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Enzo Tortora – I grandi processi d’Italia

18 Marzo 2022 | Autore:
Enzo Tortora – I grandi processi d’Italia

Un enorme errore giudiziario: quando e perché il noto presentatore di Portobello fu arrestato e condannato; come riuscì dopo anni a dimostrare la sua innocenza.

Quando si pensa agli errori giudiziari, a tutti viene subito in mente il celebre caso del presentatore televisivo Enzo Tortora: una vicenda emblematica, che dimostra come la magistratura possa commettere enormi sbagli. Enzo Tortora subì un clamoroso arresto, fu detenuto in regime di carcerazione preventiva, e solo al termine di un lungo processo – nel corso del quale venne  condannato a 10 anni di carcere – fu riconosciuto innocente. Ma ormai era profondamente minato da una grave malattia e morì un anno dopo.

Rimane scolpito come un monito, nella memoria di tutti, il suo grido verso i giudici durante il suo processo a Napoli: «Io sono innocente, lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento. Io sono innocente, e dal profondo del cuore spero che lo siate anche voi».

Ma come è possibile che la magistratura italiana abbia indagato, arrestato, messo e tenuto in carcere, processato per anni e condannato in primo grado a una pena severissima un uomo trasparente e sotto gli occhi di tutti, come il presentatore della trasmissione televisiva Portobello, Enzo Tortora? La sua notorietà non lo salvò, ma anzi contribuì a farlo incriminare. Tortora fu colpito da gravissime accuse di partecipazione alla mafia e di traffico di droga, proprio quando era all’apice del suo successo televisivo: ogni puntata di Portobello faceva più di 20 milioni di spettatori, un record.

Ora ti spieghiamo cosa è successo e perché Enzo Tortora fu arrestato, processato e condannato. Come mai i giudici hanno sbagliato? Hanno pagato per questo? Tutto questo ti sarà molto utile per riflettere e soprattutto per capire il funzionamento, e le storture, del sistema giudiziario italiano, e quindi perché succedono casi di malagiustizia.

Processo Tortora: l’indagine e l’arresto

Tutto iniziò nel lontano giugno del 1983, quando Enzo Tortora venne prelevato dai Carabinieri prima dell’alba mentre dormiva in un albergo romano e fu tratto in arresto con l’accusa di traffico di stupefacenti e partecipazione ad associazione a delinquere di stampo camorristico.

L’arresto di Tortora non fu isolato, ma avvenne nell’ambito di una maxi retata che trasse in carcere 856 persone in molte città italiane (tra cui il bandito Renato Vallanzasca). L’obiettivo dell’operazione era la Nuova Camorra Organizzata, guidata dal feroce boss Raffaele Cutolo. Quell’anno c’erano stati centinaia di omicidi nella guerra tra clan rivali per il controllo dell’organizzazione.

Molti degli arrestati nell’operazione che coinvolse Tortora si trovavano già detenuti in carcere, perché camorristi o detenuti per reati comuni. Tortora, dunque, fu coinvolto in un’operazione che ebbe un enorme risalto mediatico.

Perché i pentiti accusarono Tortora?

Le accuse contro Enzo Tortora furono formulate da alcuni pregiudicati pentiti, che lo accusavano di spacciare droga nel mondo dello spettacolo, per conto della camorra. Il procuratore della Repubblica di Napoli, all’indomani dell’arresto, dichiarò: «Non spicchiamo mandati di cattura senza motivo. Tutte le affermazioni raccolte a carico di Tortora sono state sottoposte a controlli accurati».

Non era vero e fra poco vedrai perché. Ma facciamo un passo indietro: chi erano questi pentiti che accusavano Enzo Tortora di delitti così gravi, e perché lo tiravano in ballo? Cosa – o chi – muoveva le loro dichiarazioni? Tra i primi pentiti che accusarono Tortora c’erano Giovanni Melluso, Giovanni Pandico e Pasquale Barra, detto “o animale”, un uomo del clan di Raffaele Cutolo. Barra era uno spietato assassino, che aveva ucciso molte persone anche mentre era in carcere. Tra le sue vittime anche il boss Francis Turatello, di cui mangiò il cuore.

