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Articolo 9 Costituzione: spiegazione

25 Novembre 2021
Articolo 9 Costituzione: spiegazione

Cosa dice e cosa significa l’art. 9 Cost. sulla tutela della cultura, del paesaggio e del patrimonio storico e artistico dell’Italia.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. 

I mille volti dell’articolo 9

L’articolo 9 della Costituzione è, tra tutti, quello che forse ha l’oggetto più ampio. Mette insieme una serie di concetti tra loro assai diversi: cultura, ricerca scientifica e tecnica, paesaggio, patrimonio storico e artistico. In questo apparente marasma è però possibile trovare un punto d’unione. Lo scopo dell’articolo 9 è infatti quello di tutelare il passato, il presente e il futuro del nostro Paese. 

Quanto al passato viene chiamato in ballo il nostro patrimonio storico ed artistico che fa dell’Italia la meta del turismo di tutto il mondo: una risorsa economica, oltre che culturale, che lo Stato non può certo tralasciare. 

Quanto al futuro, la Repubblica si impegna a promuovere la ricerca scientifica e tecnica. Senza le conquiste del progresso – inutile dirlo – la nostra vita non sarebbe quella di oggi ed è da queste che dipende il benessere nostro e delle successive generazioni.

Quanto al presente, infine, l’articolo 9 richiama due concetti chiave: da un lato il paesaggio e dall’altro la cultura (che poi è il ponte che unisce il passato, di cui è figlia, e il futuro, di cui è condizione). 

La Corte Costituzionale ha attribuito al concetto di paesaggio un significato ampio. In esso va ricompreso tutto l’habitat naturale fatto di terra, aria e acqua: insomma ogni luogo in cui le persone vivono e agiscono. I giudici della Consulta hanno valorizzato l’ambiente come bene primario e assoluto della Repubblica, in cui si ricollegano interessi non solo naturalistici e sanitari, ma anche culturali, educativi e ricreativi. 

Si noterà la diversità di verbi usati dall’articolo 9: la cultura e la ricerca vengono «promosse» secondo quindi una finalità evolutiva della scienza. Invece il paesaggio e il patrimonio storico vengono solo «tutelati». C’è un dislivello: quasi a ritenere che le opere del passato non possano più essere ricreate, come invece è successo in altri Paesi del mondo, come la Spagna ad esempio, dove le creazioni di architettura moderna sono diventate esempio per tutto il mondo. 

La cultura ostaggio del pensiero politico

L’articolo 9 si muove in parallelo con l’articolo 33 della Costituzione che, come vedremo in seguito, stabilisce che l’arte e la scienza sono libere: libere da qualsiasi influenza politica. Si vuol così vietare la promozione di un’arte o di una scienza di Stato, ossia di regime, che possa influire sulle altre libertà come quella di pensiero e di espressione. La tutela della cultura è anche dallo Stato, per evitare che questa possa essere influenzata da chi detiene il potere così com’era successo nell’epoca del fascismo. 

Anche qui però la storia ha dimostrato il contrario. La politica non ha mai potuto far a meno del suo principale alleato: la cultura. Numerosi artisti e letterati sono stati promossi dai partiti finché questi, con le proprie opere, ne hanno supportato le idee e il pensiero. Musicisti e scrittori sono stati spesso gli “influencer” di una determinata corrente di pensiero. Si pensi ai numerosi cantautori degli anni ’70 estremamente influenzati dalle ideologie dell’estrema sinistra. «La rivoluzione si fa con la musica» perché la musica entra in tutte le case, influenza i giovani e ne forma il pensiero per il resto della vita. Era come allevare pulcini di una futura generazione di elettori. 

Gli intrecci tra l’arte, la cultura e la politica non hanno risparmiato neanche il cinema. Si pensi allo stereotipo del lavoratore vessato interpretato da Paolo Villaggio per un’intera carriera. 

Che dire poi delle televisioni e dei giornali, sovvenzionati direttamente o indirettamente dai partiti, in assenza di qualsiasi norma che imponga una piena trasparenza.

L’ambiente: questo sconosciuto

Dire che l’Italia, a difesa dell’ambiente, rifiuta il nucleare ma poi non fa nulla per contrastare l’abusivismo edilizio, la contaminazione di intere aree, la mafia ecologica è un controsenso. Uno dei tanti a cui ci ha abituato il nostro Paese. Per avere un Codice dell’ambiente si è dovuto aspettare il 2006: quasi 40 anni dopo la Costituzione. 

È vero che l’inquinamento era un problema ancora lontano dai nostri Padri costituenti, ma è anche vero che si è agito in ritardo, quando ormai intere aree del Paese erano state saccheggiate dagli interessi economici. Si pensi a chilometri di costa occupati da costruzioni che ne hanno deturpato le bellezze: orrendi condomini ed alberghi costruiti davanti al mare. Si pensi all’Ilva di Taranto che ha compromesso la salute di migliaia di persone. Si pensi allo scandalo della «Terra dei fuochi».

Per decenni il fatto di aver costruito senza licenza edilizia, peraltro in luoghi sottoposti a vincolo paesaggistico, è stato punito solo con pene pecuniarie: banali contravvenzioni. 

Ma non si può dare la colpa solo allo Stato. Il problema deriva anche dalla scarsa sensibilità della popolazione. Saltano subito in mente le scritte vandaliche sulle opere d’arte, sui ponti, sui palazzi storici. E qui viene a galla la vera ragione per cui l’articolo 8 mette in unico calderone la tutela della del patrimonio con quella della cultura: le due cose vanno a braccetto e guai a separarle.

I tagli alla ricerca e alla cultura 

Ci sono voluti trent’anni prima che la giurisprudenza s’accorgesse dell’articolo 9. Accadde nel 1978, quando la Consulta (sentenza n. 20) ne fece uso per la prima volta, con una decisione sulla brevettabilità dei farmaci. 

Sappiamo poi che molti degli studi, anziché essere finanziati dallo Stato a tutela dell’indipendenza, sono foraggiati da società privat e da lobby, con conseguenti dubbi sulla loro attendibilità. 

La politica degli ultimi governi, invece di attivarsi per incrementare gli investimenti pubblici per lo sviluppo della ricerca, della cultura e del patrimonio, ha tagliato una parte significativa dei fondi ad essi destinati. Con tanto di fuga dei cervelli: un fenomeno che, tra i Paesi più industrializzati, solo l’Italia conosce. 

Perché, quando va all’estero l’italiano trionfa mentre nel proprio Paese deve sudare sette camice per vivere dignitosamente? 

Oggi si vive alla giornata, di bonus annuali collegati a qualche legge di bilancio, spesso concessi a macchia di leopardo e senza alcuna coerenza. Bonus contro cui, peraltro, si scaglia spesso l’opinione pubblica, vittima di una visione dell’economia molto restrittiva, legata al concetto di investimento in termini di Pil. Ma l’investimento non è solo l’infrastruttura o i sostegni alle assunzioni: si investe sul futuro partendo dalla formazione delle nuove generazioni. E la formazione passa innanzitutto dalla cultura. Effimera è la ricchezza in mano a un popolo di ignoranti.



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