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Articolo 10 Costituzione italiana: spiegazione e commento

28 Novembre 2021 | Autore:
Articolo 10 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 10 Cost. sulla tutela dello straniero: il diritto d’asilo.

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici. 

L’Italia è una Repubblica che rispetta il diritto internazionale

L’articolo 10 della Costituzione stabilisce la volontà della nostra Repubblica di rispettare il diritto internazionale. Quando però si parla di diritto internazionale non si deve pensare a una legge specifica, un codice o un testo unico. Non c’è nulla di scritto. Si tratta piuttosto di consuetudini internazionali, ossia regole di condotta non scritte rivolte a tutti i soggetti della comunità internazionale e che ne regolano i rapporti per la convivenza pacifica tra i vari Stati. Le consuetudini internazionali non sono altro che comportamenti costantemente ripetuti nel tempo da tutti i popoli nel corso dei secoli e perciò ritenuti ormai vincolanti. Se non avessimo il diritto internazionale staremmo in continua guerra. L’articolo 10 significa anche cooperare per la pace nel mondo.

L’Italia si apre quindi ideologicamente alla comunità internazionale, impegnandosi ad emanare leggi che non contrastino con le norme generalmente accettate da tutti gli altri popoli.

Grazie all’articolo 10, il diritto internazionale entra automaticamente a far parte del nostro ordinamento, senza bisogno di una legge di recepimento come invece succede per i trattati internazionali. 

Questo non significa che il nostro Stato abbia ceduto la propria sovranità, che debba sottomettersi alla volontà dei Paesi più ricchi o che sia obbligato a soccombere dinanzi ai flussi migratori provenienti dai Paesi ove regnano guerre e dittature. La norma dice semplicemente che l’Italia post-fascista non è più uno Stato chiuso in sé stesso (come lo erano, del resto, tutti i Paesi fino a metà del 900), ma è una comunità aperta. Dire che l’Italia è «aperta» significa affermare che il nostro ordinamento si impegna ad armonizzare le nostre norme costituzionali con quelle del diritto internazionale. Resta fermo però che tali norme non devono contrastare con i principi fondamentali della nostra Costituzione, quelle stesse norme che tutelano i diritti inalienabili della persona e che costituiscono un limite invalicabile. 

Ciò significa, tanto per fare un esempio scolastico, che se l’Europa dovesse decidere di istituire la pena di morte o di ripristinare le leggi razziali, l’Italia deve rifiutarsi di aderire a tale politica. 

La tutela dello straniero

La seconda parte dell’articolo 10 si dedica al trattamento degli stranieri in Italia. Sembra un articolo profetico. In realtà i padri costituenti sapevano bene che la storia si ripete e che pertanto, in forza dei corsi e ricorsi, ciò che si era visto col fascismo poteva potenzialmente ritornare. Vollero perciò mettere una porta blindata affinché il passato non tornasse più. Una porta che oggi è minata da più parti.

Quella contenuta nell’articolo 10 potrebbe sembrare una norma breve e semplice. In realtà stabilisce molto più di quanto non appaia in prima lettura. 

Innanzitutto, per evitare un eccessivo potere in mano alla pubblica amministrazione e alle forze di polizia, che potrebbe sconfinare in atteggiamenti discriminatori e violenti, si stabilisce che il trattamento dello straniero può essere deciso solo da una legge, non quindi da un decreto ministeriale o da altri atti amministrativi. Tant’è che, in forza di questa riserva di legge, è stato istituito nel 1998 – anche qui con enorme ritardo – il Testo Unico sull’immigrazione. Questo corpo normativo distingue tra cittadini di Stati appartenenti all’Unione europea e cittadini di Stati extracomunitari. I primi godono di certo di un trattamento di maggior favore, ma ciò non per una discriminazione fondata sulla provenienza, ma in forza dei trattati internazionali che l’Europa ha stretto.

Ai cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea, è consentito l’ingresso solo se in possesso di:

  • passaporto valido o documento equipollente;
  • visto d’ingresso rilasciato dalle autorità diplomatiche o consolari italiane;

La permanenza in Italia è consentita previa concessione di un permesso di soggiorno con l’indicazione dei motivi d’ingresso identica a quella del visto. 

In secondo luogo la norma riconosce allo straniero il rispetto dei diritti fondamentali previsti dalle norme interne e dalle consuetudini e convenzioni internazionali. Si tratta di un passaggio fondamentale: affermare infatti che gli stranieri sono naturalmente titolari dei diritti fondamentali dell’uomo significa demolire le convinzioni di coloro che ritengono che la Costituzione riconosca i diritti solo ai “cittadini”. Non è così. La nostra Costituzione tutela la “persona”, l’essere umano di qualunque provenienza geografica: questi, in quanto tale, è titolare di diritti naturali inalienabili, come la vita, la salute, il lavoro, la libertà di pensiero e di fede, la giusta retribuzione e così via. Non c’è quindi alcuna distinzione tra italiani e stranieri quando si tratta dei diritti fondamentali dell’uomo. 

La Costituzione del 1948 è molto più avanti rispetto al sentimento popolare che, specie in questi ultimi periodi, vede riemergere episodi diffusi di xenofobia e intolleranza. 

