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Infortunio alunno nel bagno della scuola: risarcimento danni

28 Novembre 2021 | Autore:
Infortunio alunno nel bagno della scuola: risarcimento danni

Quando l’insegnante è ritenuto responsabile dell’incidente e la scuola è tenuta a pagare i danni per le lesioni subite dal bambino che si è recato in bagno?

Il bagno è considerato un luogo sicuro, ma in realtà è altamente pericoloso. È molto facile scivolare e cadere, specialmente se il pavimento è bagnato, o urtare con varie parti del corpo durante i movimenti tra i sanitari, come il lavabo e il wc. A scuola i rischi sono maggiori: innanzitutto perché il bagno è frequentato da bambini anche in tenera età, che non sempre vengono accompagnati, ed inoltre perché i bimbi possono compiere azioni rapide e imprudenti che facilitano l’infortunio. Bisogna, poi, considerare che la manutenzione del bagno potrebbe essere difettosa e che spesso i bambini presenti in bagno sono numerosi ed è facile che si mettano a giocare o a spingersi.

Quando avviene l’infortunio di un alunno nel bagno della scuola, chi paga il risarcimento dei danni? La Corte di Cassazione in una recente sentenza [1] si è occupata proprio di questo caso: un bambino della scuola materna, nel recarsi il bagno, era sfuggito al controllo dell’insegnante, si era messo a correre ed era andato a sbattere contro un gabbiotto di alluminio, riportando lesioni. La Suprema Corte ha affermato alcuni importanti principi per poter affermare la responsabilità risarcitoria dell’istituto scolastico quando avviene l’infortunio di un alunno nel bagno della scuola.

Infortunio a scuola: responsabilità dell’insegnante

Gli insegnanti, e in loro assenza i collaboratori scolastici, hanno un obbligo di custodia e di vigilanza sugli alunni durante tutto il tempo di permanenza a scuola e in qualsiasi parte del plesso si trovino: dunque anche per le scale, nei cortili, in palestra e nei bagni.

La responsabilità civile degli insegnanti per i comportamenti dei ragazzi loro affidati – che si trasferisce sull’istituto scolastico di appartenenza e, per le scuole pubbliche, sul ministero dell’Istruzione – può essere di diversa natura giuridica, e precisamente è:

  • di tipo contrattuale per gli infortuni autoprocurati, come una caduta autonoma del bambino;
  • di tipo extracontrattuale per gli infortuni eteroprocurati, come la spinta di un compagno, e per quelli di causa incerta.

Nella responsabilità extracontrattuale opera l’articolo 2048 del Codice civile che stabilisce i criteri applicabili per i danni provocati dai minorenni durante la permanenza a scuola: la norma sancisce che gli insegnanti sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi «nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza». Si tratta di una responsabilità presunta, attribuita per la mancata o inefficace sorveglianza degli alunni. Gli insegnanti possono escludere la propria responsabilità «soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto». Si tratta del cosiddetto caso fortuito: un evento talmente rapido, inconsueto e imprevedibile che non può essere evitato nemmeno con la più scrupolosa attenzione.

Infortunio a scuola: responsabilità dell’istituto scolastico

La scuola, al di là della responsabilità extracontrattuale derivata dal non aver impedito, con un’adeguata vigilanza del personale scolastico, il fatto illecito dei ragazzi, ha anche una propria responsabilità contrattuale nei confronti degli alunni che la frequentano. Perciò ogni istituto scolastico è tenuto ad adottare tutte le misure organizzative e di prevenzione, compresa la messa in sicurezza dell’edificio nelle varie parti che lo compongono (aule, finestre, scale, bagni, palestra, cortile, ecc.) per evitare che esse diventino fonte di pericolo e di danno.

In questo ambito opera l’art. 1218 del Codice civile, in base al quale il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, a meno che provi che l’evento è stato determinato da «impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile». Quindi la responsabilità risarcitoria della scuola non sussiste se essa riesce a dimostrare che il danno è stato provocato da un fattore anomalo, straordinario ed eccezionale, e come tale inevitabile.

La responsabilità contrattuale, che riguarda gli incidenti autoprocurati, deriva – come ha affermato la Corte di Cassazione nella sentenza che ti abbiamo menzionato all’inizio [1] – dal «contatto sociale», ossia «il rapporto giuridico nell’ambito del quale l‘insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’allievo si procuri da solo un danno alla persona».

