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Disinteresse del coniuge: conseguenze

28 Novembre 2021 | Autore:
Disinteresse del coniuge: conseguenze

Violazione del dovere di assistenza morale nel matrimonio: quando c’è l’addebito della separazione e in quali casi scatta il reato di maltrattamenti?

Il matrimonio non rappresenta soltanto il coronamento di un sogno d’amore ma anche un’importantissima vicenda giuridica dalla quale derivano conseguenze fondamentali, alcune delle quali capaci di durare praticamente una vita intera. In pratica, il matrimonio ha effetti che si protraggono anche dopo la separazione e il divorzio. Tra gli obblighi che sorgono dal rapporto di coniugio ce n’è uno che spesso passa inosservato ma che, in realtà, è importante quanto gli altri, se non di più: il dovere all’assistenza morale. Cosa significa? Quali sono le conseguenze del disinteresse del coniuge?

L’obbligo di assistenza morale consiste in un impegno di assistenza, comprensione e rispetto reciproco. In buona sostanza, il coniuge non deve soltanto mantenere economicamente l’altro, ma deve anche sostenerlo moralmente, soprattutto nei momenti di difficoltà. Il coniuge deve dunque prendere parte alla vita della persona che ha sposato, non potendosene disinteressare completamente, come se fosse un estraneo.

L’indifferenza e il distacco possono costare molto cari al coniuge: secondo la Corte di Cassazione, il marito che ignora volutamente i bisogni affettivi della consorte può essere condannato per maltrattamenti. In pratica, la Suprema Corte sembra dire che la violazione dei doveri nascenti dal matrimonio non solo può condurre alla separazione ma perfino a una condanna penale. Quali sono le conseguenze del disinteresse del coniuge? Scopriamole insieme.

Doveri matrimoniali: quali sono?

Secondo la legge (art. 143 cod. civ.), dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.

Come vedremo, la violazione anche di uno solo di questi doveri può avere precise conseguenze, sia civili che penali

Obbligo di assistenza morale: cos’è?

Come ricordato in apertura, l’obbligo di assistenza morale impone ai coniugi di prendersi cura l’uno dell’altra, manifestando quell’affetto che dovrebbe essere alla base di ogni matrimonio.

Insomma: per legge i coniugi devono assistersi non solo economicamente ma anche moralmente, cioè da un punto di vista spirituale e affettivo.

Violazione dell’obbligo di assistenza morale: conseguenze

La violazione dell’obbligo di assistenza morale è grave quanto il venir meno a qualsiasi altro dovere imposto dal matrimonio (come, ad esempio, quello alla fedeltà reciproca).

Il coniuge che dimostra totale disinteresse nei riguardi del partner si rende inadempiente a un vero e proprio obbligo di legge, con tutto ciò che ne deriva. L’indifferenza, pertanto, può comportare precise conseguenze giuridiche:

  • innanzitutto, il coniuge abbandonato a se stesso può chiedere l’addebito della separazione, il quale consiste nell’addossare all’altro la colpa del naufragio matrimoniale;
  • il coniuge che ha subito il disinteresse, prolungato e costante, del proprio partner può perfino sporgere denuncia per maltrattamenti, così come vedremo tra un istante.

Disinteresse del coniuge: quando c’è addebito?

Una delle prime e più immediate conseguenze della violazione dell’obbligo di assistenza morale consiste nella richiesta, in sede giudiziale, dell’addebito della separazione. L’addebito non è altro che l’attribuzione della responsabilità della fine del matrimonio.

Perché si possa addebitare una separazione è necessario che a uno dei coniugi siano riferibili comportamenti volontari che hanno dato causa alla separazione. Sono rilevanti tutte le violazioni degli obblighi sanciti dalla legge: l’infedeltà, i maltrattamenti, l’opposizione di un genitore alle visite del figlio ai suoceri, l’ingiustificato rifiuto di aiuto o conforto spirituale, l’ingiustificato rifiuto dei rapporti sessuali, la mancata assistenza durante il grave stato di infermità non reversibile di uno dei coniugi.

Perché si possa procedere all’addebito, però, occorre che della violazione degli obblighi coniugali sia fornita rigorosa prova e che tale trasgressione sia oggettivamente grave e pregiudizievole per il matrimonio.

Per pacifico orientamento giurisprudenziale, la violazione di un dovere matrimoniale (quale, appunto, quello di assistenza morale) non comporta automaticamente l’attribuzione dell’addebito, qualora si dimostri che la violazione in oggetto è stata la conseguenza di altro inadempimento commesso per prima dal coniuge che chiede l’addebito.

