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Quando un figlio è economicamente indipendente?

19 Novembre 2021
Quando un figlio è economicamente indipendente?

Quando cessa l’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne: ciò che conta è la capacità di rendersi indipendenti e di produrre reddito. 

Nel caso in cui una coppia si separi o divorzi, il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico, comunemente detto assegno di mantenimento.

La durata dell’assegno non è collegata all’età del beneficiario ma al raggiungimento, da parte di questi, dell’autosufficienza economica. Cosa si intende con questo termine? La capacità di mantenersi da sé, non necessariamente nell’agio.

Se questo obiettivo non viene raggiunto, il genitore può interrompere il versamento dell’assegno ma deve dimostrare che il giovane non si è attivato nella ricerca di un’occupazione lavorativa stabile.

Di qui la domanda: quando un figlio è economicamente sufficiente? La questione merita un approfondimento. Procediamo dunque con ordine.

Il diritto del figlio ad essere mantenuto 

Indipendentemente dal fatto che i genitori si separino o divorzino, in ogni caso il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni (art. 316bis del Codice civile). Questa regola vale non solo per i figli minori ma anche per quanti sono ormai maggiorenni.

Con tre recenti provvedimenti, la Corte di Cassazione [1] ha avuto occasione di tornare sul tema del diritto al mantenimento dai genitori del figlio maggiorenne ultratrentenne. La regola generale è la seguente: il figlio divenuto maggiorenne ha diritto al mantenimento a carico dei genitori soltanto se, ultimato il prescelto percorso formativo scolastico, dimostri (con conseguente onere probatorio a suo carico) di essersi adoperato effettivamente per rendersi autonomo economicamente, impegnandosi attivamente per trovare un’occupazione in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro, se del caso ridimensionando le proprie aspirazioni, senza indugiare nell’attesa di un’opportunità lavorativa consona alle proprie ambizioni.

Questo perché l’obbligo dei genitori di mantenere il figlio maggiorenne non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura. Il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni.

Il diritto al mantenimento in capo al figlio maggiorenne non autosufficiente permane, ad esempio, quando il figlio stesso dimostri: 

  • di essere in una condizione di una peculiare minorazione o debolezza delle capacità personali (ad esempio, una patologia che gli impedisca di lavorare o che ritardi il suo ingresso nel mondo del lavoro);
  • oppure la prosecuzione di studi ultraliceali, ossia la frequentazione di un corso universitario: frequentazione che deve avvenire con diligenza, con un effettivo impegno ed adeguati risultati, mediante la tempestività e l’adeguatezza dei voti conseguiti negli esami del corso intrapreso. Perde quindi il mantenimento il figlio che ritardi gli esami o che prende voti insufficienti agli esami stessi; 
  • oppure l’essere trascorso un lasso di tempo ragionevolmente breve dalla conclusione degli studi, svolti dal figlio nell’ambito del percorso formativo che il soggetto abbia reputato a sé idoneo, lasso in cui questi si sia razionalmente ed attivamente adoperato nella ricerca di un lavoro; 
  • la mancanza di un qualsiasi lavoro, pur dopo l’effettuazione di tutti i possibili tentativi di ricerca dello stesso, sia o no confacente alla propria specifica preparazione professionale. 

L’onere della prova

Con la pronuncia della Cassazione dell’agosto 2020, l’onere della prova compete non più al genitore che voglia liberarsi dell’obbligo di mantenimento ma al figlio che lo domanda, il quale deve provare -superando la presunzione dell’idoneità del reddito al raggiungimento della maggiore età- non solo la mancanza di indipendenza economica ma anche di aver curato, con ogni possibile impegno, la propria preparazione professionale o tecnica e di avere, con pari diligenza, operato nella ricerca di un lavoro.

Se il figlio vuole ottenere o conservare il diritto al mantenimento deve fornire la prova non solo della mancanza di indipendenza economica ma di avere curato, con ogni possibile impegno, la propria preparazione professionale o tecnica e di avere, con pari impegno, operato nella ricerca di un lavoro. 

Non è dunque il genitore tenuto a dimostrare la raggiunta effettiva e stabile indipendenza economica del figlio, o la circostanza che questi abbia conseguito un lavoro adeguato alle aspirazioni soggettive. 