Infortunio a scuola: come si dimostra il danno

In entrambi i casi di responsabilità contrattuale o extracontrattuale la legge presume, a titolo diverso ma comunque sempre fino a prova contraria da fornire a cura dell’istituto scolastico, che l’incidente sia avvenuto per colpa della scuola, sicché la responsabilità risarcitoria viene attribuita in via presuntiva e salva dimostrazione del contrario. Infatti, come afferma da tempo la Corte di Cassazione [2], incombe sull’istituto scolastico l’onere di dimostrare che l’evento dannoso non è stato determinato da una causa imputabile alla scuola e all’insegnante.

Il genitore del bambino infortunato dovrà provare soltanto che la caduta, o ogni altro tipo di evento lesivo, è accaduto a scuola e durante l’orario scolastico; ovviamente per ottenere il risarcimento è necessaria la dimostrazione dell’entità dei danni riportati, che potrà essere fornita con la documentazione medica e, nei casi più gravi, con una perizia medico-legale.

Non è, invece, necessaria l’esatta dimostrazione della dinamica dell’infortunio, che potrebbe essere difficoltosa, ad esempio per la mancanza di testimoni che hanno assistito al fatto, come ha affermato la giurisprudenza in un caso relativo ad un infortunio avvenuto durante l’ora di educazione fisica: sono sufficienti le dichiarazioni di chi ha soccorso l’alunno infortunato poco dopo, e questo principio è estensibile a casi analoghi, verificatisi in altri luoghi scolastici, come il bagno della scuola.

Infortunio nel bagno della scuola: chi paga i danni?

La nuova ordinanza della Corte di Cassazione [1], applicando i principi che abbiamo esaminato, ha stabilito che per l’infortunio occorso ad un bambino nel bagno della scuola (causato da una caduta autonoma con impatto violento contro un oggetto tagliente) il soggetto responsabile, e dunque tenuto al risarcimento dei danni, è l’istituto scolastico, poiché non aveva adottato tutte le misure idonee ad impedire il verificarsi dell’evento, compresa l’adeguata sorveglianza che l’insegnante avrebbe dovuto mantenere sul minore che era andato in bagno.

In particolare, la maestra d’asilo non aveva tenuto il bambino per mano e non aveva cercato di impedirgli di correre e, infine, di cadere e sbattere facendosi male (nel caso concreto, il bimbo ha riportato un taglio al mento). E quel comportamento del bambino era altamente prevedibile, per la sua tenera età. Puoi leggere per esteso la pronuncia della Suprema Corte sotto questo articolo. Se ti interessa conoscere altre decisioni della giurisprudenza in materia leggi anche “Infortunio scuola: ultime sentenze“.


note

[1] Cass. ord. n. 36723 del 25.11.2021.

[2] Cass. S.U. sent. n. 9346/2002.

Cass. civ., sez. III, ord., 25 novembre 2021, n. 36723

Presidente Frasca – Relatore Moscarini

Ritenuto che:

1. I.M. e M.R. , nella qualità di esercenti la responsabilità genitoriale sul figlio Io.Ma. , convennero, con atto di citazione del 5/12/2013, dinanzi al Tribunale di Cosenza l’Associazione (omissis) , titolare della scuola materna frequentata dal piccolo Ma. , per sentirla condannare al risarcimento dei danni subiti dal minore presso i locali della scuola durante l’orario scolastico quando, richiamato dall’insegnante per recarsi in bagno, sfuggì al controllo e subì un incidente riportando un taglio sul mento, causato dal violento impatto con un oggetto dalla forma tagliente ed affilata.
L’Associazione si costituì in giudizio chiedendo il rigetto della domanda assumendo che l’incidente si fosse prodotto a causa di un evento improvviso che non avrebbe potuto essere evitato dal controllo dell’insegnante.

2. Il Tribunale di Cosenza, all’esito di una CTU medica e dell’espletamento di prove testimoniali, con sentenza n. 1888/2016, rigettò la domanda, ritenendo che, dagli elementi acquisiti in giudizio, doveva desumersi che l’insegnante non avesse potuto impedire il fatto in considerazione del comportamento anomalo, improvviso ed imprevedibile del bambino.

3. La Corte d’Appello di Catanzaro, adita dai soccombenti, ha disposto il rinnovo di una CTU e, all’esito, con sentenza n. 1407 del 2019, in riforma della impugnata sentenza, ha accolto la domanda ritenendo, per quanto ancora qui di interesse, che l’evento dannoso si fosse verificato per l’esclusiva responsabilità dell’insegnante, la quale non aveva adeguatamente vigilato sul minore e non aveva pertanto adottato tutte le misure idonee ad evitare il verificarsi dell’evento.
Conclusivamente ha condannato l’appellata alle spese del doppio grado di giudizio.

