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Coma irreversibile: si può porre fine alla vita?

15 Novembre 2021 | Autore:
Coma irreversibile: si può porre fine alla vita?

Quando è lecito staccare la spina a un paziente terminale per porre fine alle sue sofferenze? Chi può prendere la decisione di farlo morire?

Chi ha una persona cara affetta da una malattia terminale o da un grave incidente sa quanto sono dolorose le condizioni di un paziente tenuto in vita artificialmente, con macchinari per la respirazione e la nutrizione. Questa penosa situazione è destinata a durare per molti anni, se non ci sono capacità di miglioramento e guarigione. In questi casi di coma irreversibile si può porre fine alla vita?

A questa tremenda domanda ha risposto recentemente il tribunale di Belluno, con una decisione storica [1], che ha autorizzato un genitore a staccare la spina alla propria figlia, con il parere conforme dei medici. Per arrivare a questa pronuncia sono stati necessari alcuni adempimenti. Il padre della ragazza – di nome Samy – che è stato nominato suo amministratore di sostegno, potrà dare il consenso per interrompere la nutrizione e l’idratazione artificiale, come ha stabilito il giudice tutelare. Da quel momento Samy sarà posta in sedazione profonda, in modo da non soffrire durante il trapasso.

Questo è un importante caso in cui si può porre fine alla vita quando c’è uno stato di coma irreversibile che non lascia speranze. La nomina ad amministratore di sostegno legittima il genitore a chiedere al giudice tutelare di far cessare i trattamenti sanitari che tengono in vita Samy. La giovane era in quello stato da quando, nel novembre 2020 si era fratturata il femore ed era entrata in coma dopo un’operazione chirurgica che le aveva causato un’infezione e gravissimi danni neurologici. Samy non aveva fatto il biotestamento, ma in varie occasioni, secondo quanto hanno riferito i testimoni, parlando del caso di Eluana Englaro aveva detto che se fosse successo a lei non avrebbe voluto sopravvivere in stato vegetativo, tenuta in vita in modo artificiale attraverso una macchina.

Il consenso informato del paziente e il rifiuto dei trattamenti sanitari

La legge sul consenso informato [2] afferma «il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona» e dispone che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata, tranne che nei casi espressamente previsti dalla legge» come un intervento chirurgico indifferibile ad un paziente in gravi condizioni e privo di coscienza.

Il paziente ha diritto di essere informato non solo sulle sue condizioni di salute e sulle cure proposte dai medici, ma anche «riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi». Così il paziente può rifiutare il consenso a «qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o a singoli atti del trattamento stesso». Inoltre il malato ha «il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento.

Tra i trattamenti sanitari la legge contempla espressamente la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale. Quando il paziente rinuncia, o rifiuta, di sottoporsi a questi trattamenti «necessari alla propria sopravvivenza», il medico deve prospettare «le conseguenze di tale decisione e le possibili alternative e promuove ogni azione di sostegno al paziente medesimo, anche avvalendosi dei servizi di assistenza psicologica».

In caso di rifiuto o di rinuncia «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale».

Fine vita e terapia del dolore

Il fine vita deve avvenire nel modo più indolore possibile. La legge dedica un apposito articolo [3] a questa problematica e impone al medico di adoperarsi per alleviare le sofferenze del paziente, praticando «un’appropriata terapia del dolore». Inoltre il medico, nei casi di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, «deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati».

Così la legge vieta ogni forma di accanimento terapeutico. Alla terapia del dolore può essere associata la sedazione palliativa profonda (anche in questo caso con il consenso del paziente), se le sofferenze sono ormai incurabili o, come dice la norma, risultano «refrattarie ai trattamenti sanitari».

Paziente incapace: chi decide il fine vita?

