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Perquisizione a lavoro: è legittima?

18 Dicembre 2021
Perquisizione a lavoro: è legittima?

Lavoro come dipendente esterno per una ditta. L’accesso all’azienda avviene tramite badge identificativo. Da diversi mesi, in maniera del tutto random (sistema informatico), viene bloccato l’accesso per poter permettere di eseguire in maniera approfondita dei controlli sul dipendente. Viene richiesto di toglier completamente le scarpe antinfortunistiche. Chiedo se è legittimo rifiutare un controllo simile?

Dobbiamo partire dalla norma che, per la fattispecie, è da rinvenire nell’art. 6 dello Statuto Lavoratori, secondo il quale le visite personali di controllo sul lavoratore sono vietate fuorché nei casi in cui siano indispensabili ai fini della tutela del patrimonio aziendale, in relazione alla qualità degli strumenti di lavoro o delle materie prime o dei prodotti.

In tali casi, le visite personali potranno essere effettuate soltanto a condizione che siano eseguite all’uscita dei luoghi di lavoro, che siano salvaguardate la dignità e la riservatezza del lavoratore e che avvengano con l’applicazione di sistemi di selezione automatica riferiti alla collettività o a gruppi di lavoratori.

Elemento importante riguarda il fatto che, in queste ipotesi, le relative modalità di perquisizione debbono essere concordate dal datore di lavoro con le rappresentanze sindacali aziendali oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l’Ispettorato del lavoro.

Specifichiamo subito che il concetto di visita personale di controllo riguarda unicamente le ispezioni corporali, ma non anche quelle sulle cose del lavoratore, atteso che la norma citata prevede solo la “visita personale” che nell’ordinamento processuale sia civile che penale è tenuta distinta dall’ispezione di cose e luoghi; ne consegue che sistemi di verifica a campione su cose anche personali del lavoratore (borse, borsette, giacconi), e non inerenti in modo inscindibile alla sua persona fisica (come ad esempio pantaloni o camicie), una volta che tali cose siano state introdotte sul luogo del lavoro, e sempre nel rispetto della privacy dei singoli, possono essere adottati dal datore di lavoro, senza bisogno di una specifica autorizzazione o di un previo accordo sindacale.

Pertanto, facendo un esempio, il controllo sul borsone utilizzato dal lavoratore è legittimamente attuato dai soggetti incaricati, contemperando l’interesse datoriale alla tutela del patrimonio aziendale e assicurando la dignità, il rispetto e la riservatezza del lavoratore.

Diversamente, il termine “personali” indica tutto quanto risulta nella diretta disponibilità del lavoratore e quindi il divieto ex art. 6 dello statuto dei lavoratori deve estendersi anche a quegli effetti personali che possono essere considerati come diretta pertinenza della persona.

In passato, qualche giudice si è espresso sul punto: “il lavoratore sorteggiato automaticamente può legittimamente rifiutarsi di sottoporsi ad una visita personale di controllo “ex” art. 6 l. 300/1970 che assuma la forma dello spoglio degli indumenti” (Pretura Forlì, 10/12/1979).

Anche la Cassazione, anni orsono, ha statuito che il limite della salvaguardia della dignità e della riservatezza del lavoratore in occasione delle visite personali è violato allorché il controllo si svolga con inferenza nell’intimità fisica del lavoratore, come nel caso di perquisizioni o ispezioni anche semplicemente oculari tali da creare particolare disagio o degradazione psicologica (nella specie, si trattava di spoliazione parziale con mantenimento dei soli indumenti più intimi al fine di accertare l’eventuale sottrazione di articoli di biancheria di piccole dimensioni) (Cassazione civile, sez. lav., 19/11/1984, n. 5902).

Nel Suo caso, è ovvio che la spoliazione di un indumento, quali le scarpe, possa comportare grave disagio per Lei, soprattutto quando ciò avvenga davanti ad altre persone. E infatti, le visite personali di controllo sul lavoratore, anche quando siano assolutamente indispensabili ai fini della tutela del patrimonio aziendale, non possono essere tali da valicare i limiti della riservatezza personale (e cioè del riserbo e dell’intimità dell’individuo), il cui superamento è consentito dagli organi pubblici, nella stretta osservanza delle garanzie previste dalla legge, in relazione ad imprescindibili esigenze di sicurezza e di attuazione dell’ordinamento giuridico positivo.

Il fatto che questo “disagio” sia solo da Lei avvertito, cambia poco. Ognuno reagisce a modo proprio, a seconda del proprio carattere e della propria sensibilità.

Ciò che è importante è che il rifiuto sia giustificato, posto che il rifiuto ingiustificato del lavoratore di sottoporsi al controllo, legittimamente disposto dal datore al termine del turno lavorativo, lede il vincolo fiduciario, in quanto il datore è privato della possibilità di verifiche riguardo alla affidabilità del dipendente che resta tutta rimessa al caso.

Per tali ragioni, il mio consiglio è quello di rispondere, per mezzo di un avvocato, alla comunicazione ricevuta dall’azienda, specificando:

  • il disagio nel ricevere quella perquisizione e, così, giustificando il rifiuto;
  • l’assenza di un accordo sindacale, né dell’intervento dell’ispettorato sul punto;
  • l’assenza di necessità nell’effettuare tale controllo giornaliero, posto che non è mai sorto alcun elemento che possa far presumere ad una condotta furtiva nei Suoi confronti;
  • l’assenza di indicazione di diversi mezzi di controllo tecnicamente e legalmente attuabili in via alternativa;
  • l’asimmetria tra l’attività di perquisizione e il modico valore delle cose da tutelare;
  • la possibilità per il datore di lavoro di prevenire eventuali ammanchi mediante adeguate registrazioni dei movimenti delle merci nonché mediante l’adozione di misure atte a disincentivare gli ammanchi stessi e a favorire, invece, la condotta diligente e fedele dei dipendenti.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla



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