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Articolo 11 Costituzione italiana: spiegazione e commento

30 Novembre 2021 | Autore:
Articolo 11 Costituzione italiana: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 11 Cost. sulla limitazione della sovranità e sul ripudio della guerra.

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Le guerre sono incostituzionali?

L’articolo 11 della Costituzione si apre come le campane domenicali della chiesa: «L’Italia ripudia la guerra». Si poteva semplicemente dire che l’Italia rinuncia alla guerra o che la condanna. Invece si preferì usare un termine forte, uno di quelli che genera sdegno, orrore, repulsione: «ripudiare» è il gesto di chi spinge all’indietro: dunque un’azione attiva, non semplicemente un’astensione.

Una frase del genere dovette apparire come la più bella affermazione che un uomo potesse fare all’indomani di un conflitto che aveva sparso, in tutto il mondo, ben 62 milioni di vittime tra civili e militari. La seconda guerra mondiale, terminata appena due anni prima dell’ultimazione della Costituzione, aveva lasciato ferite in ogni famiglia. È stata la guerra più devastante e drammatica della storia dell’umanità per le sofisticate armi con cui la si era combattuta, per lo sterminio delle razze ritenute inferiori, per la devastazione di intere città e popolazioni. Parlare di «pace» era come parlare di resurrezione: una nuova vita, di lì in avanti, per i popoli del mondo. 

Noi italiani non fummo i soli a proclamare questo principio. Nella Costituzione francese del 1946 si legge che «La Repubblica non intraprenderà alcuna guerra a scopo di conquista e non impiegherà mai le sue forze contro la libertà di alcun popolo». La Germania federale scrisse che «Le azioni idonee a turbare la pacifica convivenza dei popoli, in particolare a preparare una guerra offensiva, sono incostituzionali». I popoli speravano insomma in una pace universale (così come auspicato dal filosofo Kant).

Questa volta ci troviamo dinanzi a un’affermazione talmente netta e precisa da aver fatto ritenere, a numerosi studiosi, che all’Italia è vietato dichiarare o partecipare a guerre di aggressione o ricorrere alla guerra per risolvere le controversie internazionali. Questo significa che se tra il nostro Stato un altro dovesse insorgere un contrasto, a noi sarebbe vietato dichiarargli guerra ma dovremmo cercare una soluzione con la diplomazia o tramite organi di giustizia internazionale come l’Onu o l’Unione Europea. 

Ma se è vero che l’Italia non può partecipare a guerre, come si spiegano gli articoli 78 e 87 della Costituzione, il primo dei quali prevede che «Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari» e che «Il Presidente della Repubblica (…) dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere»? Semplice. L’articolo 11 dice solo che l’Italia non può dichiarare, per prima, guerra ad un altro Stato, e non qualsiasi tipo di guerra, ma solo le guerre di aggressione. Questo significa, da un lato, che l’Italia potrebbe partecipare a guerre proclamate e già avviate da altri Stati, così come del resto è successo nei conflitti in Medio Oriente, nel corso dei quali abbiamo prestato assistenza agli alleati. Dall’altro lato, poiché l’Italia è una e indivisibile e l’articolo 52 della stessa Costituzione stabilisce che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino», l’Italia potrebbe indire una guerra difensiva, rivolta cioè a tutelare il nostro popolo dalle altrui mire espansionistiche. L’articolo 11 dichiara infatti l’illegittimità della sola guerra di conquista, quella di oppressione. «Pace» non vuol dire restare bersagli indifesi delle altrui aggressioni. Quindi l’Italia potrebbe partecipare a un conflitto armato laddove dovessero essere messi a repentaglio i propri confini o i propri precetti di democrazia.  

In ultimo, sono sempre ammesse le missioni di pace e le missioni umanitarie. 

Insomma, quel che esce dalla porta, rientra prima o poi dalla finestra. Così, all’ombra della bandiera dei buoni propositi abbiamo armato i nostri ragazzi spedendoli in Libano, Somalia, Iraq, Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Libia. Perché, se i principi giusti vengono applicati da uomini ingiusti, la regola diventa eccezione e l’eccezione regola. 

È evidente la profonda ipocrisia della politica internazionale: sotto la forma dei tanto decantati interventi rivolti a garantire la pace si è legittimato l’uso della forza solo per proteggere interessi di natura commerciale. Insomma, la guerra c’è ancora ma non più per conquistare il territorio ma l’economia. Cambiano le giustificazioni formali, ma i fini e gli strumenti sono sempre gli stessi. 

L’Italia rinuncia alla propria sovranità

La seconda parte dell’articolo 11 ammette limitazioni di sovranità nazionale (ossia del potere dello Stato) laddove finalizzate a garantire la pace e la giustizia fra le Nazioni. Tali limitazioni sono legittime solo a condizione che siano reciproche, ossia solo nei confronti degli Stati che prevedono a loro volta pari limitazioni della sovranità per favorire i medesimi scopi.

Nonostante tale chiara disposizione costituzionale, in questi ultimi anni è riaffiorato (non solo in Italia) il tormentone dello “Stato sovrano”, che non può ammettere ingerenze estere nella propria politica interna, sia essa economica, sociale o monetaria. Un ritornello rivolto, per lo più, a contrastare le decisioni più scomode dell’Unione Europea. In realtà, le limitazioni della sovranità sono pienamente costituzionali e, anzi, l’articolo 11 della Costituzione fu scritto proprio per consentire l’adesione dell’Italia all’Onu (l’Organizzazione delle Nazioni Unite), un organismo sovranazionale rivolto a garantire la pace nel mondo. 

Al di là poi delle intenzioni dei padri costituenti, tale norma è servita successivamente per legittimare l’adesione dell’Italia alle Comunità Europee e oggi all’Unione Europea. Tale adesione ha comportato due importanti conseguenze:

  • l’efficacia diretta e immediata dei regolamenti europei nel nostro Stato, che non necessitano di leggi di recepimento;
  • il riconoscimento del primato delle norme dell’Unione europea sul nostro diritto interno, con conseguente disapplicazione della legge nazionale contraria a una norma europea. 

A leggere attentamente l’articolo 11 della Costituzione si comprende chiaramente che la limitazione della sovranità è ammessa solo per raggiungere gli obiettivi della pace e della giustizia. Tuttavia, l’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea è avvenuto, almeno inizialmente, per questioni di carattere economico, al fine di creare un mercato comune. Ecco perché, a ben vedere, sarebbe stato costituzionalmente più corretto procedere a una modifica della Costituzione (così come invece ha fatto la Francia). 

Senza voler entrare, ora, nello specifico dibattito relativo alla convenienza dell’adesione dell’Italia all’Unione Europea, bisognerebbe tuttavia, solo per un momento, pensare a quante conquiste il nostro Paese avrebbe dovuto rinunciare in assenza di essa. Eravamo il Paese con il più alto tasso di inflazione dell’Europa: i nostri risparmi in banca si svalutavano considerevolmente di anno in anno rendendoci sempre più poveri (pur nella più assoluta inconsapevolezza). Eravamo il Paese occidentale con la più invadente forma di statalismo nell’economica, cosa che bloccava la concorrenza e l’iniziativa privata. Non esistevano norme a tutela del consumatore, della privacy, del commercio; non esisteva una regolamentazione dei prodotti alimentari, dei concimi e degli antiparassitari. Il nostro Parlamento non si era mai preoccupato di emanare una tutela dei correntisti dalle banche; non avremmo mai avuto accesso ai fondi per la creazione di infrastrutture, per l’istruzione, per le scuole, per gli investimenti delle nostre imprese, per lo sviluppo di alcune aree del territorio più svantaggiate.

Questo non significa che l’Ue sia perfetta: ancora molto si può e si deve fare nella strada dell’integrazione, peraltro con una migliore ripartizione dei pesi decisionali tra le varie nazioni. Ma ciò che è imperfetto va migliorato, non va demolito.  



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