Diritto e Fisco | Articoli

Maltrattamenti: quando è reato?

17 Novembre 2021 | Autore:
Maltrattamenti: quando è reato?

Abusi ripetuti nel tempo contro familiari, conviventi e persone sottoposte alla propria autorità: qual è la pena e chi può denunciare il delitto?

Maltrattare una persona è reato? Dipende dalle circostanze. Secondo il Codice penale, le sofferenze fisiche e morali provocate a un’altra persona costituiscono delitto solamente se commesse in un determinato contesto. Ad esempio, ingiuriare e umiliare un individuo non costituisce di per sé reato; lo diventa, però, se questa stessa condotta è commessa a danno di persona convivente. Con questo articolo vedremo quando sono reato i maltrattamenti.

In linea di massima, possiamo dire che trattare male una persona è un illecito penale solamente se la condotta è ripetuta nel tempo e commessa nei riguardi di soggetti con cui si ha un rapporto di convivenza o di affidamento. Come vedremo, per legge scatta il reato anche se gli abusi sono commessi nei confronti degli alunni oppure dei pazienti ricoverati in una casa di cura. Insomma: ogni volta che c’è un rapporto di vicinanza tra vittima e carnefice è possibile che si integri il reato in questione.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha delimitato la portata dell’illecito: affinché scatti il reato di maltrattamenti non è sufficiente la condotta poco professionale dell’infermiere o dell’operatore socio-sanitario, quando questa è frutto solo di incompetenza, scarsa professionalità e frustrazione. Approfondiamo la questione.

Maltrattamenti: cosa sono?

Da un punto di vista giuridico, i maltrattamenti consistono in condotte ripetute nel tempo capaci di infliggere sofferenze fisiche o anche solo morali.

Le caratteristiche dei maltrattamenti sono dunque due:

  • l’idoneità a provocare dolore, anche solo morale;
  • la reiterazione. Una sola condotta offensiva non sarebbe sufficiente. Si dice infatti che il reato di maltrattamenti è abituale, cioè deve necessariamente essere ripetuto nel tempo.

Per maltrattamenti si intende dunque ogni tipo di condotta che si traduce in un abuso nei confronti della vittima. Nei maltrattamenti non rientrano soltanto i soprusi fisici, ma anche quelli psicologici. Ad esempio, costituisce maltrattamento la condotta vessatoria consistente in continui insulti e umiliazioni.

Maltrattamenti: quando c’è reato?

I maltrattamenti sono reato solo se commessi in un determinato contesto. Secondo la legge [1], scatta il delitto di maltrattamenti solo quando la condotta offensiva è posta in essere nei confronti di:

  • un convivente, non necessariamente parente o familiare;
  • una persona sottoposta alla propria autorità. Si pensi al rapporto tra il tirocinante e il suo maestro o tra dipendente e datore di lavoro;
  • una persona affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, per l’esercizio di una professione o di un’arte. È il caso degli alunni in una scuola, dei pazienti in un ospedale, degli anziani in una casa di riposo.

Insomma: i maltrattamenti sono reato soltanto se commessi nei confronti di un soggetto che si trova in un particolare rapporto con l’autore del crimine.

Se lo stesso fatto venisse commesso in altre circostanze, diverse da quelle sopra indicate, allora si avrebbe un altro reato oppure addirittura potrebbe non esserci alcun crimine.

Ad esempio, ingiuriare e umiliare una persona che si trova in strada non è reato, a meno che la condotta non si ripeta costantemente nel tempo, così da integrare il delitto di stalking.

Se, invece, la stessa condotta viene tenuta nei riguardi di un convivente (ad esempio, della moglie), allora si avrebbe il reato di maltrattamenti.

Maltrattamenti: quando non è reato?

Come ricordato sopra, una sola condotta colpevole non è sufficiente. Ad esempio, il padre che percuote il figlio in preda a un improvviso e occasionale stato d’ira rischia di essere incriminato per percosse o per lesioni personali, ma non per maltrattamenti.

Secondo la Corte di Cassazione [2], i comportamenti poco professionali tenuti dell’operatore socio-sanitario nei confronti degli ospiti della residenza per anziani non bastano per integrare il reato di maltrattamenti; a maggior ragione, poi, se essi sono conseguenza della stanchezza e della frustrazione per l’incapacità di gestire persone poco collaborative e propense anche a comportamenti provocatori verso il personale.