Questi personaggi erano in carcere e – possiamo dirlo adesso, con il senno di poi – si determinarono ad accusare Tortora per ottenere benefici e sconti di pena. La legge sui pentiti, di terrorismo e criminalità organizzata, era stata varata l’anno prima, nel 1982, ed era in fase di sperimentazione nella prassi giudiziaria. I magistrati non sapevano bene come gestire le dichiarazioni accusatorie di questi personaggi. E questo ebbe ripercussioni negative sul caso Tortora.

Le loro accuse erano tardive: Pandico fece il nome di Tortora solo al quarto interrogatorio (e citandolo non come camorrista in servizio bensì come “ad honorem”); Barra menziona Tortora solo nel diciottesimo interrogatorio, e Melluso addirittura parla di lui solo sette mesi dopo il suo arresto. Circostanze molto strane per un personaggio di spicco come Tortora, che sarebbe dovuto balzare al primo posto nelle rivelazioni clamorose. Cutolo, dal canto suo, escluse ogni affiliazione o partecipazione di Tortora all’organizzazione criminale da lui diretta.

A queste prime accuse ne seguirono altre, e sempre più circostanziate. Fu come una valanga che si ingrossa, un effetto domino: parecchi altri detenuti di camorra, ed anche alcuni semplici pregiudicati per reati comuni, si unirono al coro, prendendo spunto dalle dichiarazioni degli altri, confermandole e rivelando particolari del tutto inventati: ad esempio raccontavano di quando e dove lo avevano visto spacciare droga negli studi televisivi – con sacchetti di plastica pieni di cocaina, scambiati nei corridoi con persone ignote che lo pagavano in contanti, con mazzette di banconote – o di come Tortora aveva “sgarrato” nel versare i proventi del ricavato all’organizzazione: sostanze stupefacenti non pagate, per un valore di 80 milioni ad ogni consegna, e con quei soldi si era comprato uno yacht e aveva arricchito il suo conto in banca.

È facile dirlo adesso: sembrava una gara a chi sparava le bugie più grosse. Eppure all’epoca tutte quelle dichiarazioni furono ritenute attendibili. Mancava, inoltre, il segreto: ogni pentito conosceva il contenuto delle dichiarazioni già rese dagli altri, e poteva regolarsi di conseguenza nel rilasciare le proprie. Alla fine, l’accusa contava su 19 testimonianze di vario genere – e di dubbia qualità, sia per le persone da cui promanavano, sia per il loro contenuto intrinseco – contro Enzo Tortora.

Processo Tortora: quali prove oggettive?

Al di là delle accuse dei pentiti, l’unico elemento oggettivo di riscontro era un’agendina rinvenuta nell’abitazione di un camorrista durante una perquisizione. C’era scritto a penna un nome, in corsivo, con a fianco un numero di telefono. La parola si poteva interpretare come Tortora, ma anche con Tortona. In corsivo, come tutti sappiamo, la lettera n e la r sono molto simili e facilmente confondibili, specialmente se la calligrafia, come in quel caso, non è molto chiara.

Nel processo fu svolta una perizia calligrafica che stabilì che il cognome riportato era Tortòna, non Tortora. Ma sarebbe bastato, al tempo delle indagini, riscontrare a chi appartenesse il numero telefonico scritto a fianco di quel nome. Questo accertamento non fu compiuto. Solo parecchio tempo dopo, a processo già in corso, si stabilì che quel numero non era in nessun modo riconducibile a Enzo Tortora. Apparteneva a un venditore di bibite del casertano, in Campania. Il prefisso era 0823, proprio di quella zona, in cui Tortora non era mai stato e non aveva contatti.

Sarebbe bastato fare una telefonata durante le indagini preliminari e l’equivoco sarebbe stato chiarito subito. Del resto, nel caso Tortora non furono svolti neppure i controlli bancari e le intercettazioni telefoniche: questi strumenti investigativi sarebbero diventati di moda soltanto parecchi anni dopo. Proprio Enzo Tortora, durante i suoi interrogatori, aveva esortato gli inquirenti a svolgere questi accertamenti, visto che era accusato di un enorme traffico di droga e denaro, e addirittura di aver anche intascato grazie alla camorra i finanziamenti per il terremoto dell’Irpinia del 1980. I magistrati inquirenti non lo ascoltarono: le accuse dei pentiti bastavano.

