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Separazione, come si misura il mantenimento

16 Novembre 2021
Separazione, come si misura il mantenimento

Quando spetta l’assegno di mantenimento all’ex coniuge in caso di separazione e la differenza tra assegno di separazione e assegno di divorzio.

Non è facile stabilire, in caso di separazione, come si misura il mantenimento. Non almeno in via preventiva. Questo perché ogni coppia ha la sua storia, le sue condizioni economiche, i suoi equilibri, le sue spese. A influire poi sulla misura del mantenimento sono una serie di ulteriori fattori come, ad esempio, l’età delle parti, le potenzialità lavorative degli stessi, la durata del matrimonio, la presenza di figli minori.

In ogni caso, il giudice, prima di stabilire come si misura il mantenimento, verifica se ne sussistono i presupposti. Non sempre infatti è così scontato il diritto agli alimenti.

Di tanto ha parlato una recente sentenza della Cassazione [1]. Proviamo a fornire qualche suggerimento pratico.

Quando spetta il mantenimento all’ex coniuge?

L’assegno di mantenimento viene riconosciuto con la separazione se:

  • tra i due coniugi vi è un sostanziale divario economico;
  • il coniuge richiedente non viene considerato responsabile della separazione stessa (ossia – tecnicamente detto – non subisce l’addebito).

Quando spetta l’assegno di divorzio?

L’assegno di divorzio viene deciso con la causa di divorzio e si sostituisce a quello di mantenimento determinato invece all’atto della precedente separazione. Esso viene riconosciuto solo se:

  • tra i due coniugi vi è un sostanziale divario economico;
  • il coniuge richiedente non subisce l’addebito;
  • il coniuge richiedente non è in grado di mantenersi da solo.

Il terzo elemento è il punto di distinzione sostanziale tra l’assegno di mantenimento – che scatta pressoché in automatico per il solo fatto che tra i due ex coniugi vi sia una disparità economica – e quello di divorzio. Quest’ultimo infatti viene riconosciuto solo in caso di necessità. Ciò si verifica quando il coniuge non è più nelle condizioni fisiche o d’età per potersi impiegare o quando, nonostante gli sforzi (da dimostrare), non è riuscito a trovare lavoro.

Inoltre, l’assegno di divorzio viene riconosciuto tutte le volte in cui un coniuge ha rinunciato alla propria carriera lavorativa per consentire all’altro di dedicarsi al lavoro, incrementando così la ricchezza propria e della famiglia. A tale ricchezza l’ex ha diritto a partecipare attraverso appunto la corresponsione di un assegno mensile. Il riferimento è chiaramente rivolto alle donne che, d’accordo con il marito, hanno fatto le casalinghe o hanno lavorato part-time per dedicarsi a casa e figli [2].

Criteri di determinazione dell’assegno di mantenimento e di divorzio

L’assegno di divorzio non viene riconosciuto tutte le volte in cui l’ex coniuge ha una potenzialità lavorativa tale da consentirgli di rendersi autonomo e indipendente dal punto di vista economico. Ciò che conta, infatti, ai fini del riconoscimento dell’assegno divorzile, non è il divario di reddito tra i coniugi (da cui prescinde), ma il fatto che quello meno abbiente sia incapace di mantenersi da sé e ciò non dipenda da sua colpa.

Questo doppio elemento – ossia, da un lato, la totale disconnessione dell’assegno di divorzio rispetto al precedente tenore di vita della coppia e, dall’altro, la meritevolezza dello stesso – è l’elemento che distingue l’assegno di mantenimento da quello di divorzio. E difatti:

  • l’assegno di mantenimento mira a ripristinare lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio ed è quindi parametrato al reddito del coniuge più benestante, tenendo conto delle spese che questi sosterrà a seguito della separazione. Più sono floride le sue condizioni economiche, più sarà alto l’assegno di mantenimento. Al contrario, l’assegno di divorzio è slegato dal precedente tenore di vita della coppia e mira a garantire solo l’autosufficienza economica, ossia la capacità di mantenere da solo un tenore di vita “dignitoso”;
  • l’assegno di mantenimento scatta per il solo fatto che vi è una separazione e non richiede altra prova che la disparità economica; l’assegno di divorzio invece richiede anche la dimostrazione dell’incolpevolezza della condizione di disagio economico da parte del richiedente, prova che sarà quest’ultimo a dover fornire dimostrando, ad esempio, la propria età avanzata, una malattia che gli impedisca di lavorare o l’aver partecipato a concorsi o inviato c.v. in attesa di una collocazione mai avvenuta.

