevano gestire un account social o un blog, c’era una norma deontologica e un orientamento del Consiglio nazionale forense che vietava di aprire un account Facebook o di pubblicare articoli online. 

Il vecchio che teme il nuovo perché gli vuol togliere il potere piuttosto che aggiornarsi preferisce vietare gli strumenti del nuovo. Una storia vecchia quanto l’uomo. 

E Fedez, capace o incapace che sia, fa paura. Del resto, mi faccio quattro conti in tasca: se ogni mia storia su Instagram viene vista da almeno 50mila persone e i miei video su YouTube conta 30mila views solo nel primo giorno della loro uscita, quanti numeri potrà fare Fedez se un giorno si svegliasse dicendo «Se mi eleggete elimino il bollo auto».

Dicevo: ognuno ha la sua platea. I Ferragnez hanno i giovani? La sinistra ha i sindacati e, quindi, i lavoratori. La destra ha le sedi di Confindustria. Ognuno ha un palco su cui parlare.

Se vogliamo impedire a Fedez di candidarsi ok, va benissimo. Ma dovremmo vietarglielo anche ad attori, showman e presentatori che hanno, a loro volta, le platee televisive a cui rivolgersi. Così Pippo Franco che si è candidato nella lista di Michetti a Roma. A Milano, Sala ha schierato l’ex ciclista Bugno che dalla sua aveva la platea degli sportivi. A Roma, la Raggi ha schierato l’ex miss Italia Nadia Bengala che aveva la platea di chi era adolescente qualche decennio fa. Insomma, se «avere visibilità» significa non poter fare politica rischiamo di eliminare il 90% degli attuali seduti ai seggi. E dovremmo ritornare a Platone e Socrate…il che non sarebbe poi un gran male.

Ricordate la questione che aveva sollevato il Codacons contro la Ferragni che aveva sostenuto il marito, come ogni brava moglie fa, al festival di Sanremo? Per carità: la solidarietà matrimoniale è concessa a tutti, tranne alle star. Specie a chi come Fedez ha 13 milioni di follower e a chi, come Chiara, ne ha 25 milioni. Solo su Instagram farebbero 38 milioni di utenti (ok, molti sarebbero in comune, facciamo 30 e di questi diciamo che un quinto non ha ancora 18 anni e quindi non vota). 24 milioni di elettori sono un bel gruzzolo, la metà esatta degli italiani aventi diritto al voto. 

Per raggiungere i restanti potrebbero provare a fare come fece Berlusca: «Vi tolgo il canone Rai, vi prometto un miliardo di nuovi posti di lavoro», o come fece Renzi: «Vi tolgo Equitalia…» e ve ne metto una ancora peggiore al suo posto che, in quanto ente pubblico, non ha i limiti delle società private.

Vi ricordate Trump, Reagan e Schwarzenegger? Ponetevi una domanda: Dov’è la differenza? In quale angolo dello spazio pubblico risiede ancora la distinzione tra un cantante che usa i suoi social per diffondere i messaggi in cui crede, e contemporaneamente promuovere sé stesso, e politici che con Facebook, Twitter, Instagram, perfino Tik Tok fanno assolutamente lo stesso. Organizzando squadrette per promuoversi, attaccare, difendersi. La differenza è, naturalmente, nella potenza di fuoco. E nel fatto che i Ferragnez sono nativi di Internet mentre i politici annaspano negli algoritmi, inseguendo i follower-elettori tra una pizza e una diretta. E che dire poi della bestia di Salvini… non ha fatto lo stesso cercando di scimmiottare gli influencer? 

Tutt’altro scontato, peraltro, che i follower dei Ferragnez si trasformino in loro elettori. Pippo Franco ha avuto tanti voti quante sono le dita delle sue mani. Forse neanche i familiari l’hanno votato. Magari, i seguaci di Fedez e Chiara li considerano degli ottimi showman ma dei pessimi politici. E la cosa non mi meraviglierebbe neanche più di tanto. Anzi.

La verità è che ad essere storti non sono i Fedez di turno ma chi crede che non debbano candidarsi, esercitando un diritto costituzionale che viene riconosciuto anche agli influencer e che non può essere compromesso solo perché hanno più follower degli attuali politici. Perché anche loro, alla fine, volenti o nolenti, fanno – o vorrebbero fare – gli influencer, influenzando il pensiero politico, economico e sociale della base. Quindi, non è ciò che si fa che può creare storture al sistema, ma come lo si fa. E qui veniamo al punto: oggi, il consenso si costruisce sempre di più attraverso lo schermo di uno smartphone, e sempre di meno attraverso quello della tv o tramite i giornali di Berlusconi i cui articoli, se vanno bene, li leggono 500 persone.

Nessuno quindi potrà evitare che i futuri politici inizino la carriera proprio da una foto su Instagram. 



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