Un’altra prova valorizzata dalla pubblica accusa fu quella dei “centrini”: per dimostrare i contatti di Tortora con i camorristi detenuti in carcere, fu indicato l’invio di un pacco contenente una quindicina di centrini di seta fatti a mano, e spediti dal carcere alla redazione di Portobello, indirizzando il plico personalmente a Tortora, per farli vendere durante la trasmissione. Va ricordato che Portobello era un mercatino e in quel periodo arrivavano migliaia di lettere del genere ogni giorno. Ma la redazione smarrì i centrini, e Tortora scrisse una lettera di scuse a Pandico (che agiva come una sorta di rappresentante del detenuto autore dei manufatti, Domenico Barbaro), mandandogli anche un assegno di 800mila lire da parte dell’ufficio legale della Rai, come rimborso per i prodotti persi.

Pandico non si accontentò di questa risposta, e, animato da manie di persecuzione, iniziò a scrivere e a spedire una lunga serie di lettere minacciose a Tortora, fino a rasentare l’estorsione. Tutta quella corrispondenza fu ritenuta prova dei contatti instaurati da Tortora con il mondo carcerario. D’altronde – dissero i pubblici ministeri – il linguaggio delle lettere era in codice, come si usa nella camorra, e dunque va interpretato: se c’è scritto centrini, significa droga.

La carcerazione preventiva e il processo

Enzo Tortora fu detenuto per sette mesi in regime di carcerazione preventiva: quella che oggi, in forma evoluta, si chiama custodia cautelare in carcere, e riguarda gli imputati non condannati, ossia i detenuti in attesa di giudizio, come si diceva all’epoca. Intanto la difesa non poteva neanche vedere le prove raccolte dall’accusa a sostegno dell’ordine di carcerazione (il triste fenomeno era stato, già 15 anni prima, oggetto di un celebre film di Alberto Sordi). Poi Tortora fu posto agli arresti domiciliari e dopo altri sei mesi venne rimesso in libertà.

Il processo iniziò nel 1985, ma nel frattempo Tortora era stato eletto deputato al Parlamento europeo, con ben 450mila preferenze. Poteva beneficiare dell’immunità parlamentare, ma vi rinunciò. Dopo 67 udienze, arrivò la sentenza di condanna: 10 anni di reclusione. La sentenza conteneva duemila pagine di motivazione. Un intero libro era dedicato a Tortora, pieno di racconti orali dei pentiti, ma senza riscontri se non quelli reciproci derivanti dal fatto che si sostenevano gli uni con gli altri, e per questo diventati prove riconosciute valide dal Collegio. Con il nuovo Codice di procedura penale, che richiede i riscontri esterni, questo non sarebbe stato possibile.

Nella requisitoria finale, i magistrati della Procura definirono Enzo Tortora «un cinico mercante di morte, un personaggio estremamente pericoloso tanto più perché coperto da una maschera di cortesia e savoir-faire». Un pm trascinato dalla foga arrivò a dire davanti al tribunale che Tortora era stato eletto deputato «con i voti della camorra»; lui era presente in aula ed esclamò: «è un’indecenza!». Per questo fu incriminato per oltraggio alla corte, ma l’Europarlamento respinse la richiesta di autorizzazione a procedere e nel comunicato ufficiale dichiarò che l’azione penale esercitata contro Tortora era basata su un intento persecutorio.

Dopo la condanna in primo grado Tortora si dimise da deputato europeo, confermando la rinuncia all’immunità parlamentare, e fu nuovamente sottoposto agli arresti domiciliari nella sua abitazione. In quel triste periodo scrisse numerose lettere, che furono pubblicate dopo la sua morte in un libro intitolato “Lettere a Francesca”. Alla figlia Silvia scrisse: «Non mollare, papà non l’ha fatto mai».

Nella fase d’appello finalmente le cose cambiarono e la situazione si risolse a favore di Tortora. Le dichiarazioni dei pentiti furono ritenute inattendibili ed emersero le loro vistose incongruenze. Così le pseudo-prove a carico furono smontate e l’imputato fu scagionato da tutte le accuse e assolto con formula piena. I pentiti che avevano formulato le false accuse contro di lui furono incriminati e processati per calunnia. Il 17 giugno del 1987, esattamente 4 anni dopo il suo arresto, la Cassazione confermò la sentenza assolutoria.

L’epilogo e la morte

Con l’assoluzione Tortora poté tornare in televisione e riprendere la trasmissione del programma che aveva interrotto, Portobello. Apparve indebolito e segnato dalla malattia. Fu celebre la sua battuta nell’iniziare la prima trasmissione dopo la lunga assenza: «Dove eravamo rimasti?» disse. E subito dopo aggiunse: «Potrei dire molte cose, ne dirò solo una. Sono qui per parlare anche per conto di quelli che non possono, e sono molti, troppi», riferendosi con ciò a tutte le vittime degli errori giudiziari.

Un anno dopo Enzo Tortora morì di cancro. Aveva 59 anni. Un giorno dal carcere aveva detto: «Sono innocente, voglio vivere fino a sentirmelo dire. Dopo non mi importerà più di nulla». Fu sepolto, come suo desiderio, portando nell’urna cineraria (Tortora volle farsi cremare) i suoi occhiali e una copia del libro “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni: racconta un caso di malagiustizia nell’Italia del 1630, con un processo a dei presunti untori durante l’epidemia di peste, concluso con la loro condanna a morte per squartamento, sulla ruota della tortura.

Tortora, la privacy e l’opinione pubblica

La televisione mandò in onda le tristi immagini di Tortora ammanettato. Non esisteva ancora la legge che vietava di farlo [2] e negli anni 80 non era nata neanche la normativa sulla privacy, anzi, era ancora sconosciuto il concetto di riservatezza della persona. L’accusa, come abbiamo visto, era davvero fragile, ma comunque eclatante. Perciò la gogna mediatica fu inevitabile. La stampa dell’epoca si divise tra colpevolisti e innocentisti, come avviene ancora oggi in vicende simili.

Ad esempio, il quotidiano La Repubblica scrisse: «Lo spaccio operato da Tortora non consisteva certo in stecchette o bustine, ma in partite di 80 milioni a botta. Un’attività durata anni e stroncata solo ultimamente, secondo indiscrezioni, per uno sgarro commesso dal noto presentatore. E ancora, pranzi e cene con noti e meno noti camorristi, incontri segreti, rapporti, inchieste, raccomandazioni, suggerimenti, appalti». Ma la stessa testata ospitò anche un’editoriale del famoso giornalista Enzo Biagi, che, insieme a Giorgio Bocca e Indro Montanelli, propendeva per l’innocenza. Era intitolata: «E se Tortora fosse innocente?» e conteneva un appello al presidente della Repubblica.

Lo scrittore Leonardo Sciascia espresse così l’atteggiamento dell’opinione pubblica e dei mass media che lo guidavano: Sciascia disse che la differenza si spiega non in base alla conoscenza degli atti processuali e delle prove a carico dell’imputato o a suo favore, bensì in base alla simpatia e antipatia verso un personaggio famoso. E in quegli anni Tortora conduceva la nota trasmissione televisiva Portobello. Così – ci dice Sciascia – «chi odiava i suoi programmi televisivi voleva che fosse condannato; quelli che invece erano affezionati a lui e alle sue trasmissioni desideravano la sua assoluzione».

Gli errori giudiziari nel caso Tortora e dopo

Al di là delle opinioni dei giornalisti e della gente, le decisioni giudiziarie sbagliate nei confronti di Enzo Tortora furono prese dai magistrati inquirenti della Procura di Napoli e da quelli giudicanti del Tribunale della stessa città: erano professionisti del diritto, che avrebbero dovuto saper interpretare meglio le discutibili prove a carico dell’imputato.

