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Suicidio assistito: quando si può fare in Italia

23 Novembre 2021 | Autore:
Suicidio assistito: quando si può fare in Italia

Nelle Marche, il primo storico via libera a questa pratica da parte di un’azienda sanitaria. Significa che è sempre legale? A quali condizioni?

Si può decidere di morire senza attendere che la vita faccia il suo normale corso quando si è in uno stato di malattia irreversibile? A quali condizioni è lecito ricorrere al suicidio assistito? Quando si può fare in Italia? Il recente e storico caso di Ancona, il primo nel nostro Paese in cui un’azienda sanitaria ha dato il via libera alla somministrazione del farmaco letale su un paziente, apre nuovi orizzonti sul cosiddetto «fine vita». Ma c’è un confine da superare per accedere al suicidio assistito? Chi lo stabilisce e quando?

Il confine era stato tracciato qualche anno fa dalla Corte Costituzionale, che ha ritenuto «non punibile» chi aiuta a morire un malato irreversibile e in grado di decidere di morire. Suicidio assistito e non eutanasia, però, perché c’è una differenza sostanziale e fondamentale: nel primo caso, è il paziente a mettere in moto il meccanismo che lo porta alla morte, nel secondo è un’altra persona a somministrare il farmaco letale. Vediamo quando si può fare il suicidio assistito in Italia, anche alla luce della decisione dell’Asl marchigiana.

Suicidio assistito: che cos’è?

Il suicidio assistito è una pratica che consiste nell’aiutare un paziente a procurarsi la morte con un farmaco letale. Come appena accennato, è diverso dall’eutanasia in quanto il suicidio assistito non prevede che sia un’altra persona a somministrare direttamente il farmaco tramite iniezione ma deve essere il paziente stesso ad ingerirlo in maniera autonoma e volontaria.

Perché «assistito», allora? L’assistenza di terze persone (familiari o personale sanitario) si svolge in altri ambiti in cui si rende necessaria, come per il ricovero del paziente, per la preparazione del farmaco legale o per la gestione delle pratiche post mortem.

Suicidio assistito: il primo caso in Italia

La cronaca ci ha insegnato che per portare a termine la pratica del suicidio assistito, fino a non molto tempo fa, era necessario recarsi in altri Paesi in cui non solo era lecita ma veniva anche agevolata (la Svizzera era lo Stato più gettonato, vista la vicinanza geografica). Ciò accadeva nonostante il suicidio assistito, come vedremo tra poco, è stato legittimato dalla Consulta. Ma nessuno aveva mai osato fare il primo passo.

Lo ha fatto il Comitato etico dell’Asur Marche, l’azienda sanitaria di Ancona, che ha dato il via libera al suicidio assistito di un uomo, tetraplegico da dieci anni, che tempo fa aveva chiesto di ottenere il consenso ufficiale per poter porre fine alle sue sofferenze.

Il paziente, 43 anni, camionista di Pesaro e immobilizzato a letto a causa di un incidente stradale (muove solo il dito mignolo della mano destra), aveva ottenuto il via libera dalla Svizzera ma poi ha chiesto, sulla base della sentenza della Corte Costituzionale, di far verificare alla sua Asl l’esistenza dei requisiti necessari per accedere alla pratica. Dopo 13 mesi di attesa per essere visitato e altri due per conoscere il verdetto del Comitato etico dell’Asur, è arrivato il parere positivo: il paziente non solo potrà ricorrere al suicidio assistito in Italia ma potrà anche morire a casa sua, accanto ai suoi cari quando si sentirà pronto a farlo. Sarà solo lui ad autosomministrarsi il farmaco letale, senza l’intervento di personale sanitario.

Suicidio assistito: quando si può fare in Italia?

Il caso del paziente marchigiano significa che il suicidio assistito è legale in Italia? In realtà, l’episodio del camionista pesarese passa alla storia per essere il primo caso nel nostro Paese, non perché sia quello che legittima il suicidio assistito. Semmai, mette in pratica la sentenza con cui la Corte Costituzionale [1] decise nel 2019 che non può essere punito chi assiste una persona con una malattia irreversibile a suicidarsi.

La Consulta, però, precisa che ci devono essere quattro requisiti affinché il suicidio assistito sia completamente legale. In particolare, il paziente deve:

  • essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali (cioè deve essere attaccato a delle macchine senza le quali non potrebbe vivere);
  • essere affetto da una patologia irreversibile;
  • avere una patologia che gli procura delle sofferenze intollerabili;
  • essere pienamente capace di prendere delle decisioni libere e consapevoli (cosciente e in grado di intendere e di volere, insomma).

Trattandosi di una decisione autonoma e libera, il paziente può anche decidere all’ultimo momento di tirarsi indietro e di rinunciare a suicidarsi.

La procedura prevede che il paziente faccia la relativa richiesta all’Asl, direttamente o tramite il suo medico curante, affinché possa essere visitato al fine di verificare la presenza dei quattro requisiti che rendono legale in Italia il suicidio assistito e di appurare che il malato abbia espresso la sua volontà in modo chiaro e univoco, compatibilmente con le sue condizioni di salute. L’iter impone anche di certificare che il paziente sia stato informato adeguatamente delle sue condizioni e di possibili soluzioni alternative al suo stato, come il ricorso a cure palliative o la sedazione profonda continua.

Conclusa questa fase, il fascicolo viene inviato al Comitato etico dell’Asl, a cui spetta verificare se ci sono le condizioni per dare il via libera al suicidio assistito in conformità con quanto determinato dalla Corte Costituzionale.


note

[1] Corte cost. sent. n. 242/2019.


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