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Parcella: va dichiarata se il credito non si può recuperare?

29 Novembre 2021
Parcella: va dichiarata se il credito non si può recuperare?

Il professionista è tenuto a dichiarare anche i redditi non percepiti: opera una presunzione di onerosità a carico del fisco.

Diventa sempre più difficile, per i professionisti, farsi pagare. Spesso il problema del recupero dei crediti si scontra con l’onerosità delle procedure giudiziarie, coi tempi delle stesse e, soprattutto, con l’incertezza dettata dalle condizioni economiche del debitore. Non pochi così abbandonano ogni pretesa dopo la semplice lettera di diffida. A quel punto però cambia il nemico del professionista: non più il cliente ma il fisco. Per l’Agenzia delle Entrate, infatti, la prestazione professionale, presumendosi sempre onerosa, va comunque dichiarata, a meno che il contribuente dimostri – cosa tutt’altro che semplice – il tentativo del recupero non andato in porto. 

La questione si è prospettata, proprio di recente, sul banco della Cassazione [1]. Alla Suprema Corte è stata posta la seguente domanda: la parcella va dichiarata se il credito non si può recuperare? In altri termini, il fisco può presumere che la prestazione del professionista sia stata remunerata anche se, nei fatti, ciò non è mai avvenuto?

Il caso da cui ha avuto origine la pronuncia in commento è quello di un avvocato il quale aveva ricevuto un avviso di accertamento. L’ufficio delle imposte, dopo una verifica nei registri del tribunale, aveva rinvenuto diverse sentenze per cause ove il legale aveva prestato assistenza legale. A fronte di ciascuna di queste, però, non era stata emessa la fattura. Così è stato notificato un avviso di accertamento “analitico-induttivo”, con ricostruzione del volume d’affari.  

L’uomo si è difeso sostenendo che i clienti non avevano pagato e, poiché per il principio di cassa, la fattura va emessa solo nel momento in cui la parcella viene onorata, il professionista non avrebbe avuto alcun obbligo dichiarativo. Nulla poteva peraltro escludere che il legale avesse voluto erogare gratuitamente la propria prestazione.

Le difese del contribuente però sono state rigettate. Se infatti è vero, da un lato, che le recenti pronunce della Cassazione hanno riconosciuto (com’è giusto che sia), il diritto al compenso del professionista anche solo per la fase di studio della pratica, essendo la sua prestazione a titolo oneroso, proprio tale presunzione porta però, dall’altro lato, all’obbligo del versamento delle relative tasse. Per cui, in caso di emissione di parcella, è il contribuente a dover dimostrare al fisco di non averla potuta riscuotere. In sostanza: il compenso dovuto per la parcella va dichiarato anche se il credito non è stato incassato.

Nella pronuncia in commento si precisa che il corrispettivo della prestazione del professionista legale si debba presumere conseguito quando la prestazione è condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. 

Secondo la Cassazione, il professionista, per difendersi dall’accertamento, ha l’onere di dimostrare di non aver percepito alcun reddito, per esempio producendo diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo, o provare l’infruttuosità della esecuzione. Le diffide dovrebbero avere data certa e pertanto andranno spedite con raccomandata a.r. o con Pec (che tuttavia non sempre i clienti hanno): il che si traduce in ulteriori oneri di tempo e di costi per l’esecutore della prestazione. 

In particolare è onere del contribuente dimostrare l’esistenza di fattori che abbiano impedito o che comunque siano stati idonei ad impedire l’incasso dei compensi. Né vale obiettare che non risulta emessa la fattura: l’Agenzia delle Entrate infatti può presumere che il compenso sia stato corrisposto e che quindi la fattura non sia stata emessa al fine proprio di sottrarsi al pagamento delle imposte.

La giurisprudenza applica quindi una vera e propria presunzione in favore del fisco. 

La pronuncia in commento arriva a un’ineluttabile conclusione: è legittima la rettifica di maggiori compensi nei confronti di un avvocato che non è in grado di giustificare il mancato incasso dell’onorario alla fine del suo mandato professionale.

In particolare, la Corte ha stabilito che è da ritenersi grave, precisa e concordante la presunzione addotta dagli accertatori in base alla quale il professionista, al termine dell’incarico, incassa il compenso pattuito e, dunque, emette la fattura e lo assoggetta a tassazione.