4. Avverso tale sentenza, l’Associazione (omissis) ha proposto ricorso per cassazione sulla base di quattro motivi. I.M. e M.R. hanno resistito con controricorso.

5. La trattazione è stata fissata in adunanza camerale ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1.

Considerato che:

1. Con il primo motivo di ricorso – violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 – parte ricorrente assume che la Corte territoriale abbia omesso di pronunciarsi sull’eccezione di passaggio in giudicato di alcuni capi della sentenza di primo grado (meglio specificati a pag. 18 del ricorso), sollevata nella propria comparsa di costituzione e risposta in appello.

1.1 Il motivo è inammissibile: esso si fonda sul contenuto della sentenza di primo grado e sul tenore dell’appello avversario, ma non localizza nè l’una nè l’altro, così violando l’art. 366 c.p.c., n. 6. Si astiene, infatti, dall’indicare se e dove tali atti siano esaminabili in questa sede, posto che, per un verso omette di dire se sono stati prodotti, e, per altro verso, omette – come consente Cass., Sez. Un., n. 22726 del 2011, al solo fine di sottrarre all’onere di deposito a pena di improcedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 – di precisare di voler fare riferimento alla loro presenza nel fascicolo di ufficio del giudizio di appello o, eventualmente, in quello della controparte. In chiusura del ricorso la ricorrente si limita a dire che il tenore del ricorso in appello sarebbe accessibile a questa Corte trattandosi di denuncia di vizio di norma del procedimento: l’assunto non considera che l’onere di indicazione specifica degli atti su cui si fonda il motivo, che comprende anche l’indicazione del se e dove essi siano esaminabili, concerne anche i vizi di violazione di norme del procedimento e, dunque, implica che si debba precisare se e dove gli atti processuali rilevanti siano esaminabili nel giudizio di legittimità (da ultimo, ex multis, Cass. (ord.) n. 342 del 2021; ma vedi comunque la citata S.U.).
Il motivo è, comunque, ulteriormente inammissibile, là dove lamenta che la corte territoriale nulla abbia detto sull’eccepito giudicato interno, in quanto omette di precisare se, in sede di precisazione delle conclusioni, l’eccezione sia stata mantenuta.

2. Con il secondo motivo di ricorso – violazione dell’art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – parte ricorrente, per un verso, prospetta la violazione delle norme sull’onere della prova, e ciò in quanto gli appellanti non avrebbero adeguatamente provato la sussistenza del nesso di causalità tra l’evento e il danno; per altro verso, lamenta la violazione del principio della disponibilità delle prove, in quanto il giudice di merito avrebbe “omesso di considerare dati fondamentali, quali la riconosciuta e confermata assenza del gabbiotto in alluminio che avrebbe cagionato il danno al piccolo Ma. ” (cfr. pag. 20, ricorso).

2.1 Il motivo è assorbito dalla inammissibilità del motivo precedente quanto alla deduzione basata sulle censure richiamate nella comparsa di costituzione di appello circa il giudicato interno, ed è del tutto generico quanto all’assunto dell’omesso esame di quelle che vengono definite “risultanze emergenti dagli atti del giudizio”. Il ricorrente non rispetta le condizioni poste da questa Corte in ordine alla necessaria specificità e completezza del motivo di ricorso, ribadite anche in relazione agli “errores in procedendo” denunciabili ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (Cass., 3, n. 4741 del 4/3/2005; Cass., S.U. n. 7074 del 2017). Questa valutazione è giustificata dal tenore delle ultime due proporzioni della p. 20 del ricorso.

3. Con il terzo motivo di ricorso – violazione dell’art. 2048 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – parte ricorrente si duole del fatto che la Corte territoriale abbia ritenuto accertata la responsabilità dell’Associazione nonostante non sia stata raggiunta la prova in ordine alla responsabilità dell’insegnante ed al nesso di causalità tra l’omessa sorveglianza ed il sinistro. In particolare, muovendo da una generale contestazione della dinamica del fatto così come ricostruita nell’impugnata sentenza, assume che la struttura non avrebbe potuto essere ritenuta responsabile dell’occorso, in considerazione della repentinità del fatto e dell’assenza di prova in ordine al difetto di vigilanza dell’insegnante nonché in ordine all’omessa adozione, in via preventiva, di misure organizzative e disciplinari idonee ad evitare una situazione di pericolo.

