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Ristrutturazione casa coniugale: chi paga i lavori?

1 Dicembre 2021 | Autore:
Ristrutturazione casa coniugale: chi paga i lavori?

Quando la solidarietà tra i coniugi si interrompe e per l’abitazione della coppia paga solo chi ha commissionato le opere edilizie anche se non è proprietario.

Sei sposato da anni, e insieme a tua moglie, hai deciso che c’è bisogno di dare una grossa sistemazione alla vostra casa. Hai trovato una ditta e le hai affidato i lavori di ristrutturazione. L’impresa li svolge regolarmente, ma nel frattempo i vostri rapporti di coppia si sono incrinati. Perciò, quando arriva il momento di pagare, ti rifiuti di sborsare i soldi di tasca tua e inviti il titolare a rivolgersi a tua moglie. Lei però dice che devi pagare tu, anche perché sei tu che hai parlato con l’azienda ed hai commissionato l’incarico; lei non si è esposta e non ha firmato nulla, nessun contratto.

L’impresa non vuole sentire le vostre storie e pretende di essere pagata, da uno dei due o da entrambi, altrimenti vi farà causa. A questo punto sei costretto a chiederti: chi paga i lavori di ristrutturazione della casa coniugale? E la questione interessa molto, ovviamente, anche alla ditta incaricata, che vuole sapere a chi rivolgersi e magari a chi pignorare i beni.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione [1] si è occupata proprio di questo caso e ha stabilito alcuni interessanti principi. Innanzitutto non conta a chi appartenga la casa oggetto dei lavori di ristrutturazione: può essere di proprietà esclusiva della moglie, o del marito, o di entrambi, ma l’essenziale è che sia stata adibita ad abitazione familiare. Inoltre non è determinante neppure il regime di comunione dei beni della coppia. Infine, e soprattutto: secondo la Suprema Corte, il coniuge obbligato al pagamento è quello che ha commissionato i lavori. L’altro rimane estraneo all’obbligazione assunta, anche se ne ha beneficiato, perché non ha preso parte al contratto stipulato con l’impresa esecutrice dei lavori. Tutto questo è valido tranne che in un particolare caso.

Vediamo meglio e con più chiarezza come stanno le cose e dunque chi tra marito e moglie, in caso di disaccordo, paga i lavori di ristrutturazione compiuti sulla casa coniugale, che spesso sono costati parecchio. È bene sapere in anticipo a chi vanno addossate queste consistenti spese e come regolarsi quando si assumono gli impegni con le ditte appaltatrici.

La solidarietà tra i coniugi: chi può ordinare la ristrutturazione

L’art. 143 del Codice civile sancisce che con il matrimonio i coniugi acquistano gli stessi diritti e doveri reciproci l’uno verso l’altro. Tra gli obblighi figurano quello di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di collaborazione nell’interesse della famiglia e di coabitazione. Marito e moglie sono tenuti a contribuire, ciascuno con le proprie sostanze economiche e attraverso le rispettive «capacità di lavoro professionale o casalingo», ai bisogni della famiglia.

Fin qui i rapporti interni nell’ambito della coppia. Il successivo articolo 144 del Codice civile, però, subito dopo aver detto che i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le rispettive esigenze, dispone che: «A ciascuno dei coniugi spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato». Questo aspetto impatta molto sui rapporti esterni e significa, a livello pratico, che ciascuno dei due coniugi può, anche senza la presenza dell’altro, stipulare validamente i contratti necessari a realizzare l’indirizzo familiare concordato in precedenza: può compiere acquisti di prodotti o servizi, ordinare forniture di mobili e arredi, ed anche commissionare i lavori di ristrutturazione della casa coniugale.