Lo straniero fa paura e genera diffidenza. La sua diversità – spiega la psicologia – è percepita come un pericolo, un attacco alle certezze e agli equilibri già consolidati. Di qui l’atteggiamento ostile nei suoi confronti. 

Siamo pieni di pregiudizi, alcuni consci, altri meno consci. Si pensi ad esempio alla discriminazione nei confronti dei rom: chi mai, nei loro confronti, ha lo stesso atteggiamento e rispetto che ha per un piemontese o un siciliano? Si dice che i rom non vogliono lavorare e che approfittano dell’elemosina. Chi sta leggendo in questo momento si ponga allora la seguente domanda: assumeresti mai un rom nella tua azienda? Se la risposta è no, chiediti come possa abbandonare la questua una persona che nessuno assumerebbe e nei cui confronti c’è tanto pregiudizio. 

C’è poi la convinzione che la povertà faccia l’uomo ladro e quasi sempre chi si rifugia in Italia non ha le tasche piene. Ma se ciò dovesse essere vero, dovremmo applicare la medesima presunzione anche ai nostri stessi connazionali. Eppure le statistiche pubblicate dalla Guardia di Finanza mostrano come il maggior numero di truffe nei confronti dello Stato, quando si tratta di percepire sussidi e sovvenzioni, sono commesse proprio dagli italiani. Certo, la statistica è influenzata dal numero di individui presenti sul territorio, ma è anche vero che, per la stessa ragione, sul versante opposto, troviamo anche una solida fetta di extracomunitari disposta a fare lavori ormai disprezzati dai nostri connazionali, consentendo di portare avanti settori dell’economia che diversamente entrerebbero in crisi. Si pensi solo al lavoro nei campi e nelle fabbriche. 

C’è poi un ultimo pregiudizio: l’extracomunitario, se non ruba gli oggetti, ruba il lavoro. Si accontenta di poco, è vero, e spesso non chiede neanche i contributi. Ma la responsabilità, a ben vedere, non è loro ma di noi italiani: chi è più colpevole, lo sfruttatore? Senza contare il fatto che il lavoro viene assegnato a chi è più bravo e se ci facciamo soffiare il posto da un’altra persona è perché questa è più capace di noi.

Insomma, l’articolo 10 è devastante: ci fa capire quanto siamo primitivi nel nostro modo di concepire l’uomo non come figlio del mondo ma di un confine geografico.

Il diritto d’asilo

La terza parte dell’articolo 10 si occupa del cosiddetto diritto d’asilo. Dopo aver affermato che l’Italia si basa sui due pilastri della libertà e della uguaglianza, la Costituzione non può che riconoscere allo straniero il diritto di rifugiarsi nel nostro territorio tutte le volte in cui, nel suo Paese, gli vengano negate le libertà democratiche, quelle stesse libertà che, come si è appena detto, la nostra Costituzione riconosce alle persone (e non solo ai cittadini). Il diritto d’asilo è proprio questo: il poter ricevere rifugio e protezione da un altro Stato. 

Di questa libertà tuttavia si è oggi fatto un uso distorto grazie anche ai cavilli studiati da alcuni avvocati. Molti rifugiati, nel tentativo di entrare in Italia per motivi economici – non contemplati quindi dalla Costituzione – fingono di essere oppressi nel proprio Paese. E la scusa più ricorrente è quella dell’omosessualità. È noto infatti che in alcuni Stati – in particolare quelli in via di sviluppo – l’omosessualità è punita con pene assai gravi. Ragion per cui alcuni extracomunitari utilizzano questo escamotage per ottenere asilo politico. In alcuni casi però i giudici si accorgono della bugia e rimandano lo straniero al mittente. 

Il divieto di estradizione

L’articolo 10 chiude la tutela degli extracomunitari con un’ultima importante affermazione: non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici. Per capire di che si tratta dobbiamo spiegare cos’è l’estradizione.

A volte, quando un criminale cerca di sfuggire alla giustizia, si rifugia in un altro Stato. In forza però di accordi internazionali, le autorità del Paese di destinazione possono consegnare il latitante alle forze di polizia dello Stato di origine affinché lo processino. Tale procedura si chiama appunto estradizione. Ciò succede ad esempio nei confronti degli assassini, degli spacciatori, dei narcotrafficanti, dei mafiosi, dei terroristi e così via. 

Ebbene, la nostra Costituzione vieta l’estradizione quando il reato è di natura politica. I reati di natura politica infatti sono istituiti per limitare le libertà dell’individuo, ponendosi così in contrasto con i principi enunciati dalla nostra Costituzione e riconosciuti a tutte le persone, a prescindere dalla provenienza geografica. Potrebbe ad esempio succedere che in un Paese dittatoriale sia vietata la libertà di espressione o siano punite le contestazioni contro il Governo. Ebbene, in tali casi l’estradizione non può avere luogo. Inoltre l’estradizione non può essere concessa se il Paese che la richiede prevede, per il delitto commesso dal fuggitivo, la pena di morte.

Il divieto di estradizione non si applica ai delitti di genocidio. 



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