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TFR: se non paga il datore di lavoro lo versa l’Inps (anche senza fallimento)

7 Luglio 2014
TFR: se non paga il datore di lavoro lo versa l’Inps (anche senza fallimento)

Il fondo di garanzia dell’Inps copre il lavoratore dipendente anche se il datore non è necessariamente fallito, ma è solo insolvente e si è prima tentata l’esecuzione forzata.

 

Ormai tutti i dipendenti sanno di poter dormire su sette cuscini in caso di fallimento del proprio datore di lavoro: in tali ipotesi, infatti, essi potranno ottenere comunque il pagamento del T.F.R. maturato, attraverso una richiesta al Fondo di Garanzia presso l’Inps (per la procedura leggi: “Come ottenere il pagamento del TFR dall’impresa fallita”).

Ciò che, però, non tutti sanno (anche perché la sentenza della Cassazione è di tre giorni fa [1]) è che non è sempre necessaria l’apertura di un fallimento per ottenere il T.F.R. dall’Inps. È anche possibile presentare l’istanza quando il datore di lavoro è semplicemente insolvente e a condizione che il creditore (ossia il dipendente) abbia prima effettuato, invano, un tentativo di esecuzione forzata.

Lo spiraglio è stato chiarito dalla Suprema Corte la quale ha tenuto giustamente conto del fatto che non tutte le imprese possono fallire: e ciò perché la legge fissa dei requisiti di indebitamento e di dimensione che non sempre ricorrono. Così, per esempio, se il datore non supera un certo fatturato o una predeterminata esposizione debitoria, le istanze di fallimento vengono rigettate dal tribunale.

In tali casi, i dipendenti che non hanno ottenuto il pagamento del Trattamento di Fine Rapporto sono comunque tutelati, potendo fare richiesta di pagamento al Fondo di Garanzia presso l’Inps.

La legge [2] dispone la possibilità di pagamento del T.F.R. da parte dell’INPS qualora il datore di lavoro non soggetto a fallimento non adempia spontaneamente a tale pagamento, in caso di risoluzione del rapporto di lavoro, sempreché il lavoratore abbia infruttuosamente esperito l’esecuzione forzata per ottenere il credito.

Tale possibilità per il dipendente si apre tutte le volte in cui il datore di lavoro non sia assoggettato a fallimento, vuoi per le sue condizioni soggettive (assenza dei requisiti dimensionali per fallire), vuoi per ragioni ostative di carattere oggettivo (perché la mole di debiti non è sufficiente a far scattare la pronuncia di fallimento) [3].

Si tratta di una interpretazione estensiva della legge, data anche alla luce di una direttiva dell’80 della Comunità Europea.

In definitiva – chiarisce la Corte – se il datore di lavoro è assoggettabile al fallimento, ma in concreto non può essere dichiarato fallito per la esiguità del credito azionato o per l’assenza di requisiti soggettivi, il lavoratore può comunque ottenere le prestazioni del Fondo di garanzia costituito presso l’INPS a condizione che prima abbia tentato – in maniera infruttuosa – un pignoramento (e salvo che risultino in atti altre circostanze che dimostrino l’esistenza di altri beni aggredibili con l’esecuzione forzata).


note

[1] Cass. sent. n. 15369/14 del 4.07.2014.

[2] Art. 2, comma 5, l. n. 297/1982 (disciplina del trattamento di fine rapporto e norme in materia pensionistica).

[3] Cass., sent. n. 8529/12, e sent. n. 15662/10.

[4] La Cassazione ribadisce una lettura estensiva della legge nazionale che trova piena giustificazione nella facoltà data dal diritto comunitario (direttiva CE n. 987/1980) ai legislatori nazionali di assicurare la tutela dei lavoratori anche in casi di insolvenza accertati con modalità e in sedi diverse da quelle tipiche delle procedure concorsuali.

Autore immagine: 123rf com


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4 Commenti

  1. L’articolo è parzialemnte corretto. Quanto scritto lo prevede semplicemente la legge da tempo. Il problema è che gli uffici richiedono contestualmente tutta una serie di documenti difficili da reperire a partire dai bilanci degli ultimi tre anni. Per cui al bravo lavoratore di fronte alla rigidità degli uffici non resta che inoltrare l’istanza di fallimento che chiaramente viene respinta, sperando che non trovi un giudici che lo condanni alle spese processuali della procederua. E’ inoltre da considerare che per piccolo importi il tutto rischia di essere vanificato dal fatto che l’inps non riconosce le spese sostenute per effettuare tutta la procedura esecutiva e quindi c’è il rischio che le spese superino gli incassi. Insomma istituto da rivedere in sede legislativa Avv. Massimo Cesca

  2. spesso gli articoli sono mossi dall’enfasi della notizia, poi la sostanza è cosa diversa.
    Quello che dice il collega Cesca è purtroppo la amara verità, che si aquisce in zone economicamente depresse, come nel meridione, dove le aziende che spariscono sono tante, non tutte assoggettabili al fallimento, e spesso difficili da reperire, il tutto con costi e tempo da dedicare ad ogni singola fattispecie che spesso non è neanche compreso dal lavoratore. In conclusione, quanto riportato nell’articolo è parzialmente veritiero, salvo però la necessità di rimodernare l’istituto ormai non più al passo con i tempi. Secondo me la soluzione migliore sarebbe “fondo di tesoreria” allargato a tutti i datori a prescindere dalla dimensione, così il TFR verrebbe versato mensilmente all’INPS insieme alla contribuzione ed al termine del rapporto non ci sarebbero sorprese. Avv. Emanuele Guarino

  3. Bravo avvocato, concordo pienamente ….l’articolo non dice nulla di nuovo….! Il tutto é già ampiamente regolato dalla circ INPS 78 del 2008 !!!

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