3.1 Il motivo è inammissibile in quanto si sofferma a criticare la impugnata sentenza in modo del tutto parziale e lacunoso limitandosi a contestare una parte soltanto della motivazione (p. 8), ignorando la ulteriore e complessa congerie di argomenti spesi a sostegno della decisione di accoglimento dell’appello (pp. 9-12). Il motivo non si correla all’effettiva e complessiva motivazione della sentenza impugnata. Inoltre, riproduce ed argomenta su un contenuto della sentenza di primo grado (prima metà della pag. 23), che, come si è già detto, non viene localizzata in questo giudizio di legittimità.

4. Con il quarto motivo di ricorso – violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1218 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – parte ricorrente assume che la Corte territoriale sia incorsa in un vizio di sussunzione, avendo ricondotto la fattispecie concreta, così come accertata, nell’ambito della previsione di cui all’art. 2048 c.c., anziché in quello della responsabilità contrattuale, regolata dall’art. 1218 c.c..

4.1 Il motivo è inammissibile. In tema di danno cagionato dall’alunno a se stesso, questa Corte ha già avuto modo di chiarire che la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante non ha natura extracontrattuale bensì contrattuale, atteso, quanto all’istituto scolastico, che l’accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell’allievo alla scuola, determina l’instaurazione di un vincolo negoziale dal quale sorge a carico dell’istituto l’obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità dell’allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l’allievo procuri danno a se stesso; e che, quanto al precettore dipendente dell’istituto scolastico, tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell’ambito del quale l’insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l’allievo si procuri da solo un danno alla persona. Ne deriva che, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da cd. autolesione nei confronti dell’istituto scolastico è applicabile il regime probatorio desumibile dall’art. 1218 c.c., sicché, mentre l’attore deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, sull’altra parte incombe l’onere di dimostrare che l’evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile nè alla scuola, nè all’insegnante (cfr., sul punto, Cass., Sez. U., n. 9346/2002, costantemente ribadita).

Tanto premesso – pur dovendo questo giudice di legittimità, facendo uso dei poteri correttivi consentitigli dall’art. 384 c.p.c., comma 2, precisare che nella specie si sarebbe dovuto fare applicazione non della norma di cui all’art. 2048 c.c., ma dei principi in materia di responsabilità contrattuale per stabilire della fondatezza o meno della pretesa risarcitoria avanzata dai sigg. I. – osserva questa Corte che, anche rispetto alla diversa qualificazione giuridica che occorre dare all’azione esperita, la decisione di accoglimento non è censurabile, in quanto risulta acquisita agli atti di causa, secondo l’espresso accertamento compiuto dal giudice del merito, la prova dell’esclusiva responsabilità dell’insegnante nella causazione dell’evento dannoso, oltreché della mancata adozione, in via preventiva, di misure disciplinari e organizzative tali da evitare il sorgere della situazione di pericolo. Infatti, la Corte territoriale, sulla base delle deposizioni testimoniali, ha ritenuto accertato che l’insegnante non si fosse avvicinata per prendere la mano del minore, nè si fosse attivata prontamente per fermare la sua corsa, a fronte di un comportamento del bambino altamente prevedibile in considerazione della sua tenera età e delle sue condizioni psico-fisiche. Pertanto, la decisione sul punto è conforme a legge ed è sorretta da adeguata e logica motivazione, rispetto alla quale parte ricorrente non evidenzia vizi logici, ma sostanzialmente richiede in questa sede l’inammissibile riesame del materiale probatorio per farne derivare una conclusione diversa da quella cui è pervenuta la Corte territoriale.

Proprio in virtù del fatto che, ai fini del regime probatorio applicabile, è indifferente che venga invocata la responsabilità extracontrattuale per omissione delle cautele necessarie ovvero la responsabilità contrattuale per negligente adempimento dell’obbligo di sorveglianza (cfr., da ultimo, Cass., Sez. VI-3, ord. n. 3081/2015), il motivo incorre nella declaratoria di inammissibilità per difetto di interesse, dovendo all’uopo essere richiamato il principio secondo cui il motivo di impugnazione con cui si deduca la violazione di norme giuridiche priva di qualsivoglia influenza in relazione alle domande proposte, e che sia diretta, quindi, all’emanazione di una pronuncia senza rilievo pratico, risulta inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. ord. n. 12678/2020).
5. Conclusivamente il ricorso è dichiarato inammissibile e la ricorrente va condannata a pagare, in favore della parte resistente, le spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo. Si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, del cd. raddoppio del contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente a pagare, in favore di parte resistente, le spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 1.800 (oltre Euro 200 per esborsi), più accessori di legge e spese generali al 15%. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.
In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.


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