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Quali sono i beni che non vengono compresi nel fallimento

12 Giugno 2015 | Autore:
Quali sono i beni che non vengono compresi nel fallimento

I beni non considerati dalla procedura fallimentare sono quelli essenziali per il sostentamento personale e familiare dell’imprenditore fallito. Il diritto di questi a percepire e trattenere gli emolumenti necessari al mantenimento proprio e della famiglia sussiste prima e indipendentemente dal decreto del giudice delegato che ne fissi la misura.

I beni non compresi nella procedura di fallimento sono quelli che il nostro legislatore ha ritenuto essenziali per il sostentamento personale e familiare dell’imprenditore fallito. A tutela dei creditori, ma indirettamente anche a tutela dello stesso fallito, la legge stabilisce che, dal momento della sentenza che dichiara il fallimento, il fallito è privato dell’amministrazione e della disponibilità dei propri beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento [1]; sono di conseguenza considerati inefficaci i pagamenti ricevuti dal fallito dopo tale la sentenza [2].

I beni che non possono essere compresi nel fallimento sono [3]:

– i beni e i diritti di natura strettamente personale;

– gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, le pensioni, i salari e tutto ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorra per il mantenimento proprio e della sua famiglia;

– i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi;

– le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.

Con la precisazione, per quanto riguarda i limiti della categoria n. 2) di quanto occorra per i mantenimento suo e della famiglia, che la loro misura viene fissata con decreto motivato dal giudice delegato tenendo conto della condizione personale del fallito e della sua famiglia.

Si tenga anche presente che il diritto del fallito di percepire e trattenere gli emolumenti necessari al mantenimento proprio e della famiglia sussiste prima e indipendentemente dal decreto del giudice delegato che ne fissi la misura; solo in seguito a tale decreto il curatore fallimentare può documentare in causa l’eventuale eccedenza, rispetto ai limiti fissati nel decreto, di quanto pagato direttamente al fallito.

In questo senso si è pronunciata la Cassazione in una recente sentenza di quest’anno, sottolineando anche l’onere del curatore fallimentare di richiedere la preventiva emissione del decreto del giudice delegato [4].


note

[1] Art. 42 “Beni del fallito” Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267 e successive modifiche, meglio nota come legge fallimentare.

[2] Art. 44 “Atti compiuti dal fallito dopo la dichiarazione di fallimento” l. fall.

[3] Art. 46 “Beni non compresi nel fallimento” l. fall.

[4] Cass. civ. Sez. I, sent. . 4.2015 n. 6999.

Autore immagine: 123rf com


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