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Articolo 4 Costituzione italiana: spiegazione e commento

18 Novembre 2021 | Autore:
Articolo 4 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 4 Cost, in cosa consiste il diritto al lavoro. 

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Il diritto al lavoro

A soli due articoli di distanza dal primo, la Costituzione ritorna di nuovo sul concetto di lavoro, ma con uno scopo diverso. 

Nell’articolo 1, il lavoro è considerato nella sua sfera oggettiva: esso è l’unico metro con cui si misura il valore delle persone, non già con i titoli nobiliari, la proprietà immobiliare e così via. 

Nell’articolo 4, il lavoro viene considerato invece nella sua sfera soggettiva, ossia come diritto e dovere di ogni individuo. 

È molto importante notare la collocazione che si è voluto dare al diritto al lavoro inserendolo ancor prima della descrizione della bandiera (art. 12), della negazione della guerra (art 11), del riconoscimento delle religioni (art. 8), dell’affermazione dell’indivisibilità della Repubblica (art. 5). 

È un dettaglio non da poco: nei primi 12 articoli, la Costituzione si occupa dei principi fondamentali dello Stato mentre, dall’articolo 13 al 54, elenca i vari diritti e i doveri dei cittadini. Il diritto/dovere al lavoro non è inserito tra questi ultimi ma all’articolo 4, ossia nella prima parte della Costituzione. Sembrerebbe fuori contesto, ma ciò – secondo i nostri padri costituenti – doveva servire a sottolineare ancora una volta la centralità del lavoro come condizione essenziale per garantire la democrazia della nostra società, non piramidale, non classista, non borghese. L’unica nobiltà dell’uomo è il suo lavoro. Qualsiasi lavoro. 

Anche quello domestico, ha detto la Cassazione, è un lavoro che va valorizzato. A dimostrazione di ciò, nel 2018, le Sezioni Unite della Cassazione hanno formulato un importante riconoscimento in favore delle casalinghe a tempo pieno o part-time: nel momento in cui una coppia si separa, il coniuge che ha rinunciato alla carriera e alle proprie ambizioni lavorative per dedicarsi alla famiglia, ai figli e alla cura della casa ha diritto a un assegno mantenimento proporzionato all’incremento di ricchezza che l’altro coniuge ha potuto conseguire proprio in ragione del sacrificio altrui. 

Attenzione a non confondere. Il lavoro cui pensavano i nostri padri fondatori non coincide con la falce e il martello. Si tratta di un ideale puro e perfetto, ha un significato esistenziale privo di connotazioni politiche. 

Si potrebbe dire: se è vero che il lavoro è un diritto fondamentale, perché c’è una grossa fetta di giovani disoccupati? Perché mai un uomo di mezza età, licenziato dalla propria azienda ma che ha già dimostrato le proprie capacità lavorative, non viene assunto dallo Stato piuttosto di ricevere sussidi che non servono né a formarlo né a garantirgli un tenore di vita dignitoso? Perché il ministero dell’Istruzione non si impegna a regolarizzare i numerosi docenti precari? Perché, nelle varie amministrazioni, si usano contratti a termine, in spregio delle più elementari norme lavoristiche? Perché gli enti locali si avvalgono di consulenti esterni, pagando fior di parcelle, quando potrebbero assumere personale interno? La ragione è ancora una volta nella contraddizione tra i principi e le persone che li applicano. La legge è giusta e, nel caso della nostra Costituzione, possiamo anche dire perfetta; non è però altrettanto perfetto l’uomo chiamato ad attuarla. Un po’ come il rapporto tra una religione e i suoi sacerdoti.

Ecco perché l’articolo 4, così come l’articolo 3 relativo al principio di uguaglianza, si definisce una norma programmatica: si limita cioè a fissare soltanto un obiettivo a cui lo Stato deve tendere, compatibilmente però con le proprie risorse, con il bilancio e con le altalenanti crisi del mercato. Un’economia insufficiente o non sufficientemente matura non può mai porre le condizioni necessarie al reperimento del lavoro.

