Riforma pensioni 2023

19 Novembre 2021 | Autore:
Riforma pensioni 2023

Nuove proposte in materia di flessibilità in uscita: pensionamenti anticipati con quota o opzione contributiva.

La flessibilità in uscita, per i lavoratori, è un problema attuale e pressante, complice, da un lato, la grave crisi legata alla pandemia, che taglia fuori dal mercato dell’impiego chi si trova più in avanti con gli anni e, dall’altro lato, la cessazione del periodo di sperimentazione di importanti trattamenti pensionistici.

Termina con il 31 dicembre 2021 la possibilità di uscita con Quota 100 [1], nonché con l’Ape sociale [2], mentre la data entro la quale maturare i requisiti per opzione donna [3] è al momento ferma al 31 dicembre 2020. Risulta tuttavia allo studio una riforma delle pensioni 2023.

Dalla bozza della legge di Bilancio 2022 emerge la sola proroga dell’Ape sociale e dell’opzione donna; nessuna proroga della Quota 100, trattamento pensionistico che consentiva, lo ricordiamo, l’uscita dal lavoro con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. In luogo della Quota 100, la manovra introduce la Quota 102, che consentirà di uscire dal lavoro a coloro che compiranno 64 anni di età e matureranno 38 anni di contribuzione entro il 31 dicembre 2022.

La fine della Quota 100 andrà comunque a creare uno “scalone”, cioè un enorme differenziale, tra coloro che hanno maturato i requisiti per questa prestazione pensionistica agevolata entro il 31 dicembre 2021 e coloro che li maturano successivamente, i quali dovranno attendere circa 5 anni per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria (che si ottiene con 67 anni di età e 20 anni di contributi) o anticipata ordinaria (che si ottiene con 42 anni e 10 mesi di contributi – un anno in meno per le donne- più 3 mesi di finestra).

Per rimediare allo “scalone”, è stato aperto un tavolo tra Governo e parti sociali, finalizzato a introdurre un nuovo assetto previdenziale in vista della presentazione del Documento di economia e finanza (Def) di aprile 2022, con entrata in vigore prevista dal 1° gennaio 2023.

Il nuovo assetto previdenziale dovrebbe continuare a basarsi sui trattamenti pensionistici anticipati e di vecchiaia Fornero, ma con l’aggiunta di un meccanismo di uscita flessibile dal lavoro, collegato al sistema di calcolo contributivo dell’assegno. Osserviamo le nuove proposte di pensionamento dai 62 ai 64 anni di età.

Pensione contributiva a 64 anni

Una prima opzione allo studio consentirebbe di ottenere un trattamento pensionistico, con ricalcolo interamente contributivo dell’assegno, con i seguenti requisiti:

  • 64 anni di età;
  • 20 anni di contributi;
  • un importo del trattamento pensionistico almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale (un’altra proposta prevede un importo almeno pari a 2,5 volte l’assegno sociale)

Qual è la differenza tra questa pensione e la pensione anticipata contributiva attualmente prevista dalla legge Fornero [4]? L’attuale pensione anticipata contributiva può essere ugualmente raggiunta con 64 anni di età, 20 anni di contributi, ma soltanto da coloro che non possiedono versamenti alla data del 31 dicembre 1995, oppure che optano per il computo presso la gestione separata [5]. L’importo minimo del trattamento pensionistico, poi, deve risultare almeno pari a 2,8 volte l’assegno sociale.

La nuova pensione anticipata contributiva sarebbe invece accessibile a tutti, anche a coloro che possiedono contributi prima del 1996 e che non optano per il computo presso la gestione separata.

Pensione contributiva a 62 anni

Un’ipotesi simile, che contempla la possibilità di uscita anticipata in cambio del ricalcolo contributivo dell’assegno, è stata anche formulata con requisiti anagrafici e contributivi diversi, ossia con un minimo di 62 anni di età e di 25 anni di contributi; sarebbe sempre previsto un importo del trattamento pensionistico, per raggiungere questa prestazione agevolata, almeno pari a 1,5 volte oppure 2,5 volte l’assegno sociale.

In sostanza, le nuove ipotesi di uscita anticipata prevedono un’età minima tra i 62 ed i 64 anni, un minimo di 20-25 anni di contribuzione, nonché un importo minimo tra 1,5 e 2,5 volte l’assegno sociale: in cambio del consistente anticipo, viene richiesto il ricalcolo contributivo dell’assegno, nella generalità dei casi penalizzante. In questo modo, può realizzarsi, a lungo termine, un consistente risparmio per le casse pubbliche. Nell’immediato, l’impatto deve comunque ricevere un’attenta valutazione.

Per via del ricalcolo contributivo in cambio del consistente anticipo dei requisiti per la pensione, la nuova prestazione contributiva è stata ribattezzata opzione tutti, in quanto avente un meccanismo molto simile a quello di opzione donna.

Pensione quota 41

Allo studio anche la tanto agognata “quota 41”, ossia la possibilità (che ad oggi esiste soltanto per i lavoratori precoci appartenenti a specifiche categorie tutelate) di uscire dal lavoro con 41 anni di contributi. La nuova proposta prevede la possibilità di uscita con 41 anni di versamenti qualora siano stati compiuti 63 anni: in questo modo, tutti i lavoratori potrebbero beneficiare del trattamento, senza appartenere a particolari categorie, né risultare precoci, ma con un requisito anagrafico minimo.

Anticipo parziale della pensione

Si discute, infine, sulla proposta di Tridico, presidente dell’Inps, che suggerisce un anticipo della sola quota contributiva della pensione, con un’età minima dai 62 ai 64 anni ed un minimo di 20 anni di versamenti. L’anticipo sarebbe possibile soltanto qualora la quota contributiva della pensione risulti almeno pari a 1,2 volte l’assegno sociale.

Una volta compiuta l’età pensionabile per il trattamento di vecchiaia, attualmente pari a 67 anni, l’interessato avrebbe diritto anche alla quota retributiva di pensione.


note

[1] Art. 14 DL 4/2019.

[2] Art. 1 Co 179 e ss. L. 232/2016.

[3] Art. 16 DL 4/2019.

[4] Art. 24 Co. 11 DL 201/2011.

[5] Art. 3 DM 282/1996.

Autore immagine: pixabay.com


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