Oggi, la giurisprudenza sta tentennando nell’applicare i criteri di determinazione dell’assegno di divorzio anche a quello di mantenimento.

Non è ancora chiaro quale sia l’interpretazione che possa prevalere tra i giuristi: talvolta, si assiste ad interpretazioni che propendono per un prolungamento della condizione economica goduta durante il matrimonio; altre volte, si assiste a concezioni marcatamente tese a vedere nella separazione, l’anticamera del divorzio, con conseguente netta attenuazione di tutti gli obblighi coniugali, in primis quelli di natura patrimoniale, così finendo per iniziare a percorrere la strada già aperta per l’assegno di divorzio. Ne è prova una sentenza del 2011 della Cassazione che ha affermato che «ove la convivenza di fatto assuma i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune – analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio – la mera convivenza si trasforma in una vera e propria famiglia di fatto. A quel punto il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner non può che venir meno di fronte all’esistenza di una famiglia, ancorché di fatto. Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno, fondato sulla conservazione di esso» [3].

I criteri di determinazione dell’assegno di mantenimento

L’articolo 156 cod. civ. recita testualmente che «il Giudice pronunziando la separazione stabilisce a carico del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia redditi propri».

Come anticipato, il diritto all’assegno di mantenimento nasce se ricorrono queste circostanze:

  • non addebitabilità della separazione;
  • mancanza nel beneficiario di adeguati redditi, tali da consentirgli di mantenere un tenore di vita equivalente a quello goduto in costanza di matrimonio;
  • sussistenza di una disparità economica tra i due coniugi tenendo anche conto del contesto sociale in cui i coniugi hanno vissuto durante la convivenza.

Il giudice, dunque, deve accertare il tenore di vita che è, allo stesso tempo, il riferimento per valutare la sussistenza del diritto all’assegno di mantenimento ed anche il criterio per la determinazione del suo ammontare goduto in costanza di matrimonio, «e successivamente verificare se il coniuge istante abbia redditi sufficienti per mantenerlo» [4].

L’assegno di mantenimento, in altri termini, deve essere fissato nella misura sufficiente a permettere al coniuge debole di mantenere, nei limiti del possibile, lo stesso tenore di vita goduto in costanza di matrimonio [5].

Deve poi considerarsi l’incremento del reddito di uno dei coniugi e l’eventuale decremento del reddito dell’altro, anche se verificatosi nelle more del giudizio di separazione.

Anche l’attitudine al lavoro dei coniugi è un indice della capacità di guadagno che ha il suo peso ai fini del riconoscimento e della liquidazione dell’assegno di mantenimento. Si tratta di una valutazione che va appurata dal giudice caso per caso tenendo conto dell’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività retribuita in un determinato contesto ambientale, e non sulla base di considerazioni astratte ed ipotetiche. Qualora la possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa venga riscontrata in termini effettivi, questa costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento, e il giudice dovrà tenere conto, non solo dei redditi in denaro, ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica [6].


note

[1] Cass. ordinanza n. 12329 del 10.05.2021.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[3] Cass. Civ., Sez. I, sent. 11.08.2011 n. 17195 e in senso conforme, anche Trib. Torino, decr. 1.12.2011.

[4] Cass. civ. n. 9294 del 16.04.2018.

[5] Cass. civ. n. 28938 del 4.12.2017.

[6] Trib. Velletri, 21.10.2019: «In tema di separazione personale dei coniugi, l’attitudine al lavoro proficuo dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno – qualora venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale e con esclusione di mere valutazioni astratte e ipotetiche – costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione della misura dell’assegno di mantenimento da parte del giudice, che deve tenere conto non solo dei redditi in denaro ma anche di ogni utilità o capacità dei coniugi suscettibile di valutazione economica».


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