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Si può abbandonare un bambino in ospedale?

20 Novembre 2021 | Autore:
Si può abbandonare un bambino in ospedale?

Come funziona il parto in anonimato e quando la madre può evitare di riconoscere il figlio; cosa succede se l’abbandono è coartato o viene compiuto dai genitori.

Per affrontare il delicato tema dell’abbandono di bambini in ospedale, iniziamo con una triste storia, ma dal lieto fine. Una ragazza minorenne aveva partorito, ma sua madre, insieme al  compagno, avevano fatto pressioni su di lei per farle abbandonare la bambina appena nata in ospedale. Questo comportamento è un reato grave e infatti i due sono stati condannati per violenza privata, con condanna confermata in Cassazione [1]. Ma se lo avesse deciso autonomamente la madre, l’abbandono non avrebbe integrato alcun illecito: è una facoltà prevista dalla legge. Quindi si può abbandonare un bambino in ospedale, e in caso affermativo a quali condizioni?

Se hai deciso di non abortire ma nemmeno di tenere il figlio al termine della gravidanza, devi sapere che esiste un modo legale per lasciare i bambini piccoli in un ambiente sicuro. In questo articolo ti spiegheremo come è disciplinato il fenomeno dell’abbandono di bambini in ospedale, che riguarda soprattutto i neonati.

Il succo del discorso è che la donna partoriente è libera di autodeterminarsi, fino al punto di non riconoscere il figlio e lasciarlo in ospedale, dove sicuramente qualcuno si prenderà cura di lui. Ma se questa libertà di scelta viene compressa o coartata in qualsiasi maniera, allora la condotta di chi spinge la madre ad abbandonare il bambino in ospedale costituisce reato, anche quando a compierla sono i genitori di lei, il suo compagno, il padre del bimbo o altri familiari. Un altro specifico reato è previsto per i genitori, o per qualunque altro soggetto tenuto a prestare le cure, che abbandonano i bambini in ospedale o in qualsiasi altro luogo.

Parto in anonimato: cos’è e come funziona

Ogni madre può mantenere il segreto sulla propria identità ricorrendo al parto in anonimato. Questa possibilità, che è espressamente prevista dalla legge [2], è di aiuto alle donne in gravi difficoltà economiche o in sofferenza psicologica e serve ad evitare aborti o abbandoni del neonato. Al momento del parto, in ospedale o in clinica, la madre dichiarerà ufficialmente di non voler essere nominata e questa circostanza sarà riportata nell’atto di nascita del bambino.

La madre deve dichiarare di non voler riconoscere il figlio entro 3 giorni se la nascita è avvenuta in ospedale (la sua dichiarazione sarà raccolta dal personale sanitario), oppure entro 10 giorni dal parto all’Ufficio Anagrafe del Comune di appartenenza. Se la donna è incerta su cosa fare, può chiedere al tribunale per i minorenni un termine di due mesi per riflettere e compiere la sua scelta.

Qual è la sorte del bambino nato da parto anonimo?

Il bambino non riconosciuto dalla madre che ha deciso di partorire in anonimato è posto in stato di adottabilità da parte del tribunale per i minorenni (la procedura è sospesa se la madre ha chiesto i due mesi di riflessione). Quando troverà una coppia adottante, acquisirà lo stato di figlio legittimo dei genitori adottivi.

Il bambino nato da parto anonimo, divenuto maggiorenne, ha diritto di conoscere l’identità della madre biologica solo dopo la sua morte e nel rispetto di ulteriori condizioni (per saperne di più leggi “Parto anonimo: quali diritti ha il figlio?“).

Culle per la vita: un’alternativa all’abbandono in ospedale

Le culle per la vita sono dei luoghi attrezzati per l’accoglimento dei neonati. Garantiscono l’anonimato della mamma intenzionata a lasciare il bambino e offrono un pronto intervento sanitario e una valida accoglienza. È un’alternativa all’abbandono in ospedale e rappresenta la versione evoluta dell’antica “ruota degli esposti” di cui erano dotati molti conventi e monasteri. Sono presenti in molte città italiane e la mappa è disponibile sul sito “culleperlavita.it”.