Secondo la Suprema corte, infatti, la mera sussistenza degli elementi indiziari di termine dell’incarico professionale e di assenza di dichiarazione del compenso pattuito consentirebbe al Fisco di rettificare i redditi dei professionisti ai quali spetta l’onere di provare le ragioni del mancato incasso delle somme. 

La posizione della Corte è criticabile. Non è infatti pensabile che ogni volta che il cliente non paga, il professionista si attivi con azioni giudiziarie che, peraltro, potrebbero pregiudicare il suo nome e togliergli ulteriore tempo. Spesso peraltro il recupero crediti è poco conveniente rispetto all’esiguità del credito. 

Prima dell’accertamento fiscale, l’ufficio delle imposte dovrebbe considerare una serie di fatti: 

  • l’eventuale difficoltà oggettiva del professionista a riscuotere il compenso pattuito;
  • l’eventuale rinuncia alla riscossione del credito da parte del professionista laddove si dimostri che la diffida ad adempiere o la richiesta di decreto ingiuntivo sia più onerosa del credito stesso;
  • l’eventuale prescrizione (pari a 3 anni) del diritto al credito al compenso professionale nel frattempo intervenuta e, dunque, l’impossibilità a farlo valere;
  • la sussistenza di accordi (anche verbali) per la gratuità della prestazione, spesso resa per promuovere la propria immagine o per i rapporti pregressi tra le parti.  

note

[1] Cass. ord. n. 24255/21 del 9.09.2021.

Corte di Cassazione Sezione TRI Civile Ordinanza 9 settembre 202 n. 24255

Data udienza 29 ottobre 2020

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIRGILIO Biagio – Presidente

Dott. MANZON Enrico – Consigliere

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere

Dott. D’AURIA Giusep – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27783-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI, 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

sul ricorso 27959-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

(OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avvocato (OMISSIS);

– controricorrente –

sul ricorso 24291-2016 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

Nonche’ da:

(OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), eredi di (OMISSIS) e (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), rappresentati e difesi dall’avvocato (OMISSIS);

– ricorrenti incidentali –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimata –

avverso le sentenze n. 530/2013,. n. 531/2013 e n. 4783/2015 della COMM. TRIB. REG. LAZIO SEZ. DIST. di LATINA, depositate il 09/10/2013 le prime due, ed il 16/09/2015 la terza;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 29/10/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE D’AURIA.

FATTI DI CAUSA

La vicenda giudiziaria trae origine dall’avviso di accertamento n. (OMISSIS) per l’anno di imposta 2005 emesso nei confronti dello (OMISSIS), con cui erano individuati maggiori redditi da lavoro autonomo ed un maggiore volume d’affari, da cui scaturiva una maggiore pretesa fiscale ai fini irap ed iva, nonche’ l’applicazione delle relative sanzioni.

La commissione provinciale di Frosinone, a seguito del ricorso del contribuente Studio Professionale (OMISSIS), annullava l’accertamento.

A seguito di appello dell’Agenzia delle entrate, la Ctr del Lazio (sentenza n. 530/39/13) confermava la decisione di primo grado.

Propone ricorso per cassazione l’Agenzia delle entrate, che si affida ad un solo motivo cosi’ rubricato: “Violazione e falsa applicazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 32, e articolo 39, comma 1, lettera D, e del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, articolo 54, in combinato disposto con gli articoli 2697 e 2729 c.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3..”

Si costituisce con controricorso l’associazione professionale, che in primis rileva la mancanza di doglianze della Agenzia circa la deducibilita’ delle spese postali e per i carburanti, ed in ordine al motivo inerente ai soli ricavi ne chiede il rigetto.

Tale associazione professionale presenta anche memoria ex articolo 380 bis-1 c.p.c..

In relazione all’accertamento effettuato nei confronti dello Studio professionale (OMISSIS), l’Agenzia delle entrate provvedeva a recuperare la maggiore pretesa irpef nei confronti dei due associati (OMISSIS) (accertamento n. (OMISSIS)) e (OMISSIS) (RC (OMISSIS)) in proporzione alla loro partecipazione alla associazione.

A seguito del ricorso di (OMISSIS), la Commissione provinciale di Frosinone annullava l’accertamento.

A seguito di appello proposto dalla Agenzia delle entrate, la CTR del Lazio confermava la decisione di primo grado (sentenza n. 531/39/13).

L’Agenzia delle entrate impugna tale decisione con un motivo perfettamente sovrapponibile a quello proposto avverso quella inerente l’associazione professionale.

