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Articolo 1 Costituzione: spiegazione

16 Novembre 2021 | Autore:
Articolo 1 Costituzione: spiegazione

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro: cosa dice l’articolo 1 della Costituzione. Qual è il significato.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La nostra Costituzione è entrata in vigore il 1° gennaio 1948. Ci sono voluti 7 mesi per scriverla. I lavori dell’Assemblea Costituente iniziarono il 2 giugno 1946 e terminarono il 31 dicembre dello stesso anno.  

Pensate: per fare una legge, i parlamentari di oggi impiegano anni, a volte una legislatura intera. Altre volte bisogna addirittura attendere la legislatura successiva. Invece, il più bel testo che abbia partorito la nostra storia repubblicana ha richiesto solo 7 mesi. I capolavori si creano così. Per folgorazione…

Vediamo allora quali sono questi 139 capolavori di cui si compone la nostra Costituzione, partendo dal primo: l’articolo 1.

Cos’è l’Italia

La prima parte dell’articolo 1 della Costituzione recita in questo modo:

«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro».

Questa norma ha 4 parole chiave. 

La prima è «Italia». Notate: non si parla più di «Stato» come era, in precedenza, nello Statuto Albertino, l’antenato della nostra Costituzione. L’Italia quindi rivendica una sua identità non solo geografica come aveva detto, per offenderci, il Metternich.

La seconda parola chiave è «Repubblica». I nostri padri costituenti hanno infatti voluto sottolineare la cesura rispetto al passato, caratterizzato dalla monarchia.

La terza parola chiave è «Democrazia». L’Italia è una repubblica democratica in quanto voluta e proclamata dal popolo. Perché sottolinearlo? Perché esistono anche repubbliche totalitarie, dove il Presidente è in realtà un sovrano, un despota. L’Italia invece nasce come Repubblica a seguito di una votazione a suffragio universale a cui parteciparono tutti i cittadini aventi diritto al voto. Nessuno ci ha imposto di essere una repubblica, nessuno ci ha imposto di essere una democrazia. Siamo noi che lo abbiamo voluto. 

Fra l’altro, la fine della Costituzione si collega al suo inizio come in un cerchio. L’ultimo articolo, infatti, il 139 stabilisce che la forma repubblicana non può mai essere oggetto di modifica. Ma quindi l’Italia non potrà diventare una dittatura, una monarchia o un’altra forma di governo, a meno di un colpo di Stato.

La quarta parola chiave è «Lavoro». Perché fondare l’Italia proprio sul lavoro e non sulla solidarietà, sull’amore, sull’altruismo, su altri diritti come la libertà di pensiero, di parola, di religione? 

Innanzitutto, perché il lavoro ha una duplice funzione. Da un lato nobilita l’uomo, dall’altro contribuisce al miglioramento della società. Quando una persona lavora manda avanti sé e la propria famiglia, fa progredire l’azienda che lo ha assunto, l’economia della nazione, porta avanti il progresso di tutto il mondo, l’evoluzione dell’uomo stesso. Quindi, il lavoro del singolo è un bene per la collettività.

Ma non solo. Il lavoro viene inteso come diritto per eliminare gli sfruttamenti e quelle forme di “dipendenza-schiavitù” spesso utilizzate, purtroppo non solo nel passato, per negare i diritti personali. In Italia, se non puoi lavorare non morirai mai di fame ma godrai di sussidi, di una pensione sociale, di un’assistenza sanitaria, di una casa popolare. Nessuno ti potrà mettere in galera se sei povero, nessuno ti potrà torturare, mortificare per strada; nessuno potrà costringere un bambino a lavorare per sfamarsi.

Inoltre, riconoscere l’Italia come fondata sul lavoro esclude che la società possa stratificarsi in base ai privilegi, ai titoli nobiliari: guadagni per quanto lavori e, in base a questo, si determinerà il tuo tenore di vita. Insomma, il diritto al lavoro è lo strumento principale per garantire l’uguaglianza e la dignità delle persone. 

Chi ha il potere in Italia?

La seconda parte dell’articolo 1 della Costituzione dice:

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Questa norma sancisce un principio ignorato e calpestato per millenni: quello della sovranità del popolo. È una vera e propria rivoluzione nella concezione del potere: il popolo non è più considerato un suddito ma un sovrano di sé stesso. 

Ma siccome i nostri padri costituenti volevano allontanare quanto più possibile l’idea di un sovrano despota, anche se proveniente dal popolo, si è stabilito che questa sovranità deve essere esercitata «nelle forme e nei limiti prescritti dalla Costituzione».

In questo modo, la Costituzione costituisce un argine alla possibilità di un popolo-padrone.

La seconda parte dell’articolo 1 della Costituzione ha un importante risvolto pratico: all’apice della nostra piramide non c’è, a ben vedere, il popolo, ma la Costituzione a cui il popolo – ossia il sovrano – è assoggettato e che quindi deve rispettare. La Costituzione, in sintesi, prevale sempre sulla volontà del popolo. Così non ci potrà mai essere un legislatore che possa violare la Costituzione. Sarebbe ad esempio illegittima una legge razziale o la pena di morte. 

Ciò distingue la nostra epoca da quella passata: il legislatore non potrà mai essere tiranno, anche se eletto democraticamente dal popolo. Su di lui prevarrà sempre la Costituzione. Tutto ciò evita una dittatura del popolo, cioè la possibilità che i suoi rappresentanti eletti si arroghino diritti autoritari fondati sull’arbitrio.  

Questo significa anche che il popolo non può arrogarsi il diritto di decidere quali leggi rispettare e quali no, almeno fino a quando queste non vengono dichiarate incostituzionali. Ciò rende illegittima anche la disobbedienza civile, considerata come opportunistica forma di sottrazione ai doveri di legge. 

Si sente spesso dire che è giusto disobbedire a una legge ingiusta. In realtà, questo poteva valere quando non c’era argine al legislatore e le leggi potevano stabilire cose terrificanti ai danni dei più deboli. Oggi, c’è una Costituzione scritta e rigida oltre cui il Parlamento e Governo non possono andare.

Una legge in vigore deve essere rispettata da tutti, a prescindere dal fatto che sia stata adottata da un governo simpatico o antipatico, che si tratti di una norma comoda o scomoda. Ogni norma è vincolante e solo la Corte Costituzionale può stabilire cosa è legittimo o no, non di certo il cittadino. 

Il popolo è davvero sovrano in Italia?

In realtà, il principio della sovranità popolare è stato spesso calpestato nel nostro Paese. La democrazia parlamentare è stata sequestrata dai partiti con leggi elettorali che non consentono ai cittadini di scegliere il candidato ma il gruppo, ossia il partito, che poi manda in Parlamento chi preferisce secondo delle logiche davvero contorte. 

E che dire poi del referendum che tutti i governi, di destra o di sinistra, di centro o di lato, hanno calpestato con una serie di trucchetti. Si pensi al celebre caso della consultazione sul finanziamento pubblico ai partiti, che nel 1993 venne abrogato dal 90% dei votanti, ma fu immediatamente riesumato sotto mentite spoglie. E al referendum sull’abolizione del sistema dell’acqua pubblica in mano al privato, il cui voto non è mai stato rispettato. 

Questa antipatia dei politici verso il referendum nasconde una diffidenza verso il popolo, considerato ignorante e incapace di decidere le sorti della nazione. Ma potremmo ribattere sostenendo che, se l’elettore è incompetente, lo è anche l’eletto, perché l’eletto è scelto proprio nella stessa cerchia degli elettori. 



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