Lasciare definitivamente il proprio bambino in una culla per la vita non costituisce reato ed anzi è un modo efficace per fargli ottenere quell’accoglimento, protezione e sicurezza che la madre in gravi difficoltà non potrebbe dargli. Ti forniamo ulteriori particolari nell’articolo “Abbandonare un figlio: come si fa“.

Abbandono di figli minori: quando è reato

Al di fuori dei casi di parto in anonimato e del deposito del bimbo in una culla per la vita (o, all’emergenza, in altri luoghi sicuri, come una stazione di Polizia), l’abbandono di figli in ospedale o altrove, costituisce un illecito civile perché viola gli obblighi di assistenza materiale e morale imposti alla madre e al padre nei confronti della prole, e può costituire, ai sensi dell‘art. 591 del Codice penale, il reato di abbandono di minori se il bambino ha meno di 14 anni e i genitori hanno la volontà di lasciarlo per non recuperarlo più.

È interessante sapere che si configura un diverso reato, e precisamente quello di violenza privata, contemplato dall‘art. 61o del Codice penale, a carico di chi costringe o induce, con violenze o minacce, la madre ad abbandonare il bambino. Lo ha sancito la Corte di Cassazione, con la sentenza che ti abbiamo anticipato all’inizio [1], e che ti riportiamo in forma integrale sotto questo articolo. La lettura è interessante, perché la prova della condanna penale dei familiari è stata ottenuta dalle dichiarazioni della ragazza madre.

Approfondimenti

Se desideri ulteriori informazioni sull’argomento trattato, puoi consultare questi articoli:


note

[1] Cass. sent. n. 41824 del 17.11.2021.

[2] Art. 30 D.P.R. n. 396/2000.