In presenza di una condotta caratterizzata da intenzionalità (ad esempio, uno stile di vita volutamente inconcludente e sregolato) o da colpa (come l’inconcludente ricerca di un lavoro protratta all’infinito e senza presa di coscienza sulle proprie reali competenze), certamente il figlio non avrà dimostrato di avere diritto al mantenimento. Ne deriva che, in generale, la prova sarà tanto più lieve per il figlio, quanto più giovane sia la sua età; al contrario, la prova del diritto all’assegno di mantenimento sarà più gravosa, man mano che l’età del figlio avanzi, sino a potersi presumere che il figlio con almeno 30/35 anni ancora disoccupato si trovi in tale condizione per sua colpa (non essendo plausibile ritenere che a tale età non abbia mai ricevuto un’offerta di lavoro). Pertanto, superata tale soglia, egli perderà comunque il diritto al mantenimento.

Il principio di autoresponsabilità

Il principio di autoresponsabilità impone al figlio di non abusare del diritto al mantenimento oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura. La sussistenza dei requisiti per il mantenimento va sempre ponderata con rigore man mano crescente in parallelo al crescere dell’età del figlio.

Il figlio maggiorenne ha diritto ad essere mantenuto dai genitori soltanto se, ultimato il percorso di studi prescelto, dimostra di essersi attivato in modo diligente, puntuale ed effettivo per rendersi autonomo dal punto di vista economico, impegnandosi attivamente e solertemente a trovare un’occupazione in base alle reali opportunità lavorative offerte dal mercato del lavoro, anche -se del caso- ridimensionando le proprie iniziali aspirazioni, senza indugiare nell’attesa di un lavoro consono alle proprie ambizioni.

Con l’importante pronunzia dell’agosto 2020, la Cassazione ha autorizzato il giudicericorrere anche a dati statistici (ovvero alla durata ufficiale degli studi, al tempo medio, in un dato momento storico ed – aggiungiamo noi – in un dato ambito territoriale, per il reperimento di un’occupazione) per individuare un limite temporale al diritto al mantenimento. 

Quando un figlio è economicamente autosufficiente?

Non esiste un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli. Di regola i genitori:

  • sono tenuti a mantenere i figli fino a quando iniziano a lavorare e il lavoro permette loro di raggiungere l’indipendenza economica;
  • possono liberarsi dall’obbligo di mantenere i figli se provano che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa dipende da inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro.

Premesso dunque che il diritto al mantenimento si perde non solo quando il figlio raggiunge l’indipendenza economica ma anche quando non riesce a dimostrare di essersi preoccupato di ricercare un’occupazione o di frequentare con profitto gli studi ultraliceali, vediamo ora più nel dettaglio quando un figlio si considera autosufficiente dal punto di vista economico.

Essere autosufficienti non significa avere un reddito elevato o adeguato alle proprie ambizioni, ma potersi mantenere da sé, anche se con tutte le difficoltà che possono derivarne in relazione all’attuale situazione economica. 

Leggi Indipendenza economica figlio maggiorenne: ultime sentenze.

Ciò che conta quindi, superati i 30 anni, non è tanto il reddito conseguito dal figlio ma la sua capacità di produrre reddito, anche solo potenziale. Un figlio che abbia conseguito una laurea, una specializzazione e si sia dotato di un proprio studio non può ancora pretendere il mantenimento. 

Secondo la Cassazione il conseguimento di una borsa di studio per un dottorato di ricerca non integra il requisito dell’indipendenza economica [2].

L’assegno di mantenimento in favore del figlio va versato anche quando l’attività di lavoro precaria svolta da quest’ultimo non comporta un’indipendenza economica che possa giustificare l’esonero dei genitori dal suo mantenimento né la riduzione dell’assegno stesso [3].

Anche nel caso di apprendistato o di un tirocinio formativo il figlio mantiene il diritto al mantenimento.

La Cassazione ha detto che è dovuto il mantenimento al figlio maggiorenne che ottiene un contratto di lavoro a tempo determinato, perché non basta a poter dire raggiunta l’indipendenza economica. Se però il contratto di lavoro a tempo determinato viene periodicamente rinnovato, allora si può già parlare di indipendenza economica. 

Figli maggiorenni con handicap grave

I genitori hanno nei confronti dei figli maggiorenni portatori di handicap grave gli stessi doveri che hanno nei confronti dei figli minori: per cui sono tenuti a mantenerli sempre. 


note

[1] Cass. ord. n.17183/20 del 14.08.2020; Cass. sent. n. 27904/21 e n. 32406/21.

[2] Cass. ord. n. 1448/2020.

[3] Cass. ord. n. 18/2011

Autore immagine: depositphotos.com


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