È quindi di fondamentale importanza che la condotta lesiva dei doveri coniugali sia stata la causa e non la conseguenza della crisi. Se, pertanto, un coniuge mostra totale distacco nei confronti dell’altro perché il matrimonio è oramai in crisi, magari per un precedente tradimento dell’altro, allora di sicuro non si potrà invocare l’addebito della separazione per la violazione dell’obbligo di assistenza morale.

Addebito separazione: quali conseguenze?

Il coniuge a cui è stato addebitata la separazione perde il diritto al mantenimento, il quale non gli sarà dovuto dall’altro nemmeno se versa in evidenti condizioni di difficoltà. Continuano a spettargli, invece, gli alimenti, che si differenziano dal mantenimento in quanto servono solamente a garantire i mezzi minimi di sussistenza.

Il coniuge a cui è attribuita la separazione per colpa perde altresì i diritti successori nei riguardi del coniuge: in altre parole, il partner a cui è stata addebitata la separazione non può succedere all’altro nel caso di morte. Si tratta di una conseguenza negativa che, in assenza di addebito, si verifica solamente dopo la sentenza di divorzio.

Disinteresse del coniuge: quando c’è reato?

Secondo la Corte di Cassazione [1], va condannato per maltrattamenti in famiglia l’uomo che mostra disinteresse verso i bisogni affettivi della moglie, se questa condotta è accompagnata da continue critiche, offese e vessazioni, fisiche o morali.

Nel caso di specie l’uomo, durante il ventennale rapporto di matrimonio, aveva sempre dimostrato distacco e freddezza nei confronti dei bisogni sia della moglie che della prole. A fronte delle richieste di collaborare nella gestione dei figli, come andare a prenderli a scuola o prendersi cura di loro mentre la moglie era al lavoro, l’imputato si era sempre mostrato indifferente ed incapace di assicurare al coniuge un apporto valido.

In pratica, secondo la Cassazione il disinteresse nei confronti del coniuge si trasforma in reato di maltrattamenti quando la condotta non si limita all’inadempimento delle obbligazioni economiche ma sfocia «nell’inosservanza cosciente e volontaria dell’obbligo di assistenza morale ed affettiva verso l’altro coniuge – obbligo, questo, che scaturisce dal vincolo matrimoniale e che la finalità di garantire che l’altro coniuge non sia mai lasciato solo a sé stesso in caso di difficoltà».

In sintesi: l’evidente disinteresse verso i bisogni affettivi ed esistenziali del coniuge integra il reato di maltrattamenti quando all’abbandono spirituale si accompagnano vessazioni fisiche o morali, consistenti in ingiurie, denigrazioni, minacce verbali, sopraffazioni di ogni genere.


L’evidente disinteresse verso i bisogni affettivi ed esistenziali del coniuge integra il reato di maltrattamenti quando all’abbandono spirituale si accompagnano vessazioni fisiche o morali, consistenti in ingiurie, denigrazioni, minacce verbali, sopraffazioni di ogni genere.

note

[1] Cass., sent. n. 43570 del 25 novembre 2021.

Autore immagine: pixabay.com

Cass. pen., sez. VI, ud. 9 novembre 2021 (dep. 25 novembre 2021), n. 43570

Presidente Mogini – Relatore Giordano

Ritenuto in fatto

1.La Corte di appello di Firenze ha confermato la condanna di R.T.G. alla pena di anni tre di reclusione per il reato di cui all’art. 572 c.p., commesso in danno della moglie. Ha confermato anche le statuizioni civili. In particolare, è stato confermato l’aumento, della pena di mesi sei di reclusione, per la contestata aggravante di cui all’art. 61 n. 11 quinquies c.p., sulla pena base di anni due e mesi sei di reclusione.

