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Quando è tentata violenza sessuale?

30 Novembre 2021 | Autore:
Quando è tentata violenza sessuale?

La legge punisce il tentativo di commettere un reato? Cosa sono gli atti sessuali? Anche un bacio può costituire violenza?

Spesso accade che la persona che intende commettere un reato non ci riesca per via di un fatto sopraggiunto, come ad esempio l’intervento della polizia o la resistenza della vittima. Si pensi al ladro sorpreso mentre sta per introdursi in casa; in un caso del genere, il responsabile risponde ugualmente del reato, anche se non è riuscito a portarlo a compimento. Con questo articolo ci occuperemo di un particolare illecito: vedremo quand’è tentata violenza sessuale.

Come si dirà meglio nel prosieguo, il tentativo di commettere un crimine è esso stesso un reato, punito dalla legge con una pena ridotta rispetto a quella prevista se l’illecito fosse stato commesso. E così, risponde di violenza sessuale tentata chi non riesce ad appagare la propria libido perché ostacolato dalla vittima o impedito da qualsiasi altro motivo diverso dalla propria volontà. Tanto ha stabilito una recente sentenza della Cassazione. Prosegui nella lettura se vuoi sapere cos’è la violenza sessuale tentata.

Violenza sessuale: cos’è?

La violenza sessuale è il reato che commette chi costringe un’altra persona a compiere o subire atti sessuali [1].

Per “atti sessuali” non si intende soltanto il rapporto sessuale completo (la congiunzione carnale, per intenderci), ma qualsiasi coinvolgimento di parti del corpo definibili come “zone erogene”. Sono erogene quelle parti capaci di stimolare l’istinto sessuale (organi genitali, cosce, labbra, collo, seno, ecc.).

Dunque, sono stupro tutti i toccamenti, palpeggiamenti e sfregamenti delle zone erogene, anche se fatti sopra i vestiti, capaci di eccitare chi li compie. Perfino un bacio sulle labbra può costituire violenza sessuale, se carpito con l’inganno o con la forza e senza il consenso della persona offesa.

Tentativo di reato: cos’è?

Come visto in apertura, la legge (art. 56 cod. pen.) punisce anche il tentativo di reato, cioè la condotta che è volta a commettere il delitto ma che non vi riesce per cause indipendenti dalla volontà dell’autore.

Ad esempio, il ladro sorpreso dalla polizia mentre sta cercando di forzare la portiera di un’auto risponderà di tentato furto; l’uomo che getta dal balcone una sedia sperando di colpire chi passa di sotto, mancando però il bersaglio, risponderà di tentate lesioni personali; chi spara a una persona colpendolo alla spalla mentre in realtà voleva sparargli in testa risponderà di tentato omicidio.

In pratica, c’è il tentativo di reato ogni volta che il delitto non viene portato a compimento per un fatto indipendente dalla volontà dell’agente.

Il tentativo di reato è punito con una pena inferiore rispetto al reato consumato; per la precisione, a meno che non si tratti di reati gravissimi puniti con l’ergastolo, la sanzione per il tentativo di reato è la pena stabilita per il delitto, diminuita da un terzo a due terzi.

Ad esempio, il furto in abitazione è punito con la reclusione da quattro a sette anni; nel caso del ladro fermato dalla polizia mentre cerca di entrare forzando la porta, la pena finale potrebbe essere pari a due anni e otto mesi (questo il calcolo: 4 anni – 1/3 = 2 anni e 8 mesi).

Quando c’è tentativo di violenza sessuale?

Quanto appena detto sul tentativo di reato vale, ovviamente, anche nell’ipotesi del grave delitto di violenza sessuale.

Secondo la Corte di Cassazione [1], il reato di tentata violenza sessuale si configura in tutti i casi in cui la condotta violenta o minacciosa dell’aggressore, pur essendo diretta in modo inequivocabile alla commissione del delitto, non ha determinato un’immediata e concreta intrusione nella sfera sessuale della vittima.

L’effettiva intrusione nella sfera sessuale della persona offesa si realizza nel momento in cui il colpevole raggiunge le parti intime della vittima o prova ad avere un contatto con le proprie parti erogene.

Nel caso di specie, un uomo aveva insistentemente seguito in strada due ragazzine, cercando di bloccarle e di toccarle. Non vi era riuscito per la resistenza di queste ultime, le quali erano riuscite a darsi alla fuga.

Nel decidere sulla scarcerazione dell’imputato, il tribunale aveva inizialmente qualificato la condotta come semplice molestia e violenza privata. Contro la decisione proponeva ricorso il pm, il quale riteneva al contrario che la condotta dell’uomo fosse qualificabile come violenza sessuale tentata.

