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Giudice non concede termini per deposito comparse conclusionali

26 Novembre 2021
Giudice non concede termini per deposito comparse conclusionali

È nulla la sentenza se il giudice, prima della decisione della causa, non dà alle parti i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle note di replica. 

Le Sezioni Unite della Cassazione [1] hanno risolto un contrasto giurisprudenziale che si trascinava da anni: qual è la sorte della sentenza se il giudice non cede il termine per il deposito delle comparse conclusionali e delle relative note di replica. E la soluzione adottata dalla Corte Suprema è quella della nullità. Dunque è nulla la sentenza (di primo grado o d’appello) con cui il giudice decide la controversia senza assegnare alle parti i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle repliche o senza attendere la loro scadenza. La nullità è automatica, non necessita cioè di addurre ulteriori motivi.  

Come noto l’articolo 190 del codice di procedura civile stabilisce che le comparse conclusionali debbono essere depositate entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla rimessione della causa al collegio e le memorie di replica entro i venti giorni successivi.

Per il deposito delle comparse conclusionali il giudice istruttore, quando rimette la causa al collegio, può fissare un termine più breve, comunque non inferiore a venti giorni.

Il cuore del problema sul quale le Sezioni unite si sono espresse è riassunto nell’interrogativo se la sentenza di primo grado o d’appello, che sia adottata prima della scadenza dei termini concessi (ai sensi appunto dell’articolo 190 cod. proc. civ.) per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, o anche di uno solo di essi, oppure in ipotesi di mancata concessione dei suddetti termini, «sia affetta da nullità per il solo fatto della risultante impeditiva, per i difensori delle parti, dell’esercizio compiuto del diritto di difesa nel rispetto dei termini perentori all’uopo fissati dalla legge, oppure se la detta nullità presupponga l’accertamento anche di un pregiudizio concreto, passato nella terminologia corrente sotto la denominazione di pregiudizio ‘effettivo’, ulteriormente parametrato alla possibile incidenza della violazione sulla soluzione finale di merito».

Il principio sancito dalla Corte è il seguente: «La parte che proponga l’impugnazione della sentenza d’appello deducendo la nullità della medesima per non aver avuto la possibilità di esporre le proprie difese conclusive ovvero per replicare alla comparsa conclusionale avversaria non ha alcun onere di indicare in concreto quali argomentazioni sarebbe stato necessario addurre in prospettiva di una diversa soluzione del merito della controversia; la violazione determinata dall’avere il giudice deciso la controversia senza assegnare alle parti i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica, ovvero senza attendere la loro scadenza, comporta di per sé la nullità della sentenza per impedimento frapposto alla possibilità dei difensori delle parti di svolgere con completezza il diritto di difesa, in quanto la violazione del principio del contraddittorio, al quale il diritto di difesa si associa, non è riferibile solo all’atto introduttivo dei giudizio, ma implica che il contraddittorio e la difesa si realizzino in piena effettività durante tutto lo svolgimento del processo».

In sintesi, pertanto, è di per sé nulla la sentenza di primo grado o d’appello se il giudice decide la controversia senza assegnare alle parti i termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica oppure senza attenderne la scadenza: la parte non ha dunque la necessità d’indicare in concreto quali argomentazioni avrebbe dovuto addurre per arrivare a una diversa soluzione nel merito della lite. Pesa anzitutto la violazione del diritto di difesa.

Il diritto al contraddittorio, insomma, è insito nel diritto di difesa, il quale a sua volta è garantito dall’articolo 24 della Costituzione e costituisce un principio cardine del processo giurisdizionale. Nessun dubbio che l’articolo 111, secondo comma, della Carta fondamentale abbia recepito il canone di ragionevole durata del processo, e dunque di economia processuale, accanto a quello del contraddittorio. Ma sono state le stesse Sezioni unite civili a chiarire che il giusto processo non si esplicita soltanto nella ragionevole durata. E ciò anche in base all’articolo 6 della convenzione europea dei diritti dell’uomo. 

Il vizio in questione della sentenza di primo grado può essere fatto valere in appello. 


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 36596/21.


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