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Il cloud computing e le linee guida europee sul diritto alla privacy

6 Luglio 2014
Il cloud computing e le linee guida europee sul diritto alla privacy

Anche i big dell’It sono consapevoli che dopo lo scandalo Nsa occorre potenziare i diritti degli utenti.

Dentro le nuvole informatiche ci sono vite, buste paga, software, informazioni vitali. Cosa potrebbe accadere se qualcuno riuscisse a violare la sicurezza dei cloud service provider (la società che fornisce i servizi cloud agli utenti)? Nel passato è già successo ma oggi i giganti dell’It sono sicuri di avere tecnologie e mezzi per difendere i propri datacenter. Sarà davvero così?

Il cloud ha un problema di fiducia. Che può essere anche un problema di diritti, per i cittadini e le aziende alle prese con i fornitori di questi servizi. Il nodo sta venendo al pettine con una chiarezza mai vista prima. Certo è un tema caro da tempo alle istituzioni europee, soprattutto attraverso il regolamento – ancora in bozza – della Data Protection, che servirà ad aggiornare la normativa privacy europea (ferma al 1995). Regolamento che ha avuto una vita travagliata, tra molti rinvii, dove ha pesato anche l’ostilità delle multinazionali cloud americane. La Commissione europea ha ottenuto però un primo risultato concreto la settimana scorsa, che ha il sapore di una piccola svolta. Ha pubblicato le prime linee guida per standardizzare i contratti cloud, in accordo con aziende e associazioni di settore (tra cui Ibm, Microsoft, Sap, Telecom Italia, Enisa, Cloud Security Alliance).

Sta succedendo insomma che l’Europa non è più sola su questo fronte. Anche i big cominciano a porsi il problema di come sostenere la fiducia nel cloud, in un momento in cui l’attenzione alla privacy è ai massimi livelli dopo lo scandalo delle intercettazioni Usa.

Si sta formando una consapevolezza. Per l’interesse comune bisogna potenziare i diritti degli utenti del cloud. Cioè la loro facoltà di controllo sui dati e sui servizi utilizzati.

Ma c’è ancora molta divergenza sul come farlo, tanto che possiamo identificare due scuole di pensiero: quella “filo-europea“, che mira a servizi cloud più standardizzati anche nelle clausole contrattuali, e quella “filo-americana“, secondo cui il cloud (pubblico) deve restare fedele alla propria natura distintiva, per continuare a essere economico: sostanzialmente sciolto da vincoli rigidi.

Sviluppare il mercato del cloud e rassicurare gli utenti è l’equazione del momento, quindi, ed è particolare che a sostenerla sia anche un colosso americano come Microsoft. È il senso del discorso che Dorothee Belz, a capo di Legal and corporate affairs di Microsoft in Europa, farà a Digital Venice l’8 luglio. “Perché i benefici del digitale si realizzino nel mercato europeo, abbiamo bisogno anche di trovare modi che consentano a privacy, sicurezza e tecnologia di muoversi avanti assieme”.

È la consapevolezza che l’Europa ha una sensibilità diversa sulla privacy. Rispettarla può essere necessario per diffondere il cloud in Europa e quindi i vantaggi del digitale. È anche un’occasione per Microsoft di crescere a spese di concorrenti che si sono mossi prima nel settore cloud: non a caso, non ci sono i nomi di Amazon e Google tra coloro che hanno aderito alle linee guida europee.


note

Autore immagine: 123rf com


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