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Essere superstiziosi: quando è reato?

7 Febbraio 2022 | Autore:
Essere superstiziosi: quando è reato?

La Cassazione distingue tra il comportamento di chi augura il male ad un altro e quello di chi accusa qualcuno di portare sfiga. Ecco quale viene punito.

Lo disse il grande e indimenticato attore e scrittore Luciano De Crescenzo: «Non bisogna essere superstizioni, oltretutto porta male». Ecco, chi più chi meno la sua fissa ce l’ha o col numero 13, o con il venerdì 17, o con il gatto nero che attraversa la strada. Per non parlare di chi si convince – e guai a fargli cambiare idea – che una determinata persona porti male, cioè che porti sfortuna, sfiga, iella. Che sia meglio evitarle, insomma. Ecco, quest’ultimo comportamento, quello di rovinare la reputazione di qualcuno dandogli dello iettatore può procurare dei guai a livello penale, il che sarebbe come cercarsi la sfortuna da soli, senza l’aiuto esterno. Essere superstiziosi, quando è reato?

La Cassazione invita a separare le cose: un conto è augurare sventura a qualcuno, un altro ben diverso è dare la colpa a quel qualcuno della propria sventura. Il primo caso, spiega la Suprema Corte, si limita a una semplice previsione, ad un auspicio. Il secondo, invece, ha i connotati della diffamazione. Ecco quando, come diceva De Crescenzo, la superstizione porta male, cioè quando essere superstiziosi è reato.

Superstizione: augurare cattiva sorte è reato?

C’è chi lo dice in modo plateale e chi si limita a pensarlo. Ma a tutti quanti capita, almeno una volta nella vita (e anche due, e anche tre) di augurare il peggio alla persona con cui si ha avuto un’accesa discussione o che ha fatto un grave torto. Espressioni come «possa morire ammazzato», «che ti venga un accidente», «quello che mi hai rubato ti serva per pagarti la bara» e cose di questo genere scattano in automatico quando l’ira la fa da padrone. Si commette qualche illecito in questo modo? Essere superstiziosi al punto di augurare la iella al nemico è reato?

Secondo la Cassazione, non lo è. Neppure a voler guardare queste espressioni senza l’occhio della superstizione ma con quello della più concreta e terrena minaccia. Questo perché, come fa notare la Suprema Corte [1], la minaccia comporta l’eventuale azione di una persona contro un’altra persona. E, come si sa, l’essere umano non ha ancora il potere di causare la morte di qualcuno per cause naturali.

Diverso sarebbe dire «se vai avanti così ti sparo», perché questa è un’azione che l’uomo è in grado di compiere e, quindi, può rappresentare una reale minaccia. Ma augurare al vicino che spenda di più in medicine che al supermercato non può essere considerato un atteggiamento minaccioso.

Lo stesso vale per chi augura una disgrazia economica, un fallimento, un licenziamento che non dipende da lui. Un conto è dire «ora vado dal tuo capo e ti faccio licenziare» e una ben diversa è «spero che tu possa perdere il lavoro e finire per strada a chiedere l’elemosina». Semmai chi lo dice sarà un villano ma non certo un delinquente.

Quando è reato essere superstiziosi?

C’è un dettaglio nel pronunciamento della Cassazione a cui abbiamo appena fatto un riferimento piuttosto sottile ma molto significativo. Sostengono i giudici di legittimità che, semmai la iella esiste, chi la porta o la augura ad un altro non è passibile di condanna. «Semmai esiste», il che sembra non escludere del tutto che esista davvero. In fin dei conti, chi augura la cattiva sorte a un altro è perché, a sua volta, ci crede al fatto che quella cattiva sorte può piombare addosso a qualcuno all’improvviso. Magari perché passa sotto una scala, perché rompe uno specchio, perché vede un gatto nero che attraversa la strada. Insomma, a modo suo, è superstizioso e spera di avere degli effetti su chi gli sta intorno. Se si limita a quello, non commette reato.

Il guaio (peggiore di quelli che pensa di seminare in giro) comincia quando addossa ad un altro apertamente e in pubblico l’etichetta di iettatore. In pratica, quando accusa qualcuno di portare sfiga. In questo modo, secondo la Cassazione, si lede la dignità della persona interessata. Il che significa commettere il reato di diffamazione.

Per la Suprema Corte, questo delitto viene commesso da chi «adopera termini che risultino offensivi, in base al significato che essi vengono oggettivamente ad assumere, a prescindere dal loro spessore culturale e dalla loro base scientifica, nella comune sensibilità di un essere umano collocata in un determinato contesto storico e in determinato ambito sociale».

In altre parole, come si diceva prima, anche chi dice di non essere superstizioso non esclude del tutto che la sfiga possa davvero manifestarsi da un momento all’altro. Quindi, tanto vale evitare le persone che, secondo le dicerie, portano sfortuna.

È questo il punto: accusare qualcuno di essere uno iettatore non solo vorrà dire ledere la sua dignità ma fa sì che tutti lo evitino, «perché sicuramente non è vero ma non si sa mai».

La dannosità di false credenze popolari, continua la Cassazione, «è empiricamente rilevabile nella storia dell’umanità. È ampiamente e dolorosamente noto che il sapere superstizioso, diretto a distinguere e a disprezzare categorie sociali, identificate per sesso, religione, colore della pelle, provenienza geopolitica, etnica, culturale, ha condotto a ingiustificate emarginazioni, a disumane persecuzioni» [2]. Quanto basta per considerarlo un vero e proprio reato.


note

[1] Cass. sent. n. 54879/2017, n. 35763/2006.

[2] Cass. sent. n. 10393/2013.


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