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Acquisizione dei tabulati telefonici da parte del giudice come prova di un reato

3 Luglio 2014 | Autore:
Acquisizione dei tabulati telefonici da parte del giudice come prova di un reato

Durante una conversazione telefonica mi sono lasciato sfuggire parole molto pesanti verso una terza persona (non presente alla conversazione) che, appena informata del fatto, ha presentato querela nei miei riguardi: può il giudice autorizzare l’acquisizione dei tabulati telefonici e quindi delle registrazioni dei colloqui intercorsi come mezzo di ricerca delle prove per il reato di diffamazione?

Secondo quanto previsto dal Codice sulla privacy [1], i dati relativi al traffico telefonico devono essere conservati dal fornitore per 24 mesi per finalità di accertamento e repressione dei reati.

Pertanto, entro tale termine possono essere acquisiti dal Giudice con decreto motivato.

Quindi, nel Suo caso, i tabulati del traffico telefonico relativo all’utenza in questione ben potranno essere legittimamente acquisiti entro i due anni previsti dalla legge e di conseguenza utilizzati come mezzo di ricerca della prova a Suo carico.

Quanto invece al contenuto delle conversazioni, qualora sia stato registrato dalla persona destinataria della conversazione medesima, la Costituzione [2] sancisce il principio dell’inviolabilità della libertà e della segretezza di ogni forma di comunicazione.

Per questo motivo, le intercettazioni di conversazioni telefoniche sono consentite solo nei procedimenti relativi ad alcuni reati tassativamente elencati dal codice di procedura penale [3] nel quale è previsto, tra gli altri, il reato di ingiuria ma non quello di diffamazione.

Lo stesso codice [4] per cominciare le operazioni di intercettazione e registrazione delle comunicazioni telefoniche richiede la necessaria e preventiva autorizzazione da parte del Giudice con decreto motivato.

Per questi motivi tecnico-giuridici il contenuto delle Sue conversazioni telefoniche intercorse con i colleghi non può essere stato intercettato né tantomeno registrato e quindi non potrà neanche essere utilizzato come mezzo di ricerca della prova nei Suoi confronti.

Quanto fin qui illustrato si riferisce alle intercettazioni e registrazioni eseguite dalla Polizia Giudiziaria tramite gli impianti della Procura della Repubblica secondo quanto previsto dal codice di procedura penale [5]; quindi potranno essere pienamente utilizzabili e di conseguenza valutate come mezzi di prova per la decisione da parte del Giudice.

Diversa è invece la disciplina relativa alle registrazioni delle conversazioni fatte da un privato tra persone presenti.

Infatti sono registrazioni non provenienti da una fonte certa (ma da un privato appunto) e soprattutto non eseguite nel rispetto di tutte le garanzie di legge sopra indicate; quindi di sicuro non hanno lo stesso valore di quelle eseguite dalla Polizia Giudiziaria.

Nonostante ciò, le relative trascrizioni potrebbero comunque essere acquisite nel processo penale come documenti provenienti dall’imputato [6] liberamente valutabili dal Giudice.


note

[1] Art. 132 del Codice in materia di protezione dei dati personali.

[2] Art. 15 Cost.

[3] Art. 266 cod. proc. pen.

[4] Art. 267 cod. proc. pen.

[5] Art. 268 cod. proc. pen.

[6] Art. 237 cod. proc. pen.

Autore immagine: 123rf com


1 Commento

  1. Sono entrato ad abitare 18 anni fa in un’ appartamento a detta del proprietario in COMODATO art. 1803 di cui non ho mai saputo cosa fosse anche perché non mi hanno mai dato copia del contratto per potermi informare. Hanno sempre preteso l’affitto in contanti.
    Comunque per farla breve un giorno la proprietaria è venuta a casa e parlando di varie cose ho tirato fuori il discorso dell’ affitto di cui ho registrato, e la proprietaria parla espressamente che l’ affitto in nero di 1.000,00 euro ogni 3 mesi servivano alla madre. non avendo altre prove ho dovuto fare tutto questo. E’ legittimo ai fini di un’ eventuale processo?
    Grazie per la risposta che mi darete.

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