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Qual è la sanzione per chi non fa lo scontrino?

4 Febbraio 2022 | Autore:
Qual è la sanzione per chi non fa lo scontrino?

Multa salata per l’esercente che cerca così di evadere le tasse e rischia la sospensione dell’attività. Come deve comportarsi in caso di contestazione.

Chi lo fa per distrazione (anche se non dovrebbe) e chi lo fa apposta. Non manca mai chi ha una sorta di «amnesia» quando deve battere sul registratore di cassa l’incasso di una consumazione o di una vendita per consegnare al cliente lo scontrino fiscale. Eppure, farlo sarebbe nel suo interesse, oltre che in quello di tutta la collettività, soprattutto di quella parte di contribuenti che paga in modo regolare e scrupoloso le tasse. Nel suo interesse perché se gli capitasse un controllo si morderebbe le mani: ha mai pensato qual è la sanzione per chi non fa lo scontrino? Sì, molto probabilmente lo sa. Ma è convinto che le verifiche toccano sempre agli altri e nella sua testa rimbomba la solita domanda: «Chi vuoi che mi faccia un controllo?».

Sarà la Guardia di Finanza a piombare nel suo esercizio prima o poi. E se i militari scoprono che non ha rispettato l’obbligo di emettere e di consegnare lo scontrino fiscale, meglio che si prepari a pagare una multa salata. Sempre che non perseveri nella trasgressione per più di tre volte: alla quarta nell’arco di cinque anni scatta la sospensione dell’attività per un periodo di tempo non indifferente.

Si salva chi può, cioè chi è esonerato da tale vincolo. Si tratta di qualche categoria di esercenti, tra cui giornalai, tabaccai o benzinai (ma solo per il carburante). Ecco qual è la sanzione per chi non fa lo scontrino.

Scontrino fiscale: perché non viene fatto?

Appare fin troppo scontato: un esercente non fa lo scontrino perché vuole pagare meno tasse. Non emettere il documento fiscale significa fare finta di non avere incassato dei soldi. E, in alcuni casi, non è difficile: come si fa a stabilire quanti caffè può aver fatto un barista durante il giorno? O quanti menù lavoro ha servito un ristorante a mezzogiorno? Quante caramelle può aver venduto in una mattinata il titolare di un negozio di dolciumi? Forse è più complicato in altri settori, come i negozi di franchising che devono rendere conto alla casa madre della merce venduta o invenduta. Ma il modo, volendo, lo si trova.

Non fare lo scontrino fiscale significa, prima di tutto, prendere in giro la gente onesta che paga zelantemente le tasse ogni mese, ogni trimestre, ogni anno. Significa per il trasgressore non pagare le imposte sull’incasso, cioè sull’effettivo reddito percepito. E significa anche non pagare l’Iva sulla merce venduta. Iva, peraltro, versata dal consumatore perché compresa nel prezzo ma che resta nelle tasche dell’esercente.

Scontrino fiscale: cosa deve riportare?

Dopo l’installazione del registratore di cassa, l’esercente è obbligato a comunicarlo all’Agenzia delle Entrate entro il giorno successivo. L’installazione deve essere sottoscritta dal tecnico che l’ha effettuata, il quale consegnerà all’esercente un libretto con il numero di matricola dell’apparecchio. La manutenzione ordinaria deve avvenire obbligatoriamente una volta ogni anno.

Affinché sia ritenuto regolare, lo scontrino fiscale deve riportare almeno le seguenti informazioni:

  • denominazione o ragione sociale dell’esercizio oppure nome e cognome dell’esercente se persona fisica;
  • luogo in cui si trova il punto vendita;
  • data e ora in cui è stato emesso;
  • numero progressivo;
  • numero di partita Iva o codice fiscale;
  • logotipo fiscale e numero di matricola del registratore di cassa;
  • corrispettivi parziali (se si tratta di più beni) con eventuali sconti o rettifiche;
  • eventuali subtotali;
  • eventuali indicazioni sul rimborso per restituzione merce;
  • totale del corrispettivo da pagare preceduto dalla scritta «Totale» con grafica diversa rispetto al resto.

Può capitare, in alcuni casi, che il modello di registratore riporti anche sullo scontrino l’importo ricevuto e il resto dovuto al cliente.

Scontrino fiscale: chi non lo deve fare?

Ci sono, come accennato, delle categorie di esercenti che non sono tenute all’emissione dello scontrino fiscale. Sono esclusi dall’obbligo i rivenditori di:

  • tabacchi e beni commercializzati dai Monopoli di Stato: se alla rivendita di tabacchi è associato un bar, l’esercente dovrà fare lo scontrino solo per le consumazioni ma non per il pacchetto di sigarette o per la scatola di fiammiferi;
  • carburanti e lubrificanti per autotrasporto. Vale come sopra: se nel distributore c’è un bar o una tavola calda, il gestore dovrà fare lo scontrino per le consumazioni ma non per la benzina o per il gasolio;
  • giornali, quotidiani e riviste periodiche;
  • beni iscritti ai pubblici registri;
  • prodotti agricoli commercializzati da produttori in regime speciale;
  • beni se accompagnati da fattura o bolla da cui risulti l’ammontare del corrispettivo.

