Diritto e Fisco | Editoriale

Diritto all’oblio, esiste davvero?

8 Luglio 2014
Diritto all’oblio, esiste davvero?

Prime applicazioni e prime problematiche della sentenza della Corte di Giustizia Ue.

Il recentissimo intervento della Corte di Giustizia UE in tema di privacy e diritto all’oblio comincia ad avere effetti concreti, ma non sempre le aspettative vengono soddisfatte.

Nel giro di un breve termine dall’emissione della sentenza Google si è mossa e ha predisposto in rete un modulo tramite il quale è possibile richiedere la rimozione dei risultati delle ricerche che riguardano un determinato evento o una determinata persona [1].

Tuttavia la questione presenta molti aspetti problematici e, purtroppo, molte scappatoie.

Per prima cosa i numeri. Google è stata letteralmente subissata di richieste di cancellazione, provenienti per la maggior parte dalla Germania (14 mila circa) e da Francia e Regno Unito. L’Italia è per ora intorno alle 6 mila, ma il numero è in costante crescita. A questi numeri va poi aggiunto il fatto che ogni richiesta riguarda, solitamente, più di un sito.

L’architettura stessa del web, pensato come una rete interconnessa in cui moltissimi dati richiamano o si intrecciano con altri, rende infatti necessario indicare, quasi sempre, diversi siti che trattano una specifica notizia. Anche in questo caso le statistiche ad oggi rivelano che ogni richiesta, mediamente, indica dai 3 ai 4 siti di cui si chiede la cancellazione dall’indicizzazione.

Valutato questo aspetto è necessario parlare dei problemi legati all’applicazione concreta.

La richiesta a Google di rimuovere un dato, infatti, permette al colosso informatico di attivare una procedura interna in cui si valuta la fondatezza della richiesta. Questa procedura, tuttavia, non è un processo e non prevede un contradditorio pieno tra le parti.

Quindi se Google ritiene di dover procedere alla cancellazione il link sparisce dal motore di ricerca e alle volte l’autore o il gestore del sito lo vengono a sapere solo a cose fatte.

I casi, al riguardo, si stanno moltiplicando. Giornalisti e giornali segnalano che sempre più “pezzi” vengono oscurati, a volte anche senza che gli stessi abbiano un carattere lesivo o senza preventiva informazione da parte di Google. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che in opposizione al diritto all’oblio e alla riservatezza c’è il diritto di cronaca e l’interesse pubblico ad essere informati. La Corte UE ha infatti sottolineato che debbano rimanere disponibili su Google i link ad articoli relativi ad esempio a casi criminali o personaggi pubblici.

Nei fatti, tuttavia, spesso si accorda preferenza alle richieste di cancellazione. La prima e più eclatante vicenda attiene al giornalista BBC Robert Peston, cui Google ha chiesto di eliminare il link relativo a un suo post risalente all’ottobre 2007.

L’articolo riguardava i problemi della Merryl Lynch, una delle maggiori banche di investimenti del mondo e si concentrava in particolare sulle dimissioni di uno dei suoi banchieri, Stanley O’Neal, all’epoca amministratore delegato, accusando in verità più che il banchiere i vertici della banca che avevano scaricato su di lui ogni responsabilità.

Un caso simile è stato registrato dal Guardian cui sono state presentate richieste di rimozione di diversi articoli. Alcuni trattavano un caso di frode risalente al 2002, altri riguardano Dougie McDonald, ex arbitro di calcio scozzese che ha lasciato l’incarico dopo un caso di giustizia sportiva.

Si è allora parlato di attacco al giornalismo ritenendo che il verdetto della Corte Europea aiuti i ricchi e i potenti a censurare informazioni imbarazzanti, ma veritiere sul proprio conto [2]; tuttavia, ad oggi, l’unico effetto certo è stato la ribalta degli articoli “cancellati”.

Questo perché di fronte alle richieste di cancellazione vi sono stati molti soggetti (blogger, altre testate giornalistiche) che hanno ripreso i contenuti sanzionati da Google e li hanno rimessi in circolazione.

Paradossalmente, quindi, chi ha chiesto l’oblio sulle proprie notizie ha ottenuto l’effetto contrario di vederle non solo riprendere ad anni di distanza, ma anche diffuse a macchia d’olio sulla rete.

Questo sta portando a un ripensamento della vicenda, che la stessa Google definisce ancora da raffinare e studiare più attentamente.

Va poi segnalato un ulteriore importantissimo dato.

La sentenza della Corte di Giustizia si applica solo in Europa, ma non in America e comunque solo a Google. Questo elemento è fondamentale perché permette di capire come i dati non siano stati affatto cancellati, ma semplicemente rimossi dalle ricerche.

Ciò significa che il contento non si trova con un ricerca su Google, ma resta comunque presente in rete sul sito, ad esempio, del giornale che lo ha pubblicato.

Tutto ciò che viene oscurato ad esempio in Italia o in Francia, poi, rimane oscurato sui domini google.it o google.fr, ma resta disponibile ed accessibile dal dominio generale google.com.

Ancora, applicandosi la pronuncia solo a Google, gli altri motori di ricerca [7] continuano senza problemi a mostrare i contenuti incriminati.

Evidente come tutto ciò porti a dei risultati parziali e controproducenti. Se un episodio della vita di una persona non è rilevante per la cronaca e va “dimenticato” dalla rete è chiaro come questo non possa succedere solo a seconda del motore di ricerca che si usa o del paese di appartenenza.

Sulla questione sono state sollevate molteplici domande ed interrogativi, finora senza risposta. Addirittura, alcuni commentatori maliziosi hanno sostenuto che la celerità di Google nel provvedere a fornire il modulo e a cancellare i dati sia il frutto di una scelta ragionata, volta a far emergere tutte le contraddizioni contenute nella sentenza della Corte di Giustizia.

di ANDREA PASSANO


Con il formulario presente su internet è possibile chiedere a Google di eliminare l’indicizzazione di un sito contenente un dato che si vuole far dimenticare. La procedura è rapida e funziona ma bisogna ricordare come spesso si ottenga un effetto boomerang con la maggior pubblicizzazione della notizia che si è chiesto di oscurare e che il sito resti comunque disponibile se cercato con un diverso motore di ricerca.

note

[1] Luci ed ombre del meccanismo sono state efficacemente esplicate in un precedente articolo https://www.laleggepertutti.it/51518_oblio-su-internet-la-richiesta-a-google-non-garantisce-la-cancellazione .  

[2] Si pensi che il Times parla di 50 mila richieste di cancellazione indirizzate al proprio sito.

[3] Ad esempio Bing, il motore di ricerca della Microsoft.

Autore immagine: 123rf com


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