La Cassazione conferma la tesi del pubblico ministero: la condotta dell’uomo è riconducibile al tentativo di violenza sessuale, in quanto univocamente orientata al soddisfacimento del piacere sessuale dell’aggressore e idonea a ledere la libertà sessuale delle giovani vittime.

Nel caso in esame, seppure il reo non sia riuscito a raggiungere alcuna zona intima della persona offesa, ha comunque realizzato una condotta idonea a ledere la sua libertà sessuale, dettata dall’intenzione di soddisfare la propria libido sulla giovane vittima.

Tentata violenza sessuale: alcuni esempi

Costituisce violenza sessuale tentata bloccare la vittima e spingerla con le spalle al muro per abusare di lei, non riuscendoci per l’intervento di una terza persona o per la reazione della vittima stessa.

Secondo la Corte di Cassazione [2], Sussiste il reato di violenza sessuale tentata allorquando l’atto posto in essere dal reo, indirizzato verso una zona erogena della persona offesa, raggiunga invece una zona non erogena per la pronta reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente.

Nella specie, la Corte aveva ritenuto sussistente il tentativo in un caso in cui, per la reazione della vittima, il toccamento, indirizzato alla coscia e alla zona genitale, avesse attinto la gamba.

Secondo la giurisprudenza [3], commette tentata violenza sessuale chi si avvicina al viso altrui nel tentativo di dare un bacio tenendo ferma la vittima per il collo, il cui esito è stato evitato solo dalla pronta reazione della persona offesa.

Al contrario, i palpeggiamenti, anche se avvenuti sopra i vestiti, sono una vera e propria violenza sessuale compiuta e non solamente tentata, tanto più se gli indumenti indossati dalla vittima consistono solamente in un costume da bagno [4].


note

[1] Cass., sent. n. 43617 del 26 novembre 2021.

[2] Cass., sent. n. 27469 del 05 giugno 2008.

[3] Trib. Cassino, n. 1057 del 18 gennaio 2021.

[4] Cass., sent. n. 45531 del 3 febbraio 2017.