Si costituisce il contribuente chiedendo il rigetto del gravame con controricorso illustrato con memoria.

Anche (OMISSIS) proponeva ricorso contro l’accertamento e in sede di appello la Ctr del Lazio dichiarava deducibili le spese carburante e manutenzione solo nella misura del 50%, confermando nel resto la decisione impugnata che aveva annullato l’accertamento. Propone ricorso per Cassazione l’Agenzia delle entrate con rifermento al maggior reddito accertato, con motivo analogo a quello gia’ proposto nei confronti della associazione e dell’altro socio.

Si costituiscono con controricorso, illustrato con memoria, gli eredi di (OMISSIS) nonche’ di (OMISSIS), e cioe’ (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), chiedendo il rigetto del ricorso principale e proponendo altresi’ ricorso incidentale in quanto le spese di manutenzione e per carburante erano state gia’ dedotte al 50 % dalla associazione professionale.

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il collegio in via preliminare, essendovi evidenti ragioni di connessione oggettiva e soggettiva, dispone la riunione dei procedimenti, in quanto l’accertamento fiscale nei confronti della associazione, priva di personalita’ giuridica, riverbera i suoi effetti sui redditi dei singoli associati. In tal modo la Corte intende aderire al principio giurisprudenziale, formatosi in sede di litisconsorzio relativo al caso di accertamento emesso nei confronti di societa’ di persone, che poi per trasparenza coinvolge anche i singoli soci. In particolare nel processo di cassazione, come affermato, tra altre, da Cass. n. 29843 del 2017, “in presenza di cause decise separatamente nel merito e relative, rispettivamente, alla rettifica del reddito di una societa’ di persone ed alla conseguente automatica imputazione dei redditi stessi a ciascun socio, non va dichiarata la nullita’ per essere stati i giudizi celebrati senza la partecipazione di tutti i litisconsorti necessari (societa’ e soci) in violazione del principio del contraddittorio, ma va disposta la riunione quando la complessiva fattispecie, oltre che dalla piena consapevolezza di ciascuna parte processuale dell’esistenza e del contenuto dell’atto impositivo notificato alle altre parti e delle difese processuali svolte dalle stesse, sia caratterizzata da: 1) identita’ oggettiva quanto a “causa petendi” dei ricorsi; 2) simultanea proposizione degli stessi avverso il sostanzialmente unitario avviso di accertamento costituente il fondamento della rettifica delle dichiarazioni sia della societa’ che di tutti i suoi soci e, quindi, identita’ di difese; 3) simultanea trattazione degli afferenti processi innanzi ad entrambi i giudici del merito; 4) identita’ sostanziale delle decisioni adottate da tali giudici. In tal caso, la ricomposizione dell’unicita’ della causa attua il diritto fondamentale ad una ragionevole durata del processo (derivante dall’articolo 111 Cost., comma 2, e dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e delle liberta’ fondamentali, articolo 6 e 13), evitando che con la (altrimenti necessaria) declaratoria di nullita’ ed il conseguente rinvio al giudice di merito, si determini un inutile dispendio di energie processuali per conseguire l’osservanza di formalita’ superflue, perche’ non giustificate dalla necessita’ di salvaguardare il rispetto effettivo del principio del contraddittorio.

Va aggiunto, quanto al ricorso n. 24291/16, che la statuizione della CTR di rigetto dell’eccezione di violazione del litisconsorzio necessario non e’ stata oggetto di impugnazione in questa sede e pertanto su di essa si e’ formato il giudicato interno.

Cio’ detto va anche rilevato che, con le sentenze emesse in appello con riguardo all’associazione e al socio (OMISSIS), era stato affermato che correttamente la associazione professionale aveva portato in detrazione sia le spese postali che quelle inerenti al carburante e alla manutenzione.

Tale capo delle sentenze non e’ stato in alcun modo impugnato dalla Agenzia delle entrate ed e’ quindi ormai irrevocabile e non puo’ non produrre effetti favorevoli anche nei confronti dell’altro socio (OMISSIS), e per esso degli eredi, i quali pertanto non hanno interesse all’esame del ricorso incidentale concernente la detraibilita’ delle suddette spese, che e’ quindi inammissibile.

Pertanto occorre solo esaminare l’unico motivo del ricorso in cassazione proposto dalla Agenzia delle entrate circa i maggiori ricavi accertati, quali compensi professionali non dichiarati, proposto, in modo perfettamente sovrapponibile, in tutti e tre i ricorsi avverso le distinte decisioni pronunciate dalla Ctr in sede di appello da parte dell’Agenzia delle entrate.