C’è l’esenzione dall’emissione dello scontrino fiscale anche per molti servizi. Tra questi, a titolo esemplificativo:

  • somministrazione di cibo e bevande nelle mense aziendali e scolastiche gestite da enti pubblici e associazioni di assistenza;
  • tutti i servizi svolti in luoghi convenzionati con la Pubblica Amministrazione;
  • venditori ambulanti non muniti di attrezzature motorizzate o per il commercio di beni di modico valore;
  • vendita con utilizzo di apparecchi automatici a gettone o moneta;
  • tassisti;
  • traghetti con barche a remi o con trasporti con trazione animale.

Scontrino fiscale: qual è la sanzione per chi non lo fa?

Veniamo al tasto dolente. Chi non appartiene alle categorie sopra citate e non fa lo scontrino fiscale rischia una sanzione amministrativa pecuniaria pari al 100% dell’Iva evasa e, comunque, di non meno di 500 euro. Questa sarà la sanzione minima da versare anche quando non è stato fatto lo scontrino per un caffè che costa 1 euro.

Attenzione, però: la sanzione viene applicata per ogni scontrino non fatto. Vuol dire che tre caffè non registrati costano all’esercente almeno 1.500 euro.

Non vale nemmeno fare uno scontrino per un prezzo inferiore a quello effettivamente incassato. È il caso, ad esempio, di chi fa pagare 12 euro per un menù lavoro e fa lo scontrino da 1 euro dicendo al cliente: «Nel caso, fai come se avessi preso un caffè». La sanzione, in questo caso, è la stessa di chi lo scontrino non lo fa: 100% dell’Iva evasa e un minimo di 500 euro.

Va peggio – ma sono casi più unici che rari – a chi nemmeno installa il registratore di cassa: la sanzione va da 1.000 a 4.000 euro. Se, invece, non è stata fatta la tempestiva richiesta di riparazione del registratore, la sanzione va da 250 a 2.000 euro.

E ancora: sanzione del 100% dell’Iva e un minimo di 500 euro per chi non provvede all’annotazione dei corrispettivi, mentre chi non esibisce il registro dei corrispettivi rischia dai 1.000 agli 8.000 euro di multa.

Scontrino fiscale: chi non lo fa rischia la chiusura?

Fin qui, le sanzioni amministrative. Ma ci sono anche quelle accessorie, che possono essere applicate insieme alle altre, creando un danno ancora maggiore.

Chi, ad esempio, viene sorpreso a non rilasciare quattro scontrini nell’arco di cinque anni rischia la sospensione della licenza o dell’autorizzazione ad esercitare l’attività commerciale per un periodo compreso fra tre giorni e un mese, nel caso in cui la sanzione amministrativa sia diventata definitiva.

Se il valore dell’importo evaso con i quattro scontrini non emessi in cinque anni supera i 50.000 euro, la sospensione può essere da uno a sei mesi.

Scontrino fiscale: cosa deve fare l’esercente?

L’esercente sanzionato per la mancata emissione dello scontrino fiscale ha diverse possibilità. La prima, la più semplice, pagare la sanzione all’Agenzia delle Entrate. Ha 60 giorni di tempo dalla data di notifica per farlo e per ottenere, in questo modo, la riduzione a 1/3 del minimo. Verserà, quindi, 166,66 euro anziché 500. Per il pagamento può essere utilizzato il modello F24 indicando il tributo riguardante la sanzione, l’anno in cui è stata elevata la sanzione e i codici del tributo e dell’atto, che si trovano nel verbale di contestazione. L’avvenuto pagamento deve essere comunicato all’Agenzia delle Entrate che ha emesso l’atto.

La seconda opzione consiste nel presentare, sempre entro 60 giorni, un’istanza alla Direzione provinciale delle Entrate che ha emesso l’atto per ottenere un riesame della pratica. Ovviamente, l’esercente deve recuperare dal registratore di cassa una copia dello scontrino contestato e tentare di convincere il Fisco della sua buona fede, ad esempio argomentando un guasto nell’apparecchio o il fatto che il cliente ha buttato via lo scontrino quando era ancora all’interno dell’esercizio.

Dopodiché, meglio aspettare seduti: l’Agenzia ha 365 giorni di tempo per decidere se accogliere o respingere l’istanza. Se tutto tace, allo scadere del termine partono altri 60 giorni in cui è possibile presentare un ricorso tributario.

Infine, terza e ultima possibilità per l’esercente è quella di presentare un’istanza di reclamo/mediazione all’Agenzia delle Entrate, ancora entro 60 giorni dalla data di notifica. Il Fisco avrà 90 giorni da quando riceve l’istanza per decidere. Anche qui, se tutto tace, scattano altri 30 giorni di tempo per chiedere il parere della Commissione tributaria provinciale, che fisserà un’udienza in cui chiuderà definitivamente il caso in un senso o nell’altro.

A dire la verità, ci sarebbe una quarta alternativa, cioè quella di restare inermi e non fare alcunché. In questo caso, però, trascorsi i 60 giorni dalla data di notifica, l’Agenzia delle Entrate provvederà alla riscossione coattiva della sanzione previa iscrizione a ruolo.



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