Insomma, la Corte di Cassazione ci ricorda che, per aversi il reato di maltrattamenti, occorre la precisa volontà di arrecare del dolore (fisico o morale) alla vittima, non potendosi ritenere sussistere tale condizione in caso di comportamenti maldestri, isolati ed episodici, poco consoni alla delicatezza del compito assegnato, ma senza la volontà di arrecare sofferenze gratuite, né di porre in essere vessazioni o soprusi ai danni delle vittime.

Maltrattamenti: come sono puniti?

Il reato di maltrattamenti è punito con la reclusione da tre a sette anni. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità, ovvero se il fatto è commesso con armi.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Maltrattamenti: serve la querela?

Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi è procedibile d’ufficio. Ciò significa che chiunque può sporgere denuncia alle forze dell’ordine, anche persona totalmente estranea alle violenze e al nucleo familiare.

Ad esempio, se il vicino di casa si accorge che dall’appartamento accanto provengono urla disperate, potrebbe egli stesso segnalare il fatto alle autorità.

Di conseguenza, per segnalare i maltrattamenti non occorre necessariamente la querela della persona offesa, sporta nel termine di tre mesi dalla commissione del crimine.

Il fatto che il reato di maltrattamenti sia procedibile d’ufficio è molto utile per tutte le vittime che hanno timore di segnalare i soprusi che patiscono quotidianamente per via di pericolose ritorsioni del convivente. In casi del genere, è possibile ad esempio raccontare a una persona di fiducia ciò che accade tra le mura domestiche, così che sia quest’ultima a sporgere denuncia.

Maltrattamenti: cos’è il Codice rosso?

I maltrattamenti commessi in ambito domestico rientrano per legge nel cosiddetto Codice rosso [3]. Cos’è e in cosa consiste?

Il Codice rosso è una procedura d’urgenza che la legge ha introdotto per offrire una tutela tempestiva alle persone vittime di violenza di genere e/o familiare.

In pratica, la denuncia per maltrattamenti in famiglia obbliga la polizia a comunicare immediatamente la notizia di reato alla Procura della Repubblica territorialmente competente.

Il pubblico ministero, ricevuta la denuncia, ha tre giorni di tempo per assumere informazioni direttamente dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato. Così facendo, il pm potrà valutare fin da subito se sussistono gli estremi per chiedere al giudice l’emissione di una misura cautelare, come ad esempio l’allontanamento dalla casa familiare.

Il termine di tre giorni può essere prorogato solamente in presenza di comprovate esigenze di tutela di minori o della riservatezza delle indagini, pure nell’interesse della persona offesa.


note

[1] Art. 572 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 41562 del 15 novembre 2021.

[3] Legge n. 69 del 19 luglio 2019.

Autore immagine: canva.com/

Cass. pen., sez. VI, ud. 30 settembre 2021 (dep. 15 novembre 2021), n. 41562
Presidente Villoni – Relatore Amoroso

Ritenuto in fatto

1. La Corte di appello di Torino con la sentenza impugnata, in riforma della sentenza emessa dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Vercelli, ha assolto le imputate S.Z. , G.C. e K.A.S. dai reati di maltrattamenti ex artt. 81 e 572 c.p., loro rispettivamente ascritti ai capi A), B) e C), in qualità di operatrici socio sanitarie della struttura per anziani (omissis) di (…), con condotte reiterate nel tempo nei confronti di alcuni ospiti della struttura, e precisamente per S. ai danni di Z.G. , F.L. , P.P. , per G. ai danni di S.E. e F.L. , per K. ai danni di S.E. e F.L. (fatti commessi negli anni 2016, 2017 e 2018)

La Corte di appello, vagliato il compendio probatorio, costituito in massima parte da intercettazioni video-ambientali e dalle dichiarazioni rese dalle persone offese, ha escluso la sussistenza dei reati per difetto di condotte intrinsecamente maltrattanti, per la mancanza dell’abitualità e per l’assenza di una generalizzata situazione di maltrattamenti ai danni degli anziani, essendo le condotte descritte dalle persone offese, come anche quelle emergenti dalle videoriprese, solo espressione di una scarsa preparazione professionale, integranti comportamenti maldestri, per lo più isolati ed episodici, poco consoni alla delicatezza del compito assegnato, ma senza la volontà di arrecare sofferenze gratuite, nè di porre in essere vessazioni o soprusi ai danni delle persone offese.

In altri termini, secondo la Corte di appello le accuse rivolte alle tre imputate erano condizionate dalla ridotta attendibilità delle poche persone offese che le avevano segnalate, affette da gravi problemi cognitivi per forte decadimento psicofisico dovuto a demenza senile, oltre che rese poco decifrabili dalla difficoltà dei compiti assegnati alle tre operatrici sanitarie che si occupavano del cambio dei pannoloni dei predetti anziani.

