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Risarcisce la banca che vende azioni di società prossima al fallimento

3 Luglio 2014
Risarcisce la banca che vende azioni di società prossima al fallimento

Si configura insider trading nei confronti dei vertici dell’Istituto di credito che piazzano sul mercato obbligazioni di compagnie alle quali hanno deciso di chiudere i rubinetti del credito.

La banca sa più di chiunque altro quali società stanno per fallire e quali, invece, navigano in buone acque. Ed ecco perché spesso accade che gli stessi istituti di credito, dopo aver prestato denaro, se il cliente è prossimo al default, piazzano sul mercato i titoli dei loro debitori, suggerendoli agli investitori, al solo (ed egoistico) scopo di recuperare i propri crediti.

Insomma, si tratta, per come è agevole comprendere, di una tecnica commerciale estremamente scorretta e illecita, perché cela agli investitori – siano essi piccoli risparmiatori che gente “di mestiere” che agisce per scopi speculativi – il reale “rischio” che si cela dietro un investimento: in altri termini, è un modo ben congeniato di scaricare le prevedibili perdite sui poveri consumatori.

La banca sa ma tace

La Cassazione ha più volte bacchettato il comportamento poco cristallino dei consulenti finanziari, e in particolar modo di quelli interni alle stesse banche. Da ultimo, questa mattina, la Suprema Corte ha pubblicato una sentenza [1] con cui ha ritenuto che si configuri il cosiddetto insider trading tutte le volte che la banca piazzi sul mercato le obbligazioni di una compagnia nei cui confronti ha già deciso di chiudere i rubinetti del credito. È stato così riconosciuto un risarcimento pari a 0,0051 euro per ogni azione “bidone”, venduta alla clientela.

La trasformazione dei crediti in partecipazioni – ammoniscono i giudici della Cassazione – non deve divenire, per gli enti creditizi, uno strumento per trasferire indebitamente sui terzi la perdita del valore corrispondente al vecchio credito.

L’insider trading – ossia la vendita (considerata illecita) di titoli da parte di soggetti che, per una loro posizione privilegiata, sono a conoscenza di informazioni riservate – si configura non solo se le informazioni riguardano comportamenti e decisioni altrui, ma anche quelle che investono la propria condotta, come potrebbe essere la decisione della banca di non finanziare più una società.

In definitiva, tutte le volte che si verifica uno squilibrio informativo rispetto al mercato, quando il pubblico degli investitori può solo velatamente “sospettare un rischio insolvenza della società, ma senza avere la certezza dell’irrimediabile dissesto, l’intermediario finanziario che ha suggerito i titoli (la banca) è responsabile e deve risarcire per il pessimo investimento.


note

[1] Cass. sent. n. 15224/14.

Autore immagine: 123rf com


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