Autore immagine: canva.com/

Cass. pen., sez. III, ud. 15 settembre 2021 (de. 26 novembre 2021), n. 43617

Presidente Lapalorcia – Relatore Scarcella

Ritenuto in fatto

  1. Con ordinanza 4.05.2021, il Tribunale del riesame di Brescia ha disposto la sostituzione della misura cautelare nei confronti dell’odierno ricorrente H. con quella dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria con cadenza trisettimanale, procedendo a riqualificare giuridicamente i fatti in contestazione in termini di violenza privata (art. 610 c.p.) e molestia (art. 660 c.p.), le originarie imputazioni (v. infra). In particolare, il Collegio cautelare ha così riformato l’ordinanza con cui il GIP del medesimo tribunale aveva convalidato l’arresto dell’H. e, allo stesso tempo, aveva disposto nei suoi confronti la misura degli arresti domiciliari per le originarie imputazioni, ossia il delitto previsto e punito dall’art. 56 c.p., art. 609 bis c.p., comma 1 e art. 609 ter c.p., comma 1 n. 5 (perché, con violenza e minaccia, compiva atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere due minorenni a subire atti sessuali), nonché il delitto previsto e punito dall’art. 61 n. 2 c.p., e art. 610 c.p., (perché, con violenza, costringeva il padre di una delle due minorenni ad omettere di intervenire a tutela delle stesse). 2. Avverso l’ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale, articolando un unico motivo. 2.1. Deduce il vizio di erronea applicazione della legge penale e, in particolare, degli artt. 56 c.p., e art. 609 bis c.p. (art. 606 c.p.p., co. primo, lett. b), e quello di contraddittorietà e illogicità della motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e). In sintesi, il PM ricorrente censura le argomentazioni con cui il Tribunale del riesame ha proceduto a riqualificare i fatti descritti ai capi di imputazione provvisoria in termini di violenza privata e molestie o disturbo alle persone. Nel giungere a tale conclusione, il Tribunale del riesame avrebbe errato nell’interpretare le norme incriminatrici in questione, ed avrebbe motivato in modo contraddittorio ed illogico la propria scelta. Ed invero, alla luce dell’orientamento consolidatosi in sede di legittimità, la Parte pubblica ritiene che le condotte ascritte all’H. debbano essere correttamente qualificate come tentativo di violenza sessuale, in quanto univocamente orientate al soddisfacimento del piacere sessuale dell’aggressore ed assolutamente idonee a ledere la libertà sessuale delle giovani vittime. In particolare, il discrimen esistente tra la fattispecie di violenza sessuale tentata e quella consumata è costituito dalla concreta intrusione dell’agente nella sfera sessuale della vittima, arrestandosi il fatto allo stadio di tentativo solo nel caso in cui la materialità degli atti – pur giudicati idonei ad inserirsi in una serie causale indirizzata in modo non equivoco alla commissione del reato in questione – non sia pervenuta sino al contatto fisico con il corpo della vittima (Cass. pen., Sez. III, sent. n. 38926/2018). Nell’ambito del tentativo di violenza sessuale, inoltre, la prova della specifica finalità perseguita dall’aggressore può essere desunta da elementi esterni alla condotta tipica e sussiste anche quando, pur in assenza di un contatto fisico tra imputato e vittima, la condotta assunta risulti sintomatica dell’intenzione di appagare i propri istinti sessuali (Cass. pen., Sez. III, sent. n. 45698/2001). Nel caso di specie l’odierno indagato, sebbene non sia riuscito a fermare la minore P. nè ad attingere alcuna zona erogena della minore M.G. , avrebbe ugualmente realizzato condotte idonee a ledere la libertà sessuale delle due persone offese, nonché sintomatiche della volontà di soddisfare i propri istinti sessuali. Il Procuratore ricorrente giunge a tale conclusione valorizzando una serie di circostanze di fatto desumibili dal narrato delle giovani vittime, tra cui: gli apprezzamenti e gli sguardi insistenti rivolti alle due minori, la determinazione dell’H. nel tentare di fermare la P. e, soprattutto, la coercizione fisica esercitata nei confronti della giovane G. . 3. Il Procuratore Generale, con requisitoria scritta datata 14.07.2021 – antecedente all’entrata in vigore del D.L. n. 105 del 23 luglio 2021, art. 7, comma 2, entrato in vigore in pari data – ha chiesto che il ricorso presentato dalla Procura presso il Tribunale di Brescia sia dichiarato inammissibile. Ed invero, al fine di superare positivamente il vaglio di ammissibilità, sostiene che il ricorso deve denunziare la violazione di specifiche norme di legge ovvero la manifesta illogicità della motivazione del provvedimento e non contenere, come nel caso di specie, censure riguardanti la ricostruzione dei fatti e che si risolvono in una diversa valutazione degli elementi esaminati in sede di merito. Tali conclusioni sono state confermate all’odierna udienza camerale. 4. Con una memoria – depositata a mezzo PEC dal difensore di fiducia in data 20.08.2021 -, la difesa dell’indagato ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi il ricorso del PM.