2. Avverso la sentenza ha presentato ricorso per cassazione la parte civile costituita (omissis) di (…) deducendo un unico motivo per vizio di motivazione con riguardo alla ravvisata episodicità dei comportamenti valutati obiettivamente maltrattanti per la contraddittoria esclusione della valenza ambientale e generalizzata dei maltrattamenti riconosciuta dal primo giudice e che avrebbe dovuto rendere penalmente rilevante a titolo di concorso anche quelle condotte meno gravi, caratterizzate da modi bruschi ed indelicati, ove inserite nella più ampia e generalizzata attività di maltrattamenti posta in essere dalle predette imputate.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

La Corte di appello ha escluso la sussistenza dei reati sul duplice rilievo che le singole condotte ascritte non integravano atti di contenuto vessatorio, essendo espressione piuttosto di impreparazione e scarsa competenza professionale e che, per altro verso, il carattere episodico ed isolato delle lamentele nel contesto di una situazione di generale gradimento espresso dalle stesse persone offese rispetto agli altri operatori che in alcuni casi usavano modi non diversi da quelli delle tre imputate, escludeva l’abitualità della condotta, richiesta quale requisito strutturale del reato di maltrattamenti.

Gli argomenti posti a fondamento della decisione, sorretti da una puntuale analisi delle fonti di prova (video-riprese e dichiarazioni delle persone offese), appaiono logicamente congrui e perciò non sindacabili in sede di legittimità per i denunziati profili di violazione di legge e di vizio della motivazione.

D’altra parte, è priva di un reale ancoraggio probatorio ed è perciò meramente apodittica la tesi della parte civile secondo cui le imputate avrebbero comunque offerto un efficiente e consapevole contributo concorsuale al contesto delle condizioni di vita nella struttura, contesto definito apoditticamente come generalmente maltrattante, ascrivibile alle distinte condotte materiali dei predetti operatori sanitari, in contrasto con le risultanze probatorie analizzate nella sentenza impugnata.

Il tema del clima di indistinta sopraffazione e delle correlate responsabilità di figure professionali che operano nell’ambito di comunità socio assistenziali preposte alla cura di soggetti fragili (malati e inabili), e della configurabilità del reato ex art. 572 c.p., quando non vi sia prova di specifici atti di prevaricazione da parte dei singoli, non può venire qui in considerazione.

La giurisprudenza di legittimità ha ritenuto integrato l’estremo della abitualità delle condotte vessatorie quando esse attingano indistintamente la platea dei soggetti passivi, senza che rilevino specifici atti di sopruso posti in essere ai danni dei singoli.

Ma il concorso presuppone pur sempre un contributo causale fornito da ciascun concorrente, in quanto il carattere personale della responsabilità penale impedisce che il singolo addetto, in mancanza di addebiti puntuali che lo riguardino, possa essere chiamato a rispondere, sia pure in forma concorsuale, del contesto in sé considerato (Sez. 6, n. 7760 del 10/12/2015, dep. 2016, B., Rv. 266684).

Nel caso in esame, invece, la descrizione della situazione generale degli anziani non delinea alcuna forma di maltrattamento ambientale, essendosi ritenuto incontestato che la condotta degli operatori sanitari non sia stata valutata come deprecabile nel suo complesso, ma al contrario adeguata dalle stesse persone offese, mentre i comportamenti di alcuni degli operatori oggetto di critiche oltre a non essere stati descritti come vessatori ma solo come poco professionali, sono risultati essere conseguenza di stanchezza e frustrazione per l’incapacità di gestire anziani poco collaborativi e propensi anche a comportamenti provocatori verso il personale meno gradito.

Si tratta, in definitiva, di una motivazione che non presenta vizi logici manifesti e decisivi, che risulta coerente con le emergenze processuali e non risulta incrinata dalle doglianze difensive che si limitano ad invocare una diversa ricostruzione di merito, inammissibile in questa sede.

2. Dalla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue, a norma dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente, oltre che al pagamento delle spese del procedimento, anche a versare una somma, che si ritiene congruo determinare in tremila Euro.

Considerato che il procedimento riguarda reati commessi in ambito familiare si deve disporre nel caso di diffusione del presente provvedimento l’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti private a norma dell’art. 52 D.Lgs. n. 196 del 2003.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube