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Concorso di colpa in infortunio: c’è il risarcimento?

30 Novembre 2021 | Autore:
Concorso di colpa in infortunio: c’è il risarcimento?

Cosa può pretendere il lavoratore con una parte di responsabilità nell’incidente che gli procura una lesione?

Pare abbastanza scontato che se una persona si fa male sul posto di lavoro le venga riconosciuto l’infortunio ed il conseguente risarcimento. Ma se all’origine di quello sfortunato episodio c’è anche un atteggiamento superficiale da parte del collaboratore o del dipendente, e si può stabilire un concorso di colpa in infortunio, c’è il risarcimento?

La risposta l’ha ribadita recentemente la Cassazione occupandosi del caso di una collaboratrice scolastica «planata» all’uscita del liceo presso il quale presta servizio non solo perché la strada era ghiacciata ma anche perché era uscita dall’istituto da una porta che doveva essere utilizzata solo in caso di emergenza. In altre parole: è passata da dove non doveva, è scivolata sulla strada ghiacciata, è caduta e si è fatta male. C’è il risarcimento in questo caso, visto che alla lavoratrice viene addebitato il concorso di colpa nell’infortunio? Vediamo.

Infortunio sul lavoro: come si attribuisce la colpa?

È opportuno, prima di tutto, premettere che per infortunio sul lavoro si intende qualsiasi tipo di lesione procurata in ambito lavorativo da un fattore violento che può provocare un’inabilità permanente totale o parziale oppure un’inabilità temporanea assoluta, vale a dire che comporta l’astensione dall’attività per più di tre giorni. Ad ogni modo, deve essere il lavoro la circostanza che determina il rischio: ecco perché viene considerato infortunio l’evento che accade sia sul posto di lavoro sia in itinere, cioè nel tragitto più breve da casa all’ufficio o alla fabbrica e ritorno.

Per colpa di chi?, canterebbe Zucchero. In alcuni casi per colpa del datore di lavoro, in altri per responsabilità del lavoratore, in altri ancora per colpa di entrambi.

Colpa del datore

Secondo la Cassazione, il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio accaduto ad un dipendente quando non adotta tutte le misure necessarie per prevenire l’incidente. Il titolare dell’azienda, sostiene la Suprema Corte, non è tenuto soltanto a proteggere l’incolumità di chi lavora per lui ma anche a prevenire ogni rischio legato all’eventuale negligenza o imprudenza dei dipendenti [1]. Per fare un esempio, il titolare dell’azienda non solo deve fornire ai dipendenti dei dispositivi di sicurezza ma deve anche controllare che vengano indossati e utilizzati in modo corretto.

Per la Cassazione, «le prevenzioni degli infortuni sul lavoro, tese a impedire l’insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore anche dagli incidenti ascrivibili a sua imperizia, negligenza e imprudenza. La dimensione dell’obbligo di sicurezza che grava sul datore di lavoro – continua ancora l’ordinanza – comporta che questi sia tenuto a proteggere l’incolumità dei lavoratori e a prevenire anche i rischi insiti nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia dei medesimi nell’esecuzione della prestazione, dimostrando di aver posto in essere ogni precauzione a tal fine».

Questo vuol dire che il datore di lavoro «è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le misure protettive, comprese quelle esigibili in relazione al rischio derivante dalla condotta colposa del lavoratore, sia quando, pur avendo adottato le necessarie misure, non accerti e vigili affinché queste siano di fatto rispettate da parte del dipendente».

Colpa del lavoratore

Ci sono altri casi, però, in cui è solo il dipendente a rispondere di un infortunio sul lavoro. Succede quando mette in atto un comportamento ragionevolmente non previsto o prevedibile dalla prassi aziendale. In altre parole, quando quell’atteggiamento assume «caratteri di abnormità, inopinabilità e esorbitanza, necessariamente riferiti al procedimento lavorativo tipico e alle direttive ricevute, in modo da porsi quale causa esclusiva dell’evento».

Infortunio sul lavoro: il concorso di colpa

È orientamento consolidato della Cassazione quello secondo cui la condotta sconsiderata del lavoratore all’origine di un infortunio non esclude a priori l’obbligo di sorveglianza del datore sulla concreta adozione dei sistemi di sicurezza. Si torna all’esempio fatto poco fa, cioè quello dell’infortunio che accade perché il lavoratore non indossa correttamente i dispositivi di sicurezza e il datore non controlla che li abbia indossati. Ed è qui che si parla di concorso di colpa.