Considerato in diritto

  1. La Parte pubblica censura, essenzialmente, la riqualificazione giuridica del fatto in contestazione disposta dal Tribunale del riesame di Brescia. I fatti ascritti all’odierno imputato, come anticipato, sono stati sussunti nelle più lievi fattispecie di violenza privata e di molestie o disturbo alle persone previste dagli artt. 610 e 660 c.p.. Tuttavia, alla luce dei più recenti orientamenti emersi in sede di legittimità ed in considerazione di quanto emerso dalle dichiarazioni precise e concordanti delle due giovani vittime, risulta evidente come le condotte contestate all’H. integrino il più grave reato di tentata violenza sessuale. 2.1. Ed invero, ai fini dell’integrazione della fattispecie di violenza sessuale, la norma incriminatrice richiede che il soggetto agente costringa (attraverso violenza, minaccia o abuso di autorità) taluno a compiere o subire atti sessuali, intendendosi con tale espressione tutti quegli atti che “siano idonei a compromettere la libera determinazione della sessualità della persona e ad invadere la sua sfera sessuale”. Il concetto di violenza ricomprende al suo interno non solo le esplicazioni di energia fisica direttamente realizzate sulla persona offesa e dirette a vincere la resistenza opposta dalla stessa, ma anche qualsiasi atto o fatto cui consegua la limitazione della libertà del soggetto passivo, in tal modo costretto a subire atti sessuali contro la propria volontà. Il delitto in esame, inoltre, non necessita di una violenza tale da porre il soggetto passivo nell’impossibilità di opporre resistenza, essendo sufficiente che l’azione si compia in modo insidiosamente rapido, tanto da superare la volontà contraria della vittima. 2.2. La giurisprudenza di legittimità, inoltre, ha in più occasioni precisato come l’effettivo discrimen tra l’ipotesi di violenza sessuale consumata e quella tentata è costituito dalla concreta intrusione nella sfera sessuale della vittima, che si realizza quando l’agente raggiunge le parti intime della persona offesa, ovvero prova un contatto della vittima con le parti intime proprie. Questa Corte ha, in particolare, affermato che “il tentativo del reato di violenza sessuale è configurabile non solo nel caso in cui gli atti idonei diretti in modo non equivoco a porre in essere un abuso sessuale non si siano estrinsecati in un contatto corporeo, ma anche quando il contatto sia stato superficiale o fugace e non abbia attinto una zona erogena o considerata tale dal reo per la reazione della vittima o per altri fattori indipendenti dalla volontà dell’agente, mentre per la consumazione del reato è sufficiente che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene), essendo indifferente che il contatto corporeo sia di breve durata, che la vittima sia riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che quest’ultimo consegua la soddisfazione erotica” (Cass. pen., Sez. III, sent. n. 38926/2018; Cass. pen., Sez. III, sent. n. 17414/2016). In definitiva, il reato di tentata violenza sessuale è configurabile in tutte le ipotesi in cui la condotta violenta o minacciosa, pur essendo giudicata idonea ad inserirsi in una serie causale indirizzata in modo non equivoco alla commissione del delitto in questione, non abbia determinato un’immediata e concreta intrusione nella sfera sessuale della vittima. In tali evenienze, nonostante risulti assente il contatto dell’aggressore con la persona offesa, la prova della finalità di soddisfacimento dell’impulso sessuale ben può essere desunta da altri elementi esterni alla condotta tipica. In particolare, è sufficiente che la condotta assunta dall’imputato denoti il requisito soggettivo dell’intenzione di raggiungere l’appagamento dei propri istinti di natura sessuale e quello oggettivo di violare la libertà di autodeterminazione della vittima (Cass. pen., Sez. III, sent. n. 45698/2001). 3. Nel caso di specie, l’odierno indagato, sebbene non sia riuscito a fermare la P. , nè ad attingere alcuna zona erogena dell’altra minore, ha ugualmente realizzato delle condotte idonee a ledere la loro libertà sessuale, dettate dall’intenzione di soddisfare la propria libido sulle due giovani vittime. In particolare, l’H. , dopo aver rivolto apprezzamenti e sguardi insistenti nei confronti nelle minori, aveva tentato di afferrare invano la P. e, di seguito, aveva bloccato la minore G. , afferrandola per il braccio e trattenendola sul posto contro la sua volontà. Tale condotta deve essere valutata alla luce dell’ulteriore circostanza di aver accompagnato i predetti gesti posti in essere nei confronti delle due minori con espressioni inequivoche (del tipo: “cosa fanno qui queste belle ragazze…”) e con sguardi insistenti ed invasivi (a tal punto da essere descritti come tali da “spogliare con occhi” la minore P. , tanto da determinarla a chiedere aiuto ad una coppia che si trovava lì vicino intenta a passeggiare con una bambina piccola). Ritiene, pertanto il Collegio come una simile condotta, valutata complessivamente, travalichi in modo inequivocabile i limiti dell’invocata fattispecie contravvenzionale prevista dall’art. 660 c.p., ed integri, invece, alla luce della richiamata giurisprudenza di cui al § 2.2., il tentativo del più grave delitto di tentata violenza sessuale ex artt. 56 c.p., art. 609 bis c.p.. Pacifico, infatti, nella giurisprudenza di questa Corte è che la molestia sessuale si differenzia dall’abuso – anche nella forma tentata – in quanto prescinde da contatti fisici a sfondo sessuale e normalmente si estrinseca o con petulanti corteggiamenti non graditi o con petulanti telefonate o con espressioni volgari, nelle quali lo sfondo sessuale costituisce un motivo e non un momento della condotta (Sez. 3, n. 45957 del 26/10/2005 – dep. 19/12/2005, Rv. 233319 – 01). 3.1. Dalla lettura delle dichiarazioni delle persone offese, inoltre, appare pacifico come l’attuale prevenuto non abbia desistito volontariamente dalla propria condotta, ma sia stato interrotto dall’intervento di alcuni passanti e dalla ferma opposizione delle stesse vittime. Sulla base di queste premesse, appare evidente che le condotte oggetto del presente giudizio siano state orientate al soddisfacimento delle pulsioni sessuali dell’odierno indagato, nonché idonee e dirette in modo non equivoco a ledere la libertà sessuale delle due minori. 4. Pertanto, si impone l’annullamento dell’ordinanza impugnata, con rinvio al Tribunale di Brescia per un nuovo esame.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al tribunale di Brescia competente ai sensi dell’art. 309 c.p.p, comma 7. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n.196 del 2003, art. 52 in quanto disposto d’ufficio e/o imposto dalla Legge. Motivazione Semplificata


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