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Tangentopoli – I grandi processi d’Italia

19 Febbraio 2022 | Autore:
Tangentopoli – I grandi processi d’Italia

Come l’inchiesta Mani Pulite ha fatto crollare il sistema politico della prima Repubblica; quale fu il ruolo del pool di magistrati della Procura di Milano.

È il processo che ha cambiato la storia d’Italia, segnando il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica: Tangentopoli, detto anche Mani Pulite, dal nome del pool di magistrati della procura di Milano che ha condotto le inchieste: i pubblici ministeri Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, che hanno svolto le indagini, raccolto le prove e formulato le accuse.

Inchiesta Mani Pulite: nascita

L’indagine che presto prese il nome di Mani Pulite nacque quasi per caso, con l’arresto, all’inizio del 1992, di un personaggio politico di secondo piano (Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio), beccato mentre stava intascando una mazzetta: fu arrestato in corruzione flagrante. L’allora potentissimo segretario del Psi, Bettino Craxi, lo bollò come un “mariuolo”, ma Chiesa – forse indispettito anche per questo – dal carcere iniziò a parlare e l’inchiesta Mani Pulite si allargò a macchia d’olio: quelli che aveva chiamato in causa furono arrestati, confessarono e a loro volta fecero i nomi di altri coinvolti.

Tangentopoli: la scoperta di un sistema di corruzione

In breve tempo, grazie alle rivelazioni degli indagati, riscontrate dalla Procura, il giro di tangenti scoperte divenne immenso. Questo fece crollare, nel giro di pochi mesi durante il 1993, il sistema dei partiti di governo, che risultarono tutti coinvolti in un enorme giro di finanziamento illecito e di mazzette ottenute in cambio di appalti di favore. Si scoprì che quella commistione illegale tra il mondo politico e quello imprenditoriale era da tempo diventata la regola: Tangentopoli era un sistema di corruzione pervasiva e diffusa, per i grandi lavori pubblici così come per i piccoli. Tutto questo conveniva sia agli imprenditori disonesti sia ai politici corrotti. E ovviamente i costi ricadevano sulla collettività e sull’economia nazionale.

Mani Pulite: gli arresti eccellenti

Presto scattarono le manette per personaggi di rilievo ed anche per molti esponenti politici di primo piano, tra cui i tesorieri della Dc, del Psi e del Pci. Le sedi dei partiti furono perquisite e molti documenti vennero sequestrati. Lo scandalo fu inarrestabile. Sotto le raffiche degli avvisi di garanzia i segretari dei principali partiti di Governo furono costretti a dimettersi. Così i vecchi partiti e i loro leader crollarono, sotto il peso delle inchieste ma anche per l’onda dell’indignazione popolare. Il fenomeno era ormai sotto gli occhi di tutti.

A quel punto per il clamore dell’inchiesta venne contestato, a livello popolare, non solo il sistema illecito di gestione del potere, ma la politica in sé. Rimase celebre il lancio delle monetine contro Bettino Craxi da parte di una folla inferocita che lo aspettava all’uscita dall’hotel Raphael di Roma, il giorno in cui il Parlamento aveva negato l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti («prendi anche queste», gli gridarono). È storica anche la strenua autodifesa del metodo di finanziamento dei partiti fatta da Craxi in Parlamento: «tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è illegale», disse, sfidando chi non fosse d’accordo ad alzarsi e dirlo subito: nessuno si alzò.

Processo Tangentopoli: le vittime

Il processo vide anche delle vittime, come il presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, che si suicidò in carcere, e dell’imprenditore Raul Gardini, protagonista di quella che fu definita «la madre delle tangenti», per l’enorme importo: 150 miliardi di lire. Gardini si sparò nel suo ufficio, temendo l’imminente arresto.

Fu la «stagione dei suicidi», con 41 persone, tra politici e imprenditori, che si tolsero la vita per timore dell’inchiesta e di finire in carcere.

Inchiesta Mani Pulite: le riforme legislative e l’esito dei processi

Molti giuristi, intellettuali e opinionisti accusarono il pool di Mani Pulite di fare un uso distorto della custodia cautelare, per costringere gli imputati a confessare in cambio della loro liberazione. Gli stessi magistrati del pool diedero provocatoriamente le dimissioni nel 1994, quando il Governo di allora – con un decreto chiamato spregevolmente «salvaladri» – cercò, in extremis, di cambiare le leggi mentre la partita processuale si stava ancora giocando. Ma il decreto non fu convertito in legge e decadde.

In quel periodo, invece, fu realizzata la riforma dell’articolo 68 della Costituzione sull’immunità parlamentare e sul regime delle autorizzazioni a procedere per deputati e senatori. Sparì il divieto di indagare sui parlamentari (ma non quello di perquisirli e di intercettare le loro comunicazioni, senza l’autorizzazione della Camera di appartenenza) e di arrestarli, tranne in caso di condanna definitiva o in flagranza di gravi delitti. Così la politica fu costretta a rinunciare a molti dei suoi precedenti privilegi.

Al di là delle polemiche del momento, l’inchiesta proseguì e i processi si svolsero a Milano e in altre città italiane dove i vari filoni erano stati ripartiti per competenza territoriale. Mani pulite si concluse con 1.300 condanne definitive; solo il 20% degli imputati fu assolto. Il giro delle tangenti dell’epoca è stato calcolato in 10mila miliardi all’anno.


note

Immagine: Adnkronos


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