Cass. pen., sez. V, ud. 22 settembre 2021 (dep. 17 novembre 2021), n. 41824

Presidente Miccoli – Relatore Pistorelli

Ritenuto in fatto
1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Salerno ha confermato la condanna di R.M. e S.H. per il reato di violenza privata. Agli imputati è contestato di aver costretto in concorso tra loro la figlia della S., minorenne all’epoca dei fatti, ad abbandonare la propria figlia nell’ospedale dopo averla partorita.
2. Avverso la sentenza ricorrono entrambi gli imputati.
2.1 Il ricorso proposto nell’interesse del R. articola sei motivi.
2.1.1 Con il primo viene eccepita la nullità del decreto che dispone il giudizio per il reato di violenza privata emesso dal G.u.p. dopo aver pronunziato sentenza di non luogo a procedere per insussistenza del fatto in riferimento all’originaria imputazione formulata dal pubblico ministero in relazione ai reati di cui agli artt. 611 e 591 c.p., In tal senso il ricorrente lamenta l’insanabile contrasto dell’atto con il disposto degli artt. 423,424 e 649 c.p.p., e la sua conseguente abnormità, denunziando altresì la conseguente nullità di entrambe le sentenze di merito, nonché la manifesta illogicità con la quale la Corte territoriale ha respinto l’analoga eccezione sollevata con il gravame di merito.
2.1.2 Con il secondo motivo il ricorrente lamenta vizi di motivazione per l’omessa considerazione delle dichiarazioni spontanee rese dalla S. nel giudizio di secondo grado, come dimostrato dal fatto che la sentenza ha ritenuto assenti gli imputati invece presenti all’udienza d’appello. Ulteriori vizi di motivazione vengono dedotti con il terzo motivo in merito alla configurabilità del reato contestato. In proposito viene evidenziato che dalle testimonianze dei coniugi P. emergerebbe come la minore, una volta uscita dall’ospedale, sia stata completamente libera di autodeterminarsi. Circostanza questa pretermessa nella ricostruzione del fatto svolta dalla Corte territoriale, nonostante le sollecitazioni svolte sul punto nei motivi d’appello in ragione dell’apodittica motivazione con la quale il giudice di primo grado aveva ritenuto che alla giovane fosse stata impedito di tornare in ospedale o di comunicare con il proprio fidanzato.
2.1.3 Ancora vizi di motivazione vengono denunziati con il quarto motivo in merito all’affermazione del concorso del R. nella consumazione del reato. La Corte non avrebbe infatti dimostrato alcun concreto coinvolgimento dell’imputato nelle decisioni che hanno riguardato la minore, limitandosi a formulare delle preoccupazioni sulla gravidanza della medesima, mentre sarebbe pacifico che egli non era presente in ospedale al momento del parto o successivamente quando la stessa ha lasciato il nosocomio.
2.1.4 Con il quinto motivo il ricorrente eccepisce l’erronea applicazione della legge penale in merito al riconoscimento dell’aggravante di cui all’art. 112 comma 1 n. 3 c.p., la cui contestazione era connessa all’originaria qualificazione del fatto ai sensi degli artt. 611 e 591 c.p., ma che a seguito della già ricordata decisione del G.u.p. sarebbe rimasta priva di significato. E sempre con riguardo alla menzionata aggravante con il sesto motivo il ricorrente lamenta che comunque il R. non aveva alcuna autorità ovvero potere di direzione o vigilanza sulla minore, che non è sua figlia e non era con il medesimo convivente.
2.2 Il ricorso proposto nell’interesse della S. articola cinque motivi.
2.2.1 Con il primo viene riproposta con identità di argomentazioni l’eccezione processuale sollevata con il corrispondente motivo del ricorso del R., alla cui illustrazione pertanto si rinvia. Con il secondo motivo la ricorrente invece deduce violazione del principio di correlazione e del contraddittorio in merito alla riqualificazione operata dal G.u.p. dei fatti per cui ha disposto il rinvio a giudizio e per cui è intervenuta condanna.
2.2.2 Con il terzo motivo, analogamente a quanto dedotto con il secondo motivo del ricorso del R., viene eccepita l’omessa valutazione delle dichiarazioni spontanee rese dall’imputata, erroneamente considerata assente nel giudizio d’appello. Con il quarto motivo la ricorrente denunzia invece vizi di motivazione in merito alla sussistenza del reato contestato. In tal senso lamenta che la Corte territoriale avrebbe ignorato le produzioni difensive e le prove idonee a dimostrare come la minore non sia mai stato oggetto di violenza o minaccia ovvero di limitazioni della sua libertà di movimento ed avesse invece, durante il ricovero, manifestato la sua intenzione di lasciare l’Italia dimostrandosi totalmente disinteressata alla sorte della neonata. Con il quinto motivo vengono infine riproposte le doglianze ad oggetto l’insussistenza della ritenuta aggravante di cui all’art. 112 comma 3 c.p., già illustrate trattando il quinto motivo del ricorso del R.