2.Con i motivi di ricorso, di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente indispensabili ai fini della motivazione, il ricorrente denuncia:

  1. violazione di legge, in relazione all’aggravante di cui all’art. 61 n. 11 quinquies c.p., e vizio di motivazione perché meramente apparente quella posta a fondamento delle conclusioni della Corte di appello, ovvero che i fatti, avendo avuto uno svolgimento prettamente domestico in un ambiente in cui erano presenti quattro minori, era evidente che si fossero svolti, almeno una quota parte di essi, in presenza dei minori. Rileva il difensore che, invece, le condotte afferenti alla vita intima della coppia che sono a fondamento della condanna non si svolgevano in presenza dei figli nè erano svolte in presenza le ulteriori condotte di deprivazione di assistenza familiare in cui si risolve il reato. Solo in due occasioni di aggressione alla moglie, peraltro, erano stati presenti i figli della coppia;
  2. vizi di motivazione e violazione di legge inficiano la ritenuta sussistenza del delitto di maltrattamenti in mancanza di episodi specifici e reiterati di abuso poiché quelli che emergono sono ben pochi durante tutto l’arco ventennale della convivenza familiare. Si tratta di una grave carenza, che connota intrinsecamente le dichiarazioni della persona offesa – ritenute attendibili secondo l’id quod plurmque accidit – e sulla quale la Corte “svia” non affrontando lo specifico motivo di appello e, anzi, collegando le condotte di maltrattamenti al totale disinteresse dell’imputato per le esigenze della famiglia così “trasformando” nel delitto di maltrattamenti semplici condotte sussumibili nel reato di cui all’art. 570 c.p., in relazione a condotte consumate, peraltro, in un periodo in cui l’imputato aveva perso il lavoro.
  3. Il difensore dell’imputato, avvocato Tiziano Checcoli, ha depositato memoria di contestando le conclusioni del Procuratore generale poiché i motivi di ricorso investono il percorso motivazionale della sentenza impugnata, ritenuto carente, ed impongono, pertanto, un esame nel merito.

Considerato in diritto

1.Il ricorso è inammissibile perché proposto per motivi generici e manifestamente infondati.

Nella sentenza impugnata è riportata un’ampia ricostruzione in fatto nella quale sono state richiamate in sintesi le dichiarazioni rese dalla moglie dell’imputato, costituita parte civile e più ampiamente illustrate nella sentenza di primo grado. Si tratta di dichiarazioni molto dettagliate che descrivono il lungo rapporto coniugale – il matrimonio è, infatti, risalente all’anno 2001-, le traversie lavorative e, quindi i disagi economici ai quali la famiglia è stata sottoposta, in ragione del carattere irascibile e dell’uso di alcol e droga ai quali era dedito e, soprattutto, contengono una ricostruzione precisa del menage coniugale e familiare contrassegnato da ingiurie e da sopraffazioni, fisiche e psicologiche, alle quali la persona offesa è stata sottoposta durante tutta la durata del matrimonio. L’imputato, a fronte delle richieste di collaborare nella gestione dei figli, come andare a prenderli a scuola o prendersi cura di loro, mentre la moglie era a lavoro, si è sempre mostrato indifferente ed incapace di assicurare alla coniuge un apporto valido; le aveva imposto, nel corso degli anni, rapporti sessuali e, negli anni più recenti, in più occasioni, l’aveva aggredita fisicamente soprattutto quando la donna, esasperata, si era rivolta al padre dell’imputato per avere il suo aiuto o gli aveva contestato il tenore di vita sregolato che conduceva: in tali circostanze l’imputato era giunto ad afferrarla per il collo e a stringerle le mani alla gola, alla presenza della figlia più piccola; in un’altra occasione, dopo un litigio, l’aveva colpita alla spalla mentre la donna lo pregava di rallentare mentre guidava, correndo e contromano spaventando i figli che si trovavano in auto con loro e, subito dopo, arrivati a casa, le aveva lanciato contro il bastone di una scopa che la donna era riuscita a scansare. Epiteti di ogni genere e rimproveri per come si occupava della casa e dei figli le erano costantemente rivolti e analogo comportamento il marito aveva tenuto, in più occasioni, nei confronti del figlio maggiore della coppia- nato nel 2001.

1.1.Sulla scorta di siffatto racconto, molto più particolareggiato e ricco di episodi, valorizzando l’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, la Corte di appello ha correttamente ritenuto integrato il delitto di maltrattamenti nonché l’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 11 quinquies.

È noto che le dichiarazioni della persona offesa, anche se costituita parte civile e, dunque, portatrice di un interesse economico contrapposto a quello dell’imputato possono reggere la dichiarazione di colpevolezza quando siano sottoposte a rigoroso vaglio critico e senza la necessità di applicare le regole probatorie di cui all’art. 192 c.p.p., commi 3 e 4, che richiedono la presenza di riscontri esterni: è, in tal caso, sufficiente che il controllo di attendibilità sia più rigoroso ed è solo opportuna, rimessa dunque al prudente apprezzamento del giudice, una più pregnante verifica con elementi di natura esterna. Nel caso in esame non solo i Giudici del merito hanno evidenziato la precisione e coerenza del racconto della parte civile ma hanno anche richiamato le dichiarazioni rese dai congiunti della donna che non erano solo testimoni “de relato”, in quanto destinatari delle confidenze della persona offesa, ma anche testimoni diretti del sistema di vessazioni alle quali l’imputato aveva sottoposto la moglie.

