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Interdizione per l’incapace? No, c’è l’amministratore di sostegno

3 Luglio 2014
Interdizione per l’incapace? No, c’è l’amministratore di sostegno

Inutile condannare l’incapace alla morte civile dell’interdizione se non ha un cospicuo patrimonio da amministrare. 

L’interdizione del soggetto incapace deve essere considerata l’ultima spiaggia: prima di questa soluzione drastica bisogna verificare se vi siano vie meno “invasive” nella sfera dell’interessato, come l’amministrazione di sostegno. Anche chi è anziano e ha seri problemi di alcolismo, dunque, si salva dalla “morte civile” che l’interdizione comporta grazie all’intervento dell’amministratore di sostegno nominato dal Tribunale. Si tratta di una tutela più attenuata rispetto all’interdizione, che si può configurare a favore di chi non è in pericolo né per sé, né per gli altri, e non ha un patrimonio cospicuo.

A dare questa chiave di lettura è la Corte di Appello di Milano in una recente sentenza [1].

Secondo i giudici milanesi, gli strumenti come l’interdizione, che determinano la perdita totale dei diritti, devono applicarsi soltanto come extrema ratio, ossia quando costituiscono l’unica strada percorribile.

Nel caso deciso dalla Corte, l’interessato non sapeva dire perché si trovasse in tribunale e la sua patologia comportava mancanza di coerenza interna, di senso dell’identità, autostima e gioia di vivere. Ma in assenza di tendenze aggressive o auto lesive, e senza la necessità di dover amministrare grossi patrimoni, egli può essere comunque considerato sufficientemente capace di compiere atti di ordinaria amministrazione per spese sopra i 50 euro.

Cos’è l’amministrazione di sostegno

Il rivoluzionario istituto dell’amministrazione di sostegno è entrato nel nostro Codice civile solo nel 2004 [2], prevedendo un intervento a sostegno di tutti coloro che, per effetto di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, siano incapaci, anche parzialmente o temporaneamente, di provvedere ai propri interessi. Quindi anziani e disabili, ma anche alcolisti, tossicodipendenti e malati terminali possono ottenere, anche in previsione di una eventuale futura incapacità, che il giudice tutelare nomini una persona che abbia cura della loro persona e del loro patrimonio.

Rispetto al passato, non c’è più l’alienazione formale del soggetto, al quale, invece, si affianca un vero e proprio “tutor”; l’amministratore di sostegno (Ads), infatti, non sostituisce in modo integrale la persona con deficit di autonomia, ma la accompagna nel compimento di uno o più atti o la supporta in una specifica operazione (ad esempio l’accettazione di un’eredità, un pagamento, un intervento chirurgico): una sorta, insomma, di “angelo custode”.

Il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti quegli atti non riservati con decreto all’amministratore di sostegno e provvede in autonomia al soddisfacimento delle esigenze della propria vita quotidiana.

Possono presentare ricorso per l’istituzione di questa figura:

 

1. in primo luogo il beneficiario, anche se minore, interdetto o inabilitato;

2. il coniuge o il convivente;

3. i parenti entro il quarto grado, gli affini entro il secondo;

4. il tutore o curatore;

5. il pubblico ministero.

A guidare l’intero sistema di garanzie è il giudice tutelare, con una procedura flessibile e contenuta nei tempi (entro due mesi dalla richiesta di nomina dell’amministratore), senza necessità di avvocati. Nel decreto che emetterà dopo essersi informato tramite gli assistenti sociali, o aver disposto una perizia, aver parlato con la persona interessata o consultato chi le sta attorno, provvede a nominare l’amministratore di sostegno, indicando quali operazioni potrà compiere “in nome e per conto” dell’interessato e precisando date d’inizio e fine del “mandato”.

Nello svolgimento del suo incarico, l’amministratore deve considerare i bisogni e le aspirazioni del beneficiario e non è tenuto a continuare la sua attività oltre dieci anni, a eccezione dei casi in cui l’incarico sia rivestito dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dagli ascendenti o dai discendenti.

In effetti, si presume che coniuge e convivente abbiano una sorta di “vocazione” alla tutela, ritenendosi implicito il sostegno nell’ambito di un rapporto improntato ad amore e solidarietà. Tanto è vero che nella scelta della persona da nominare amministratore il giudice tutelare sceglie in prima battuta, se possibile, il coniuge. In caso di separazione legale in atto, il marito o la moglie (come l’ex convivente in caso di crisi) perdono la qualifica di “candidato” preferenziale per l’inevitabile alterarsi dei rapporti.


note

[1] C. App. Milano, sent. n. 3054/13.

[2] Art. da 404 a 413 cod. civ. introdotti con Legge n.6/2004.

Autore immagine: 123rf com


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