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L’amministratore prestanome è responsabile per i reati tributari?

29 Novembre 2021
L’amministratore prestanome è responsabile per i reati tributari?

Mancato pagamento delle tasse: la testa di legno ha le stesse responsabilità dell’amministratore effettivo di una società.

Nel momento in cui la società commette un reato tributario a risponderne è sempre il suo amministratore. Si pensi all’omesso versamento dell’Iva oltre le soglie previste dalla legge, all’emissione di fatture false, alla mancata presentazione della dichiarazione dei redditi e così via. In caso di illeciti fiscali commessi in ambito societario non è infatti possibile addebitare il reato a chiunque indistintamente sia operativo nell’impresa (ad esempio, i soci). La responsabilità penale scatta solo in capo a chi occupi una posizione di vertice e/o di rappresentanza della società.

Il problema potrebbe porsi tutte le volte in cui alla guida della società vi è una testa di legno, un parafulmini o, per dirla secondo il gergo comune, un prestanome. Questi si contrappone all’«amministratore di fatto», colui cioè che non appare formalmente negli atti ma che, nella sostanza, è l’unico soggetto a decidere e quindi a indirizzare la vita della società. Ci si è chiesto, dunque, se l’amministratore prestanome è responsabile per i reati tributari. Sul punto si è già espressa la Cassazione [1]. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Quando l’evasione fiscale è reato

Non sempre l’evasione fiscale comporta responsabilità penali. Al di sotto di determinate soglie evase allo Stato, le conseguenze sono solo di carattere amministrativo. Il che significa che vengono applicate sanzioni tributarie pecuniarie che si aggiungono, ovviamente, alle imposte non versate. Al contrario, al superamento dei limiti stabiliti dalla legge, diversi a seconda del tipo di illecito, scatta la responsabilità penale per colui che ha commesso l’azione illecita che, nell’ambito societario, non potendo essere un imprenditore individuale, è l’amministratore. 

Tanto per fare un esempio, in caso di dichiarazione fraudolenta c’è reato solo se:

  • la singola imposta evasa risulterà superiore a 30mila euro;
  • gli elementi sottratti all’imposizione risulteranno superiori al 5% dell’attivo indicato in dichiarazione o comunque superiori a 1,5 milioni di euro;
  • l’importo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta risulteranno superiori al 5% dell’imposta o comunque superiori a 30mila euro.

Nel caso di dichiarazione infedele c’è reato se:

  • l’imposta evasa è superiore a 100mila euro (prima era di 150mila euro);
  • e i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o comunque i 2 milioni di euro (prima era di 3 milioni).

Nel caso di dichiarazione omessa c’è reato se:

  • l’imposta evasa è superiore a 50mila euro (prima era 30mila).

Nel caso di omesso versamento Iva c’è reato se:

  • il debito è superiore a 250mila euro.

Nel caso di omesso versamento di ritenute c’è reato se:

  • le somme non versate ma dovute a titolo di ritenuta sono superiori a 150mila euro per ciascun periodo d’imposta.

Nel caso di emissione di fatture false il reato è sempre sussistente.

Maggiori informazioni e approfondimenti sul tema sono presenti nell’articolo Cosa si rischia per evasione fiscale.

Amministratore prestanome: è responsabile?

Veniamo ora al tema dell’individuazione del soggetto responsabile per i reati tributari in caso di società retta da un amministratore di diritto (prestanome) che faccia da scudo a un amministratore di fatto (quello effettivo).

Ebbene, secondo la Cassazione anche l’amministratore di diritto risponde, al pari dell’amministratore di fatto, dei reati tributari. Non rileva fatto che il primo ricopra la carica solo formalmente, pur essendo evidente che sia una semplice testa di legno e che gli ordini vengano impartiti da un altro soggetto. 

La fonte della responsabilità concorrente tra i due soggetti appena menzionati sorge da una corretta lettura dell’articolo 110 del codice penale a norma del quale «quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le disposizioni degli articoli seguenti». Proprio l’interpretazione di tale disposizione ha portato la giurisprudenza, nel caso di presenza di un amministratore di fatto e di uno di diritto, a ritenere il primo comunque responsabile della gestione societaria fittiziamente intestata ad altri e, quindi, degli eventuali illeciti tributari commessi.

In altre parole, l’amministratore di fatto ha gli stessi identici doveri del rappresentante legale (ossia l’amministratore di diritto) e quindi risponde di tutte le condotte penalmente rilevanti allo stesso addebitabili per il suo contributo di carattere materiale o morale.

In particolare, sempre secondo la Cassazione, la responsabilità di entrambi i soggetti si spiega nel seguente modo:

  • il soggetto attivo del reato è l’amministratore effettivo; egli infatti è l’autore principale del reato in quanto titolare effettivo della gestione sociale e, pertanto, nelle condizioni di poter compiere l’azione;
  • il suo prestanome è il soggetto concorrente nel reato: egli infatti è responsabile a titolo di concorso per omesso impedimento dell’evento. Ai sensi infatti dell’articolo 40 del codice penale «non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo». Il prestanome ha quindi una corresponsabilità per la posizione di garanzia attribuitagli dalle norme in materia societaria, in forza delle quali l’amministratore deve conservare il patrimonio sociale e impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi.

note

[1] Cass. sent. n. 36195/2021. 


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