Proprio per questo motivo, per la parte di responsabilità dell’imprenditore, al dipendente viene riconosciuto il risarcimento anche in caso di concorso di colpa. Risarcimento, però, che viene erogato in forma ridotta.

Nel caso esaminato recentemente dalla Cassazione [2], la cui ordinanza è riportata in fondo a questo articolo, «la lavoratrice è caduta nel piazzale ghiacciato adibito a parcheggio della scuola in quanto uscita da una porta secondaria ove era affisso il cartello di ‘divieto di accesso-uscita, da utilizzare solo in caso di emergenza’». La Suprema Corte ha ravvisato gli estremi del concorso di colpa in quanto, da una parte, la lavoratrice non doveva utilizzare quella porta e, dall’altra, quell’uscita «di emergenza» non era stata messa in sicurezza.

Quel che conta è che, comunque, anche se pure in maniera ridotta, la lavoratrice ha diritto al risarcimento.


note

[1] Cass. ord. n. 25597/2021.

[2] Cass. ord. n. 36865/2021 del 26.10.2021.

Cass. civ., sez. VI – L, ord., 26 novembre 2021, n. 36865

Presidente Doronzo – Relatore Boghetich

Rilevato che:

  1. Con sentenza depositata il 23.12.2019 la Corte di appello di Venezia, confermando la pronuncia del Tribunale di Vicenza e respingendo l’appello proposto dalla lavoratrice, ha accolto la domanda di risarcimento del danno conseguente ad infortunio sul lavoro di M.G. condannando il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, l’Ufficio scolastico regionale per il Veneto, Ufficio VIII di Vicenza, il Liceo scientifico statale “XXXXXX” di Vicenza al pagamento di Euro 7.885,28 oltre accessori;
  1. la Corte territoriale, rilevando che la lavoratrice era caduta nel piazzale ghiacciato adibito a parcheggio della scuola presso la quale svolgeva attività di collaboratrice ATA in quanto uscita da una porta secondaria ove era affisso il cartello di “divieto di accesso-uscita, da utilizzare solo in caso di emergenza”, ha rinvenuto, ex art. 1227 c.c., comma 1, il concorso di colpa della lavoratrice (pari al 30%) in quanto a conoscenza dello stato dei luoghi (avendo, tra i suoi compiti, e dei suoi colleghi, quello di mantenere pulito il piazzale ed avendo percorso il medesimo piazzale la mattina stessa) ed avendo adottato un comportamento imprudente (non avendo ben ponderato il tragitto da percorrere per recarsi alla fermata dell’autobus e indossando calzature non adatte al periodo di intemperie invernali);
  1. avverso tale statuizione ha proposto ricorso per cassazione la lavoratrice deducendo un motivo di censura, illustrato da memoria; il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha resistito con controricorso;
  1. veniva depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Considerato che:

