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Risarcimento del danno: non conviene chiedere somme sproporzionate

7 Luglio 2014
Risarcimento del danno: non conviene chiedere somme sproporzionate

Cause: se il giudice ritiene che la richiesta è sproporzionata, anche se accorda il risarcimento, dispone la compensazione delle spese di lite.

Puntare troppo in alto con le richieste di risarcimento, all’inizio di una causa, nella speranza di avere più del dovuto o, solo, di spaventare la controparte, non conviene mai. E una recente sentenza del tribunale di Genova spiega il perché [1].

Quando la domanda di indennizzo è sproporzionata rispetto a quanto ha effettivamente diritto la parte lesa e, quindi, il magistrato ridimensioni tale cifra con una più congrua rispetto al danno subìto, allora la sentenza potrà anche disporre la compensazione delle spese processuali, che, in parole povere, significa: “ognuno si paga il proprio avvocato e le spese sostenute”.

Insomma, nonostante dalla causa escano una parte chiaramente vittoriosa e un’altra chiaramente sconfitta – circostanza che, in altri frangenti, determinerebbe la condanna di quest’ultima a rifondere alla prima le spese del giudizio (il contributo unificato, l’onorario dell’avvocato, la perizia del ctu, ecc.) – il fatto che la misura del risarcimento accordata sia notevolmente inferiore rispetto a quanto chiesto nella citazione fa sì che il giudice disponga la compensazione delle spese.

Un esempio chiarirà meglio tale principio.

Mettiamo che Tizio faccia causa a Caio chiedendo la sua condanna al pagamento di 10.000 euro per aver distrutto il proprio cancello nel fare marcia indietro con l’autocarro. Nel calcolo di tale indennizzo, vi include il rifacimento dell’opera, esagerando gli importi per la mano d’opera e per il costo delle materie prime; inoltre, non contento, inserisce nell’elenco anche il danno morale per essere stato in apprensione nel rimanere senza protezione della proprietà per diversi mesi. Di tutto ciò, però, Tizio riesce a dimostrare solo una minima parte, cosicché il giudice gli riconosce un risarcimento di 2.000 euro.

Ebbene, in tal caso, poiché la vittoria in giudizio di Tizio non è stata netta e gli è stata riconosciuta solo una minima parte della somma richiesta, quest’ultimo non potrà contare anche sulla condanna della controparte alle spese processuali. Con la conseguenza che dovrà pagarsi l’avvocato da sé e non si vedrà rimborsate le imposte.

Se invece Tizio avesse chiesto una somma compresa (per esempio) in un range tra 2.000 e 3.000 avrebbe avuto, quasi sicuramente, diritto anche a tali importi.

Del resto, è stata la stessa Cassazione [2] a ricordare che la palese sproporzione tra le ragioni esposte in domanda e quanto riconosciuto dal giudice può giustificare la compensazione delle competenze di avvocato.

Ovviamente, la sproporzione deve essere evidente. Se, infatti, così non fosse – ricorda sempre la Suprema Corte [3] – si arriverebbe a vanificare la facoltà di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti lesi solo per paura di non “cogliere nel segno” l’importo esatto.

Insomma, una causa non è certo come il noto gioco televisivo “Ok! Il prezzo è giusto”, ma il magistrato non è sciocco e sa distinguere gli intenti speculativi dalla buona fede che ha determinato solo degli errori per approssimazione di calcolo.

Insomma, è proprio il caso di dire che anche per il diritto, “chi troppo vuole nulla stringe”.


note

[1] Trib. Genova, sent. del 14.02.2014.

[2] Cass. sent. n. 4997/98.

[3] Cass. sent. n. 5996/2012.

Autore immagine: 123rf com


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