2.La sentenza impugnata, in risposta ad un preciso motivo di impugnazione che contestava la sussistenza del reato di maltrattamenti a fronte di singoli episodi di aggressione che si inserivano in una lunga relazione coniugale, ha evidenziato come la condotta dell’imputato non si è risolta nel mero inadempimento delle obbligazioni economiche su di lui gravanti come marito e come padre ovvero nella inosservanza cosciente e volontaria dell’obbligo di assistenza morale ed affettiva verso l’altro coniuge, obbligo, questo, che scaturisce dal vincolo matrimoniale e che ha la finalità di garantire che l’altro coniuge – in caso di difficoltà – non sia mai lasciato solo a se stesso venendo, così ad integrare la fattispecie di cui all’art. 570 c.p., comma 1.

La Corte di merito, infatti, ha ritenuto configurabile il reato di maltrattamenti a fronte della persistente condotta di incuria dell’imputato, affatto riducibile ai periodi in cui l’imputato non svolgeva attività lavorativa; di comportamenti non solo censurabili sul piano morale (l’imputato ha ammesso di essere arrivato a “rubare” i soldi dal salvadanaio dei figli per giocare con le slot machine o procurarsi lo stupefacente) ma leggendo l’una e gli altri, per la loro frequenza e reiterazione nel corso degli anni, come emblematici del disinteresse verso i bisogni affettivi ed esistenziali della moglie e reiteratamente omissivi agli obblighi di cura verso la moglie e i figli, condotte accompagnate da ingiurie, denigrazione, minacce verbali, sopraffazioni di ogni genere protrattisi per tutta la durata del rapporto coniugale e acuitisi nel corso degli anni giungendo alle vere e proprie aggressioni fisiche che la teste ha descritto. Si tratta di comportamenti – che l’imputato ha ammesso giustificandoli con un carattere irascibile – che hanno cagionato alla persona offesa uno stato di timore, e di vero e proprio assoggettamento al marito perché, come sottolineato nella sentenza impugnata (pag. 16) la donna si era autoimposta la scelta di non reagire al fine di non correre il rischio della possibile reazione violenta dell’imputato, il che sostanzia un ulteriore aspetto di sopraffazione idoneo ad integrare l’elemento oggettivo del reato configurando un vero e proprio sistema di vita mortificante e vessatorio. I Giudici di appello hanno, invero, sottolineato che la condotta dell’imputato aveva assunto connotati di tale gravità da costituire, per il soggetto passivo, fonte abituale di sofferenze fisiche e morali integrando, così il delitto di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p., (Sez. 6, n. 8650 del 09/07/1996, Fina, Rv. 205762).

3.Manifestamente infondato è anche il primo motivo di ricorso poiché l’aggravante di cui all’art. 61 c.p., n. 11-quinquies, è integrata dalla circostanza che il minore assista ad uno dei fatti che si inseriscono nella condotta costituente reato (Sez. 6, n. 2003 del 25/10/2018, dep. 2019, Z, Rv. 274924) e non è necessario che gli atti di violenza posti in essere alla presenza del minore rivestano il carattere dell’abitualità. Nella sentenza impugnata sono illustrati specifici episodi, occorsi soprattutto negli ultimi anni, in cui i figli minori della coppia (nati il 2014 e il 2016) erano certamente presenti alle aggressioni fisiche consumate in danno della persona offesa, aggressioni che, come si è precisato, non possono essere lette, in ragione del contesto in cui si inerivano, come singoli episodi connotanti un fatto delittuoso autonomo rispetto al delitto di maltrattamenti ed al sistematico abuso che contrassegnava la relazione familiare.

  1. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma, in favore della Cassa delle Ammende, che si stima equo liquidare come in dispositivo. L’imputato va condannato al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile secondo le prescrizioni recate dal dispositivo (Sez. U, Ordinanza n. 5464 del 26/09/2019, dep. 2020, De Falco, Rv. 277760).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende. Condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato, nella misura che sarà liquidata dalla Corte di appello di Firenze con separato decreto di pagamento ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 82 e 83, disponendo il pagamento in favore dello Stato.


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