  1. l’unico motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c., del D.P.R. n. 547 del 1955, art. 4, art. 8, comma 6, artt. 226,374, avendo, la Corte territoriale, trascurato che la (ipotizzata) condotta imprudente della lavoratrice è giuridicamente vanificata dal fatto che il datore di lavoro non ha diligentemente adempiuto ai propri innumerevoli obblighi e doveri (manutenzione del cortile in buono stato di efficienza, imposizione del divieto di transito al personale), in materia di prevenzione e sicurezza dei luoghi di lavoro, la cui osservanza avrebbe certamente, o con ragionevole probabilità, evitato l’evento.
  1. il ricorso è manifestamente infondato;
  1. tralasciando le ipotesi, nel caso di specie non ricorrente, dell’assunzione di un rischio c.d. elettivo da parte del lavoratore (che recide ogni nesso causale tra l’attività lavorativa ed il danno conseguente all’infortunio sul lavoro), questa Corte ha ripetutamente affermato che, quella dell’art. 2087 c.c., non costituisce ipotesi di responsabilità oggettiva e che il lavoratore è onerato della sola prova della “nocività” del lavoro, spettando poi al datore dimostrare di avere adottato tutte le misure cautelari idonee ad impedire l’evento (cfr. da ultimo Cass. n. 30679 del 2019 e ivi ampie citazione);
  1. in particolare, è stato recentemente chiarito che la responsabilità datoriale si fonda pur sempre “sulla violazione di obblighi di comportamento, a protezione della salute del lavoratore, imposti da fonti legali o suggeriti dalla tecnica, purché concretamente individuati” (Cass. n. 14066 del 2019) e, pertanto, la regola di diritto è quella per cui una volta addotta ed individuata una cautela (specificamente prevista ex ante da norme o genericamente deducibile dalle vigenti regole di prudenza, perizia e diligenza richiedibili nel caso concreto) che fosse idonea ad impedire l’evento e che non sia stata attuata, ne resta radicata la responsabilità datoriale;
  1. invero, se la radice causale ultima dell’evento, pur in presenza di un comportamento del lavoratore astrattamente non rispettoso di regole cautelari, si radichi nella mancata adozione, da parte del datore di lavoro, di forme tipiche o atipiche di prevenzione, come detto individuabili e pretendibili ex ante, la cui ricorrenza avrebbe consentito, nonostante tutto, di impedire con significativa probabilità l’evento, la responsabilità rimane radicata esclusivamente in capo al datore di lavoro;
  1. non può, peraltro, escludersi che il comportamento colposo del lavoratore, autonomamente intrapreso ma non tale da non integrare gli estremi del rischio elettivo, possa determinare un concorso di colpa, da regolare ai sensi dell’art. 1227 c.c. (così Cass. n. 30679 del 2019; conf. Cass. n. 1994 del 2012, Cass. n. 9817 dl 2008, Cass. n. 7328 del 2004; e, in ambito previdenziale e di regresso, Cass. n. 21563 del 2018; Cass. n. 17917 del 2017; Cass. n. 2350 dl 2010) allorquando l’evento dannoso non possa dirsi frutto dell’incidenza causale decisiva del solo inadempimento datoriale, ma derivi dalla indissolubile coesistenza di comportamenti colposi di ambo le parti del rapporto di lavoro;
  1. l’inadempimento datoriale agli obblighi di prevenzione non è infatti in sé incompatibile con l’esistenza di un comportamento del lavoratore qualificabile come colposo, in quanto di ciò non vi è traccia negli artt. 2087 e 1227 c.c., nè in alcuna altra norma dell’ordinamento;
  1. le norme sanciscono l’obbligo del lavoratore di osservare i doveri di diligenza (art. 2104 c.c.), anche a tutela della propria o altrui incolumità (ratione temporis, D.P.R. n. 547 del 1955, art. 6; D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 5; ora D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 20) ed è indubbia la sussistenza di tratti del sistema prevenzionistico che coinvolgono anche i lavoratori (v. Cass. pen. 8883 del 2016), così come è scontato che i rapporti interprivati restino regolati anche dal generalissimo principio di autoresponsabilità per le proprie azioni;
  1. è stato, dunque, affermato da questa Corte che il significato di alcune pregresse massime secondo cui l’inadempimento all’obbligo di protezione è ragione di esclusione del concorso di colpa va correttamente intesa nel senso che, per il particolare assetto che la responsabilità assume nel settore del lavoro, il comportamento incauto della vittima, in quanto al contempo destinataria dei doveri di protezione facenti capo al datore di lavoro (in quanto soggetto che organizza l’ambiente di lavoro), resta, almeno in determinate ipotesi (ordini datoriali indebitamente pericolosi per la salute del lavoratore; impostazione dell’attività lavorativa sulla base di disposizioni illegali e contrarie ad ogni regola di prudenza) privo di rilievo giuridico a fini risarcitori, pur non escludendosi la possibilità, al di fuori di tali ambiti, di un concorso colposo ex art. 1227 c.c. (Cass. n. 30679 cit.);
  1. la Corte territoriale non si è discostata da questi principi nella misura in cui, analizzando analiticamente le circostanze dell’infortunio, ha rilevato come l’entrata-uscita utilizzata dalla dipendente doveva essere utilizzata solamente in caso di emergenza, la circostanza era debitamente segnalata con cartello, l’entrata-uscita principale della scuola era stata posta in sicurezza (spalatura della neve e spargimento di sale) e la pericolosità del luogo era nota all’infortunata la quale avrebbe dovuto assumere maggiore prudenza nella scelta del tragitto da compiere e nell’utilizzo di calzature adeguate alle condizioni climatiche di quel periodo;
  1. in conclusione, il ricorso va rigettato e le spese di lite seguono il criterio della soccombenza dettato dall’art. 91 c.p.c.
  1. in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, previsto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidandole in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali pari al 15 % e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2002, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.


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