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Cosa rischia chi parla male del datore di lavoro?

23 Novembre 2021
Cosa rischia chi parla male del datore di lavoro?

Offese nei confronti dell’azienda: quando costano il licenziamento. 

Parlare male di una persona con un’altra, alle sue spalle, non è né reato, né illecito civile. Non si può configurare, da un lato, la diffamazione, reato che richiede la presenza di almeno due persone ad ascoltare la frase offensiva. Non si può, dall’altro, configurare neanche l’ingiuria che invece scatta solo quando ci si rivolge direttamente in faccia alla vittima. 

Ma cosa rischia chi parla male del datore di lavoro? Qui entrano in gioco logiche differenti: la tutela della dignità dell’azienda, il rapporto di fedeltà e obbedienza, il rispetto che, se anche non deve per forza essere ossequioso e servile, è comunque attuazione dell’obbligo di buona fede e correttezza nei rapporti di lavoro. 

A spiegare cosa rischia chi parla male del datore di lavoro è stata più volte la giurisprudenza.

Cosa rischia chi parla male dell’azienda: le conversazioni denigratorie

Proprio di recente, la Cassazione [1] ha confermato il licenziamento disciplinare per conversazioni denigratorie nei confronti del capo. 

Nel caso di specie una lavoratrice, confidandosi con la responsabile di una società del gruppo, si era abbandonata a epiteti offensivi nei confronti del legale rappresentante della società datrice di lavoro, con allusioni a condizioni patologiche dello stesso attinenti a dati personali riservati e sensibili.

Non è la prima volta che la Corte usa la penna rossa nei confronti dei dipendenti che, pur non macchiandosi di diffamazione o di ingiuria – per insussistenza dei relativi presupposti – dimostrano di non aver a cuore l’immagine della propria azienda. In questi casi, il vero problema per il datore è la ricerca della prova. A dover fare la spia dev’essere per forza chi ha raccolto la confidenza. 

La giustificazione

Eccezionalmente, il comportamento può essere giustificato da un clima “incandescente” innescatosi in azienda, come nel caso degli stipendi non corrisposti o di atteggiamenti mobbizzanti a carico del lavoratore.

La diffamazione online aggravata

Sicuramente più grave è la condotta di chi parla male dell’azienda con un post pubblico su Facebook o su altro social. La condotta integra, in questo caso, la diffamazione aggravata. Perché criticare è lecito, offendere no. 

La chat di gruppo è segreta

Diverso è se l’offesa viene pronunciata in un gruppo chiuso come in una chat di WhatsApp o Telegram. La fuga di notizie non giustifica il licenziamento poiché – dice la Cassazione [2] – la corrispondenza è segreta. 

Il diritto di critica

Rientra infine nel legittimo esercizio del diritto di critica la comunicazione il cui contenuto sia esclusivamente valutativo, seppure si tratta di una polemica intensa e dichiarata in relazione ad una tematica di attuale rilevanza tra i soggetti destinatari della critica, se connotato dalla correttezza delle espressioni utilizzate. Il limite all’esercizio del diritto resta, al contrario, travalicato quando il lavoratore trascenda in attacchi personali, volti a colpire sul piano individuale il bersaglio della critica, senza alcuna finalità o rilevanza di pubblico interesse, ma all’unico scopo di aggredire la sfera morale o professionale altrui. 

L’intento offensivo implica un giudizio di assoluto disvalore, con una connotazione del tutto negativa circa le qualità personali, morali e professionali dell’offeso, portando così la vicenda sul piano personale e soggettivo. 

Ricorre, viceversa, il legittimo esercizio del diritto di critica ogni qual volta le dichiarazioni espresse abbiano un contenuto oggettivo e riguardino questioni ed opposte tesi dibattute, potendosi ammettere anche crudezza di linguaggio e asperità dei toni, sempre che la diatriba non trascenda sul piano personale e soggettivo.

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