Considerato in diritto
1. I ricorsi sono nel loro complesso infondati e devono pertanto essere rigettati.
2. Pregiudiziale è l’esame dell’eccezione formulata con il primo motivo da entrambi i ricorrenti, che è peraltro infondata. Con la richiesta di rinvio a giudizio erano stati, infatti, contestati agli imputati i due reati previsti rispettivamente dall’art. 591 e dall’art. 611 c.p., non in concorso formale tra loro, posto che colui il quale esercita violenza o minaccia per costringere taluno a commettere un reato risponde, secondo gli ordinari principi in tema di concorso di persone, anche del successivo reato eventualmente commesso dal soggetto coartato, fermo restando che la coartazione e la consumazione del reato cui la stessa è finalizzata integrano fatti distinti ed autonomi (ex multis Sez. 2, Sentenza n. 42789 del 22/10/2003, Capalbo, Rv. 227312). Il G.u.p., ritenendo non essersi realizzata la fattispecie di abbandono di minori, ha dunque correttamente pronunziato sentenza di non luogo a procedere con esclusivo riferimento al reato di cui all’art. 591 c.p., ed altrettanto correttamente ha proceduto a riqualificare l’ulteriore condotta contestata agli imputati come violenza privata, disponendo contestualmente il rinvio a giudizio degli imputati per tale reato. In definitiva, contrariamente a quanto sostenuto nei ricorsi, le due decisioni non hanno riguardato il medesimo fatto, risultando dunque priva di qualsiasi fondamento l’eccezione sollevata in proposito.
Manifestamente infondata è altresì la denunzia da parte della S. della violazione del principio di correlazione in riferimento alla riqualificazione in violenza privata dei fatti originariamente contestati ai sensi dei menzionati artt. 611 e 591 c.p.. Infatti il G.u.p. ha fatto buon governo del potere di attribuire la corretta qualificazione giuridica una volta escluso che gli stessi integrassero anche il reato di abbandono di minori originariamente ipotizzato, posto che tale operazione non ha in alcun modo inciso sulla descrizione del fatto contestato, rimasto identico nei suoi elementi essenziali. Men che meno si configura una violazione dell’art. 521 c.p.p., in capo al Tribunale o alla Corte d’appello, che hanno condannato l’imputata esattamente per il reato contestatole nel decreto che dispone il giudizio. Inconferente è poi il riferimento operato dalla ricorrente al c.d. “(omissis) “, posto che già a partire dal dibattimento di primo grado l’imputata è stata posta in grado di contraddire sulla nuova qualificazione giuridica, la cui adozione era peraltro tutt’altro che imprevedibile una volta sollecitato nell’udienza preliminare il proscioglimento per il reato di abbandono di minori.
3. Le comuni censure proposte dai ricorrenti in merito all’inconfigurabilità del reato di violenza privata per carenza dell’elemento oggettivo sono invece sostanzialmente generiche o versate in fatto.
La prova che la minore sia stata costretta ad abbandonare la figlia neonata in ospedale è stata tratta dalla Corte anzitutto dalle dichiarazioni della stessa, nemmeno prese in considerazione nei ricorsi, che peraltro non ne hanno posto in discussione l’attendibilità. Peraltro le doglianze svolte dalla S. sono dichiaratamente finalizzate ad evidenziare come la minore non sia stata ostacolata nella sua libertà di movimento, circostanza irrilevante ai fini della configurabilità del reato contestato, il quale, come noto, ha ad oggetto la libertà di autodeterminarsi della vittima. Le ulteriori considerazioni svolte dalla sentenza sui comportamenti pregressi tenuti dagli imputati risultano logicamente funzionali alla dimostrazione della progressiva maturazione dell’intento delittuoso e del contributo prestato dal R. nel costringere la minore a non farsi carico della figlia neonata. Non corrisponde poi al vero che, come contestato in entrambi i ricorsi, la sentenza non abbia affrontato il tema relativo agli sviluppi successivi all’uscita della minore dall’ospedale dove aveva partorito. La Corte, lungi dal riproporre sul punto il percorso argomentativo del giudice di primo grado di cui i ricorrenti si erano doluti con i gravami di merito, ha fornito una logica spiegazione delle ragioni per cui la giovane, una volta affidata ai coniugi P., non abbia perseguito la sua originaria intenzione. Il giudice dell’appello ha dunque escluso che in tale frangente siano state esercitate ulteriori pressioni sulla persona offesa, mentre l’obiezione per cui invece da tale circostanza dovrebbe trarsi la prova che la decisione di abbandonare – seppure non in maniera lecita alla luce di quanto previsto dal D.P.R. n. 396 del 2000, art. 30 comma 2, – rappresenta una mera valutazione di merito sul suo significato probatorio, incapace di intaccare il ragionamento articolato in sentenza e con il quale, ancora una volta, i ricorsi invero non si sono confrontati.