I magistrati, si sa, sono restii ad ammettere i loro errori. Ma nel caso di Tortora qualcuno lo fece, anche se molti anni dopo la sua morte, e dopo aver concluso senza danni la propria prestigiosa carriera e senza dover pagare nessun risarcimento agli eredi della vittima. Già, perché anche la legge sulla responsabilità civile dei magistrati che sbagliano – peraltro molto blanda – fu introdotta, guarda caso, solo l’anno della morte di Tortora – e proprio grazie alla sua vicenda – e dunque non era vigente all’epoca in cui fu arrestato e venne celebrato il suo processo.

Il referendum per l’abrogazione della vecchia legge che non riconosceva la responsabilità dei magistrati per i loro errori, promosso dal partito Radicale, si svolse nel 1987 proprio sulla spinta del caso Tortora. I sì vinsero con l’altissima percentuale dell’80%, e nel 1988 venne varata la nuova legge Vassalli [3], che fu poi modificata nel 2015 [4].

I magistrati che inquisirono e condannarono Enzo Tortora non subirono nessuna ripercussione negativa. Anzi, fecero tutti una brillante carriera e furono promossi a importanti incarichi direttivi, per poi andare tranquillamente in pensione senza conseguenze. Quindi nessun pubblico ministero o giudice pagò per gli sbagli fatti nella valutazione delle prove, per la carcerazione ingiusta e per la sentenza di primo grado errata.

«Su Tortora sbagliai, chiedo scusa alla famiglia», disse nel 2014 – quindi dopo circa trent’anni – l’unico magistrato che riconobbe pubblicamente gli sbagli fatti: era il pm Diego Marmo, che sostenne l’accusa nel processo e chiese la condanna. La famiglia respinse le scuse, ritenendole sincere, ma tardive e ormai inutili. «Fu un calvario giudiziario. Lo hanno fatto morire. L’unica colpa che aveva Enzo era quella di essere innocente», disse la compagna Francesca Scopelliti.

Tra tutti i pentiti che lo accusarono, invece, l’unico che chiese scusa fu Giovanni Melluso: «l’ho distrutto dicendo che gli davo la droga. Non era vero nulla, ma era l’unica via per salvarmi la pelle», disse in un’intervista rilasciata 27 anni dopo, nel 2010.

Un anno dopo la sua morte, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati riconobbe gli errori giudiziari commessi nel caso Tortora, ma aggiunse che tutto ciò era dovuto al sistema processuale all’epoca vigente (basato sul rito inquisitorio e sbilanciato a favore dell’accusa), che presto sarebbe stato superato dal nuovo Codice di procedura penale, che entrò in vigore nel 1989. Il nuovo sistema era basato sul contraddittorio alla pari tra accusa e difesa e questo – a dire dell’alto magistrato – avrebbe reso impossibile il ripetersi di simili errori.

Tutti sappiamo come è andata a finire: gli errori giudiziari ci sono ancora. Quelli certificati negli ultimi 30 anni sono stati quasi 30mila: circa mille ogni anno. E lo Stato ha pagato quasi un miliardo di euro di risarcimenti per ingiusta detenzione. Insomma, ancora oggi molti innocenti finiscono in carcere. E forse alcuni di questi sbagli sono inevitabili, perché una componente di errore è insita in tutte le decisioni umane, comprese quelle dei giudici. Però questo elevato numero è inaccettabile. Andrebbe fatto tutto il possibile per ridurre gli errori giudiziari, ed eliminarli, se non del tutto, almeno in massima parte. Tenendo sempre presente che una sola persona innocente in carcere è la negazione del diritto. Così resta vivo il simbolo perenne di Enzo Tortora, che ha lottato per una giustizia giusta. «Io non chiedo vendetta, ma chiedo che la gente semplicemente capisca il male che si fa», disse poco prima di morire in un’intervista. Adesso sta a noi dire se fu un vincitore o uno sconfitto e fare in modo che la sua morte non sia stata inutile.


note

[1] Art. 3 L. n. 304 del 29.05.1982.

[2] Art. 114, co. 6 bis, Cod. proc. pen.

[3] L. n. 117 del 13.04.1988, modif. dalla L. n. 18/2015.

Fonte immagine: Biografieonline.it.


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