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Pagamento mantenimento: al figlio maggiorenne o alla madre?

26 Novembre 2021
Pagamento mantenimento: al figlio maggiorenne o alla madre?

Il padre può versare il mantenimento direttamente al figlio maggiorenne o ci vuole l’autorizzazione del giudice? 

Potrebbe succedere che il padre di una coppia separata, tenuto al mantenimento del figlio, divenuto quest’ultimo maggiorenne, voglia corrispondere l’assegno direttamente nelle sue mani per evitare eventuali distrazioni delle somme da parte della madre, magari per scopi a lui non graditi. È suo diritto farlo o deve prima chiedere l’autorizzazione al giudice? In altri termini a chi deve essere fatto il pagamento del mantenimento: al figlio maggiorenne o alla madre?

La questione è stata oggetto di un vivo dibattito in giurisprudenza. All’esito, si è pervenuti alle seguenti conclusioni.

Il padre può versare il mantenimento direttamente al figlio maggiorenne?

Per stabilire se il pagamento del mantenimento vada fatto alla madre o al figlio maggiorenne bisogna distinguere due diverse ipotesi.

La prima ipotesi riguarda il caso in cui la separazione o il divorzio dei genitori intervengano quando il figlio è già maggiorenne. In tal caso, secondo recente orientamento [1], l’assegno va versato direttamente nelle mani (o sul conto) del figlio. Questi infatti ha ormai raggiunto la capacità d’agire e, come tale, ha il potere di rivendicare crediti che gli sono propri. Pertanto, semmai il padre non dovesse adempiere, spetterebbe sempre a lui agire contro di lui in via giudiziale per il recupero delle somme.

La seconda ipotesi riguarda il caso in cui la separazione o il divorzio intervengano quando il figlio è ancora minorenne. In tal caso, non c’è dubbio che fino a quando il bambino ha 17 anni, le somme vadano pagate alla madre. Tuttavia la sopraggiunta maggiore età del figlio beneficiario dell’assegno di mantenimento non autorizza in automatico il padre a versare direttamente a questi le somme oggetto della sentenza di separazione o di divorzio. Quest’ultimo dovrà quindi continuare a effettuare il bonifico nei confronti della madre, almeno fino al momento in cui il figlio, ormai maggiorenne, non si attivi per ottenere l’adempimento direttamente nelle proprie mani ossia finché questi non chieda al padre di consegnargli il denaro “bypassando” la madre. Se non c’è questa richiesta, legittimato a ricevere l’assegno resta ancora il genitore convivente con il figlio (nell’esempio sino ad ora fatto, la madre). Ma ad una sola condizione: che tra i due vi sia convivenza. Di fatti se il figlio maggiorenne dovesse andare a vivere da solo, il padre dovrebbe versare solo a lui l’assegno mensile. Questa condizione si spiega perché, solo se c’è la convivenza, il pagamento del mantenimento alla madre ha una giustificazione: assume cioè il valore di un rimborso delle spese da questi sostenute per la gestione ordinaria della prole.

In buona sostanza, una volta raggiunti i 18 anni, è potere del figlio chiedere che il padre versi direttamente a lui le somme dovute a titolo di mantenimento. Ma se tale richiesta non viene avanzata, il padre resterà obbligato a versare l’importo all’ex coniuge o partner che convive ancora con il giovane.  

Tale conclusione è stata condivida anche da una recente sentenza della Cassazione [2].

L’ordinanza in commento sul punto richiama un principio ormai consolidato in giurisprudenza, secondo il quale, il genitore separato o divorziato tenuto al mantenimento del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente (che convive con l’altro genitore) non può pretendere, di assolvere la propria prestazione nei confronti di quest’ultimo anziché del genitore istante. Non almeno fino a quando non c’è una specifica domanda da parte del figlio stesso. 

È insomma il figlio l’ago della bilancia. Spetta a lui, raggiunta la maggiore età, scegliere a chi il padre debba versare il mantenimento.

Del resto, sia il figlio (in quanto titolare del diritto al mantenimento) sia il genitore con lui convivente (in quanto titolare del diritto a ricevere il contributo dell’altro genitore alle spese necessarie per tale mantenimento, cui materialmente provvede) sono titolari di diritti autonomi, ancorché concorrenti, sicché sono entrambi legittimati a percepire l’assegno dall’obbligato [3].

Ne segue, peraltro, che «La mancata richiesta, da parte del figlio maggiorenne non indipendente economicamente, di corresponsione diretta dell’assegno di mantenimento giustifica la legittimazione a riceverlo da parte del genitore con lui convivente, il quale anticipa le spese per il suo mantenimento e le programma d’accordo con lui, e, di conseguenza, il genitore obbligato non ha alcuna autonomia nella scelta del soggetto nei cui confronti adempiere» [4].

Posto che la legittimazione a domandare l’assegno spetta tanto al figlio quanto al genitore con questi convivente affinché il genitore sia legittimato a chiedere l’assegno è indispensabile il requisito della convivenza, che si concreta qualora, pur non coabitando quotidianamente con il genitore, il figlio “mantenga un collegamento stabile con l’abitazione del genitore, facendovi ritorno ogniqualvolta gli impegni glielo consentano” [5].

Bisogna andare dal giudice per cambiare il mantenimento?

Secondo una recente sentenza della Cassazione [6], la scelta per il padre di versare l’assegno direttamente al figlio, anche se maturata con l’accordo della madre e del figlio stesso, è subordinata ad un provvedimento di modifica delle condizioni della separazione. I genitori, quindi, non possono decidere che il padre versi il mantenimento direttamente al figlio maggiorenne, anziché alla madre, senza un provvedimento giudiziale in tal senso. Bisognerà quindi procedere dinanzi al tribunale, con l’assistenza di un avvocato, affinché il giudice modifichi le condizioni di separazione o divorzio.


note

[1] Basini, I provvedimenti relativi alla prole, in Aa. Vv., Lo scioglimento del matrimonio, a cura di Bonilini e Tommaseo, in Il codice civile, Commentario diretto da Schlesinger, Milano, 1997, 859 ss.

[2] Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 14 aprile – 11 giugno 2021, n. 16589

[3] Cass. civ., sez. I, 11 novembre 2013, n. 25300, in Pluris on Line

[4] T. Milano, Sez. IX, 21 luglio 2016; Cass. civ., Sez. I, 26 maggio 2017, n. 13354, in Pluris on Line.

[5] Cass. civ., 27 maggio 2005, n. 11320, in Pluris on Line.

[6] Cass. n. 9700/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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