Fin qui abbiamo esaminato i modi di espressione, o di rifiuto, del consenso da parte del paziente stesso. Ma cosa accade se egli non è in condizioni di prestarlo, come quando si trova in uno stato neurovegetativo, di coma profondo? La legge [4] stabilisce i seguenti principi per i pazienti incapaci di esprimere, o di rifiutare, il consenso, affidando la manifestazione di volontà:

  • per i minorenni, agli esercenti la responsabilità genitoriale nei loro confronti, ma sempre «tenendo conto della volontà della persona minore, in relazione alla sua età e al suo grado di maturità»;
  • per gli interdetti, al tutore, «sentito l’interdetto ove possibile»;
  • per gli inabilitati e per coloro che hanno un amministratore di sostegno «la cui nomina preveda l’assistenza necessaria o la rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, il consenso informato è espresso o rifiutato anche dall’amministratore di sostegno ovvero solo da quest’ultimo, tenendo conto della volontà del beneficiario, in relazione al suo grado di capacità di intendere e di volere».

Però nei casi in cui l’amministratore di sostegno «rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie», la decisione è rimessa al giudice tutelare. Il ricorso al giudice tutelare può essere proposto:

  • dal legale rappresentante della persona interessata;

  • dai soggetti legittimati a chiedere la nomina dell’amministratore di sostegno [5];

  • dal medico o dal rappresentante legale della struttura sanitaria.

Il testamento biologico e le disposizioni di fine vita

Con il testamento biologico, che la legge definisce «Disposizioni anticipate di trattamento», meglio note come Dat – ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere può esprimere le sue volontà riguardo all’essere curato, o non esserlo, nel caso di perdita definitiva della propria capacità di autodeterminarsi, ad esempio per l’entrata in coma irreversibile.

Facendo il testamento biologico è quindi, possibile decidere in anticipo di rifiutare i trattamenti sanitari di mantenimento artificiale in vita e di accanimento terapeutico. Il medico è tenuto a rispettare la volontà del paziente, a meno che – stabilisce la legge – [6] – esse «appaiano palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente ovvero sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita».

In caso di conflitto tra il medico e il fiduciario (la persona nominata dal testatore per rappresentarlo), o in qualsiasi altro caso in cui il paziente non sia in grado di esprimere autonomamente la propria volontà all’interruzione dei trattamenti sanitari, bisogna rivolgersi al giudice tutelare, come è accaduto nella vicenda da cui siamo partiti: il tribunale di Belluno [1] ha autorizzato il padre della paziente in coma a chiedere la cessazione del mantenimento artificiale in vita, su proposta favorevole dei medici, espressa dal Comitato etico dell’Azienda sanitaria locale.

Il giudice ha affermato che: «Devono attribuirsi all’amministratore di sostegno del paziente in stato vegetativo dichiarato irreversibile i poteri necessari alla cura ed assistenza della persona del beneficiario ed alla sua rappresentanza in via esclusiva, compreso il potere di esprimere, in nome e per conto dell’interessato, il consenso informato al compimento di tutte le necessarie attività diagnostiche, terapeutiche o chirurgiche, in particolare con attribuzione e all’eventuale interruzione delle attuali terapie e trattamenti di mantenimento in vita, compresa la desistenza dalla nutrizione artificiale somministrata mediante Peg, a seguito di specifica proposta dei medici che hanno in cura la paziente nell’ipotesi di severo aggravamento e di mancata risposta alle cure erogabili o in presenza di rischi di complicanze, scegliendo, di concerto con i medici, le modalità di interruzione dei trattamenti ed il necessario percorso di sedazione palliativa profonda, finalizzati ad escludere qualsiasi fonte di sofferenza o dolore».


note

[1] Trib. Belluno, Sez. Civile, decreto del 04.11.2021.

[2] Art. 1 L. n. 219/2017.

[3] Art. 2 L. n. 219/2017.

[4] Art. 3 L. n. 219/2017.

[5] Art. 406 Cod. civ.

[6] art. 4, co.5, L. n. 219/2017.


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