Il lavoro non deve essere considerato solo un diritto o un dovere ma anche un piacere, un mezzo di realizzazione, distrazione e – per chi crede in una vita ultraterrena – di santificazione. I padri costituenti stravolgono il concetto di lavoro che, nell’antichità, era riservato agli schiavi. L’otium dei signori si contrapponeva al negotium di quanti faticavano in miniera, sui campi, nella costruzione degli edifici. Il lavoro era una pena, una condanna. Di ciò è rimasta traccia nei nostri dialetti. In calabrese, «lavorare» si dice “faticare” e in siciliano addirittura “travagliare”. 

La promozione del diritto al lavoro

Dopo aver riconosciuto il diritto al lavoro a tutti i cittadini, l’articolo 4 stabilisce l’impegno della Repubblica a promuoverne le condizioni per renderlo effettivo. In che modo? Con il principale strumento che ha in mano uno Stato: la legge. Ecco quindi che, nel 1970 – dopo ben 22 anni di ritardo dalla Costituzione – nasce lo Statuto dei lavoratori. Vengono poi istituite una serie di istituzioni a tutela dei lavoratori come i centri per l’impiego, l’Ispettorato del Lavoro, lo stesso Inps. 

Anche il reddito di cittadinanza, istituto assai controverso e criticato, è nato sulla carta con lo scopo di sostituire i vecchi sussidi ai poveri con una misura di sostegno al lavoro, di natura tutt’altro che assistenziale. Il problema si poneva a monte: inutile promuovere la ricerca del lavoro se il lavoro manca. Non è aumentando le persone che vanno a caccia di funghi che si può sperare di trovare un porcino a maggio. 

Il dovere al lavoro

La seconda parte dell’articolo 4 è quella più facilmente dimenticata. Essa sancisce il dovere di ogni cittadino abile di svolgere un lavoro. Lavoro che deve comunque essere commisurato alle sue possibilità fisiche (età, salute), alle sue capacità (formazione, studi universitari) e alle sue aspirazioni. Come dire: non è tanto importante ciò che fai, l’importante è che fai. A condizione ovviamente che si tratti di un lavoro lecito e che concorra al progresso della società, dice l’articolo 4. 

Ed allora l’eremita che si isola su un monte per pregare? Anche il suo è un lavoro riconosciuto dalla Costituzione, perché il progresso a cui si riferisce l’articolo 4 ed a cui deve tendere ogni cittadino non è solo quello materiale ma anche spirituale. Il monaco che si isola in una cella del convento e recita il rosario per un’intera giornata non produce ricchezza, ma svolge una funzione che, secondo la sua vocazione, serve a migliorare il mondo attraverso il suo sacrificio. 

Lo Stato dunque non ha alcun potere di interferire nella scelta del lavoro da parte del cittadino. Il lavoro è un diritto, un dovere, ma anche una libertà. Sandro Pertini diceva: «Chi ha fame non è libero; e chi non ha lavoro ha fame».

Le sanzioni per chi non vuole lavorare

Se è vero che il lavoro è anche un dovere, cosa rischia allora chi se ne sta con le braccia conserte? Non certo delle sanzioni, ma la perdita di alcuni diritti. Ad esempio, il figlio che ha terminato il ciclo di studi, se non si mette alla ricerca di un lavoro, perde il diritto ad essere sostenuto dai genitori. La donna divorziata che, seppur ancora giovane e abile, non si dà da fare per rendersi autonoma economicamente, non può rivendicare gli alimenti dall’ex marito. Il percettore del reddito di cittadinanza che rifiuta una o più offerte di lavoro perde il sussidio statale. 

Si è voluto così affermare che, se ogni persona è parte di un comunità e da questa riceve benefici e garanzie, è necessario che contribuisca a creare le condizioni migliori per risolvere i problemi connessi alla vita collettiva. Ecco perché risultano particolarmente stridenti le parole di un noto politico che, di recente, ha sostenuto l’esistenza di un diritto «a non lavorare» in capo a tutti i cittadini e di essere mantenuti dallo Stato per il solo fatto di essere nati.



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1 Commento

  1. Complimenti, il servizio scritto molto bene, semplice e chiaro a tutti, ma se permette Sig. Angelo Greco, perchè le varie autorità “notabili” continuano ad abusare dei ruoli Istituzionali a loro conferiti “compresa la Corte Costituzionale”, in nome della emergenza sanitaria nazionale, non le pare che sia ora di finirla prima che si raggiunga un punto di non ritorno e che la Magistratura faccia finalmente il suo dovere.

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