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Articolo 5 Costituzione italiana: spiegazione e commento

21 Novembre 2021 | Autore:
Articolo 5 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 5 Cost, in cosa consiste il principio di indivisibilità dello Stato italiano. 

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Lo Stato italiano è uno e trino

Lo Stato italiano è un po’ come il Dio cattolico: uno e trino. È unitario ma si compone di tre diversi apparati: lo Stato, le Regioni e i Comuni (le Province vanno e vengono). 

L’articolo 5 della Costituzione sancisce così una sorta di compromesso tra i sostenitori di uno Stato unico e indivisibile e i paladini del regionalismo. Luigi Einaudi, che si schierava nelle file di questi ultimi, sosteneva che le autonomie locali potevano essere l’antidoto al ritorno di forme dittatoriali. 

Dall’altro lato, però, non si voleva che un eccessivo regionalismo potesse portare a nuovi processi di scissione dopo tanto sangue versato per la conquista dell’Unità. E così l’articolo 5 cerca di tirare un colpo al cerchio e uno alla botte. Da un lato, ammonisce chiaramente: «Che l’uomo non separi ciò che il risorgimento ha unito!». E dall’altro «riconosce le autonomie locali» allo scopo di «raggiungere il più ampio decentramento amministrativo». Una concessione che però proviene dallo Stato. Come dire: a scanso di eventuali tentazioni secessioniste, non si tratta di una tacita ammissione di un diritto naturale in capo ai vari territori. Che non si confonda – come già hanno fatto diversi politici – l’autonomia con l’indipendenza.

Che vuol dire “sussidiarietà”

Ci si potrebbe chiedere: perché prendere tante decisioni per quante sono le Regioni, le Province e i Comuni italiani, rendendo così ancora più incomprensibile la già articolata legge? 

Chi, meglio del padrone di casa, può stabilire dove collocare i quadri. E chi, più del condominio, può decidere il colore delle tende da sole da installare sui balconi. Chi, più del Comune, è capace di determinare quale debba essere il senso di circolazione in una strada. Ed ancora chi, meglio della Regione, può individuare le migliori regole sulla programmazione e sullo sviluppo del territorio locale. 

Ogni decisione, per quanto possibile, deve essere fatta dall’ente più vicino al cittadino: perché ne conosce le esigenze, le caratteristiche, i pregi e i difetti. È ciò che si chiama «principio di sussidiarietà»: se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intromettersi, ma può eventualmente sostenerne l’azione.  

Così, come una graziosa concessione, lo Stato italiano ha – anche qui con lustri di ritardo – attuato le autonomie locali concedendo alle Regioni, alle Province e ai Comuni poteri nelle materie elencate agli articoli 117 e 118 della stessa Costituzione. Un riconoscimento sudato visto che, nel nostro Paese, la rinuncia al potere richiede lunghe gestazioni e periodi di transizione. Si pensi che per ottenere le prime elezioni dei Consigli regionali si è dovuto attendere il 1970; per la prima legge su Comuni e Province il 1990 e per il Testo Unico sull’ordinamento degli enti locali il 2000.

Nel 2001, è stata anche sancita l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa ai tre enti locali. In forza di ciò, Regioni, Province e Comuni possono imporre tributi (pur nell’ambito delle cornici operate dalle leggi italiane) e approvare annualmente i loro bilanci. Ad esempio, su autorizzazione dello Stato, le Regioni possono riscuotere il bollo auto e le addizionali Irpef; i Comuni hanno il potere impositivo in materia di immobili (con l’Imu e la Tari) e così via. 

In questo modo, gli enti locali possono autogestire le proprie finanze con i vantaggi e gli svantaggi che ciò crea. Perché è indubbio che, a dispetto dell’unità d’Italia e del suo territorio, si creano – come se già non ve ne fossero per ragioni storiche – economie di serie A (quelle delle Regioni più efficienti e industrializzate) ed economie di serie B (quelle delle Regioni con minori risorse). In barba al principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 in forza del quale tutti i cittadini sono uguali. Ci vuole poco a rendersi conto di quanto ciò non sia vero nel momento in cui si entra in un ospedale del sud e lo si confronta con uno del nord. 

Il decentramento, quindi, da un lato opera una forma di democratizzazione delle decisioni, rendendo più vicino il potere alla sua base, ma dall’altro lato è anche la strada per le discriminazioni tra cittadini dello stesso Paese. Di ciò chiaramente, come sempre succede, non si accorge il ricco, ma il povero ha invece quattro occhi. 

È vero, le autonomie locali hanno potenziato lo sviluppo in molte Regioni del Paese, ma la frammentazione dei poteri rischia di trasformare la Conferenza Stato-Regioni in un’assemblea di condominio. 

Esiste davvero l’unità degli italiani?

«Fatta l’Italia dobbiamo fare gli italiani»: la frase di Massimo D’Azeglio è rimasta carta bianca dal 1861. Che senso ha dire che l’Italia è una e indivisibile se il popolo resta in eterno conflitto. Prima era la guerra tra repubblicani e monarchici, poi tra fascisti e comunisti, tra settentrionali e meridionali, tra laici e cattolici, industriali e proletari, europeisti e sovranisti, favorevoli e contrari all’immigrazione, no-tav e si-tav, no-vax e si-vax. E, perché no, anche tra juventini e milanisti. In Italia, c’è sempre un motivo per litigare, per dividersi in due schiere, come se fosse possibile giudicare una persona, nelle sue infinite sfaccettature, da un solo lato del suo pensiero. 

Siamo un popolo unito con il mastice, un po’ come il costume di Arlecchino. Ed è inutile dire che sull’unità degli italiani pesano fratture storiche mai ricucite. La verità è che non abbiamo rispetto per l’altrui pensiero, problema di carattere culturale. «Disapprovo ciò che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo» scrisse l’autrice inglese Evelyn Beatrice (frase erroneamente attribuita a Voltaire): un insegnamento che gli italiani non hanno mai dimostrato di condividere. Da noi, il diritto di espressione è unilaterale: io posso parlare, ma se tu la pensi diversamente non puoi fare altrettanto. Ne parleremo in occasione della trattazione sull’articolo 21 della Costituzione. 

Una cosa è certa: essere uniti non vuol dire necessariamente essere identici, ma non saremo mai liberi, uguali e legati se prima non impareremo a rispettarci l’un l’altro.



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