Allo stesso modo i ricorrenti, nel ribadire la valenza probatoria delle presunte confidenze rilasciate dalla minore alla sorella, hanno radicalmente pretermesso la puntuale confutazione che di tale valenza la Corte ha effettuato. Inammissibili sono infine le censure della S. in merito alla omessa considerazione delle censure svolte sul punto con i motivi d’appello e che solo genericamente vengono evocate nel ricorso, così come quelle legate all’omessa considerazione delle dichiarazioni rese dalla teste M., la cui decisività non viene però evidenziata, posto che appare del tutto coerente ai fatti accertati che la minore, una volta assoggettatasi alla volontà degli imputati, abbia rifiutato di vedere la neonata.
4. Manifestamente infondati e generici sono poi il secondo motivo del ricorso del R. ed il terzo di quello della S. È sì vero che a p. 7 della sentenza impugnata, nel riassumere lo svolgimento del processo di secondo grado, la Corte ha erroneamente ritenuto che gli imputati siano rimasti assenti nel giudizio d’appello, ma si tratta all’evidenza di un mero lapsus calami privo di conseguenze, come dimostra l’intestazione della stessa sentenza, nella quale correttamente viene dato atto della presenza dei medesimi all’udienza. L’obiezione per cui tale errore rivelerebbe, invece, l’omessa valutazione delle dichiarazioni spontanee rese dalla S. non solo è assertiva, ma risulta per l’appunto generica nella misura in cui non ne viene riportato il contenuto ed illustrata la decisività, fermo restando che, secondo l’insegnamento di questa Corte, le dichiarazioni spontanee, rese ai sensi dell’art. 494 c.p.p., in appello prima della discussione dall’imputato sottrattosi al contraddittorio, non sono idonee a confutare il quadro probatorio complessivamente considerato, non potendo essere equiparate alle dichiarazioni rese in sede di esame, nè utilizzate come prove a carico di terzi (ex multis Sez. 2, Sentenza n. 30653 del 24/09/2020, Capasso, Rv. 279911).
Il quarto motivo del ricorso del R. è infondato. La Corte territoriale non ha mai messo in dubbio che l’imputato non sia stato presente durante la degenza della minore, ma ha fondato la prova del suo concorso nel reato sui comportamenti precedentemente tenuti dal medesimo e su quanto riferito alla stessa minore della madre. Lo sviluppo argomentativo dei giudici dell’appello è tutt’altro che illogico, come invece lamentato, mentre le ulteriori obiezioni difensive sul punto si risolvono nella mera rilettura in chiave alternativa del significato di tali comportamenti, la quale tende ad ottenere una rivalutazione del compendio probatorio non consentita in questa sede.
5. Quanto, infine, alle residue doglianze avanzate con entrambi i ricorsi, deve osservarsi che certamente la Corte ha errato nel ritenere ancora attuale la contestazione dell’aggravante di cui all’art. 112 c.p., comma 1 n. 3, implicitamente esclusa a seguito dell’avvenuta riqualificazione del delitto di cui all’art. 611 c.p. in quello previsto invece dall’art. 610 c.p.. Ciò non di meno le censure dei ricorrenti sul punto risultano inammissibili. Per il consolidato orientamento di questa Corte, infatti, è inammissibile per carenza di interesse l’impugnazione dell’imputato preordinata ad ottenere l’esclusione di una circostanza aggravante quando la stessa sia stata già ritenuta subvalente rispetto alle riconosciute attenuanti (ex multis Sez. 1, Sentenza n. 43269 del 25/09/2019, R. Rv. 277144). Nel caso di specie la Corte non solo ha ritenuto le attenuanti generiche prevalenti sulla menzionata aggravante, ma nemmeno ha dimostrato di tenerne effettivamente conto ai fini della commisurazione della pena base sulla quale è stata operata la diminuzione all’esito del giudizio di bilanciamento (nè i ricorrenti hanno in qualche modo eccepito il contrario).

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n.196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.


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