In particolare l’Agenzia deduce che l’accertamento, nella parte relativa ai maggiori ricavi, si basava su acquisizioni di sentenze presso vari uffici giudiziari, da cui emergeva che lo studio professionale aveva patrocinato varie difese, il che alla luce del Decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, articolo 39, comma 1, lettera d, consentiva la rettifica analitica induttiva. Aggiunge che i risultati dell’accertamento erano stati oggetto di contraddittorio preventivo senza che gli associati fossero stati in grado di giustificare la mancata corresponsione dei compensi.

Il motivo, oltre che ammissibile in quanto, contrariamente a quanto eccepito nei controricorsi, e’ sufficientemente specifico ed autosufficiente, e’ anche fondato.

Invero, il fatto che non risultasse dalla contabilita’ il versamento di alcun compenso e’ irrilevante nel presente giudizio visto che tale tipo di accertamento in rettifica della dichiarazione prescinde dalla contabilita’, anche se formalmente regolare, basandosi invece su presunzioni assistite dai requisiti previsti dall’articolo 2729 c.c..

A tal proposito, va osservato che secondo l’orientamento di questa Suprema Corte (Cass. civ., Sez. V, 11 agosto 2016, n. 16969) “In tema d’imposte sui redditi, il corrispettivo della prestazione del professionista legale e la relativa spesa si considerano rispettivamente conseguiti e sostenuti quando la prestazione e’ condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale”.

Ne consegue, pertanto, che il corrispettivo della prestazione del professionista legale si debba presumere conseguito quando la prestazione e’ condotta a termine per effetto dell’esaurimento o della cessazione dell’incarico professionale. Nel caso la prestazione professionale risulta proprio dalle sentenze acquisite.

La pronuncia censurata, pertanto, e’ viziata per violazione di legge per avere ritenuto che i compensi non risultavano effettuati.

Il fatto che l’Ufficio abbia utilizzato una presunzione per individuare il momento della effettiva percezione del reddito e’ legittimo, in quanto conforme al criterio generale posto dall’articolo 2727 c.c..

In altri termini, in virtu’ della prova indiziaria suddetta era onere del contribuente dare la prova dell’insussistenza di tali ricavi, senza che cio’ comportasse l’onere di fornire una prova negativa, giacche’ puo’ parlarsi di prova negativa solo quando taluno per far valere un diritto fosse tenuto a dimostrare non solo i fatti costitutivi ma altresi’ la inesistenza di fatti estintivi. Non e’ certo questa la situazione del caso di specie. Qui l’Amministrazione ha fondato la pretesa fiscale su di una prova per presunzione ed il contribuente, per resistere, avrebbe dovuto contrastare tale prova e quindi, a questo fine, aveva l’onere di dimostrare di non aver percepito alcun reddito, per esempio producendo diffida ad adempiere o richieste di decreto ingiuntivo, o provare l’infruttuosita’ della esecuzione. In particolare era onere del contribuente dimostrare la esistenza di fattori che avevano impedito o che comunque erano stati idonei ad impedire l’incasso dei compensi. Ne’ vale obiettare che non risulta emessa la fattura, in quanto nel caso l’ufficio assume che il compenso vi sia stato e quindi appare ragionevole ritenere che tale fattura non sia stata emessa al fine proprio di sottrarsi al pagamento delle imposte.

Pertanto, la doglianza della Agenzia e’ fondata non avendo la Ctr precisato perche’ non dovesse considerarsi idonea presunzione il fatto del pagamento del compenso per attivita’ professionale portata a termine, ed avendo ritenuto necessari ulteriori riscontri probatori mediante accertamenti bancari.

In conclusione, in accoglimento dei ricorsi riuniti, le sentenze impugnate vanno cassate con rinvio alla Ctr del Lazio, in diversa composizione, che svolgera’ un nuovo esame attenendosi alla motivazione suddetta.

P.Q.M.

La Corte riunisce al ricorso n. 27783/2014 i ricorsi n. 27959/2014 e n. 24291/16 e li accoglie; cassa le sentenze impugnate con rinvio alla Commissione tributaria regionale del Lazio, in diversa composizione, che provvedera’ anche in ordine alle spese processuali di questo grado.

Dichiara inammissibile per carenza di interesse il ricorso incidentale degli eredi di (OMISSIS).

Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso incidentale, se dovuto.


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