Responsabilità dei coniugi per il pagamento dei lavori di ristrutturazione

Abbiamo visto che le obbligazioni contratte separatamente da uno solo dei coniugi, al fine di far fronte ai bisogni familiari, sono perfettamente valide: ciascuno dei due può stipulare i contratti necessari, separatamente dall’altro. Ma in concreto quanto incide questo principio sul pagamento dei lavori di ristrutturazione della casa familiare?

Secondo la giurisprudenza consolidata della Cassazione [2] l’obbligazione contratta da un coniuge per soddisfare i bisogni familiari non pone l’altro nella veste di «debitore solidale»: quindi quest’ultimo non è tenuto al pagamento insieme al primo, se non ha preso parte al contratto. Altrimenti la solidarietà tra i coniugi comporterebbe che il creditore, per ottenere il pagamento che gli spetta, potrebbe rivolgersi indifferentemente ad uno dei due (di solito si aggredisce quello economicamente più capace, ad esempio pignorando il suo stipendio, conto corrente bancario o pensione).

D’altronde il Codice civile all’art. 1372 pone una regola generale in tema di efficacia del contratto, in base alla quale «il contratto non produce effetti rispetto ai terzi, tranne che nei casi previsti dalla legge». E questa disciplina non è derogata dalle norme sul diritto di famiglia, nemmeno quando i coniugi si trovano in regime di comunione dei beni. In questo caso, però, il creditore può invocare la garanzia sui beni che fanno parte della comunione e quindi riesce a rivalersi, sia pure indirettamente, anche nei confronti del coniuge che non aveva stipulato il contratto con lui [3].

In particolare, secondo l’art. 189 del Codice civile, i beni della comunione rispondono, quando i creditori non possono soddisfarsi sui beni personali, delle obbligazioni contratte durante il matrimonio da uno dei coniugi «per il compimento di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione» compiuti senza il consenso dell’altro. La ristrutturazione immobiliare rientra, evidentemente, tra gli atti di straordinaria amministrazione. E il successivo art. 190 del Codice civile stabilisce che i creditori possono agire, in via sussidiaria, anche sui beni personali di ciascun coniuge – ma solo nella misura della metà del credito – , se quelli della comunione non sono sufficienti.

L’apparenza del diritto: il committente dei lavori risponde verso l’appaltatore

Tiriamo le fila del discorso e torniamo alla sentenza che ti abbiamo anticipato all’inizio, e che ha applicato i principi fin qui esposti. La conseguenza di tutto ciò che abbiamo detto è che la moglie non è tenuta a pagare i lavori di ristrutturazione compiuti nella casa coniugale se era stato il marito ad incaricare l’appaltatore di eseguirli: in tal caso l’impresa esecutrice può chiedere i soldi solo a lui, e non anche a lei.

Nella vicenda decisa dai giudici di piazza Cavour la moglie era la proprietaria esclusiva dell’immobile ed era anche stata presente durante il compimento della ristrutturazione, tant’è che aveva offerto anche il pranzo agli operai. Ma tutto questo non conta, perché il punto fondamentale è che l’incarico alla ditta era stato conferito dal marito, che aveva assunto la qualità di committente dei lavori e perciò è divenuto personalmente, ed esclusivamente, responsabile nei confronti della ditta appaltatrice.

La Suprema Corte ricorda che il contratto non produce effetti rispetto ai terzi tranne che nei casi previsti espressamente dalla legge, e tra essi non figura la ristrutturazione della casa familiare. Solo in casi eccezionali – si legge in sentenza – è consentito estendere la qualità di parte anche al coniuge che non ha direttamente concluso il contratto: è il fenomeno dell’«apparenza del diritto», che si verifica quando «vi siano circostanze idonee ad indurre nel ragionevole convincimento della stipulazione del contratto anche in rappresentanza dell’altro coniuge»; ma per raggiungere questo risultato non basta certo – osserva il Collegio – «la sola sussistenza del rapporto coniugale». Quello che conta, invece, per arrivare ad affermare la responsabilità anche del coniuge estraneo, è che l’appaltatore dei lavori si sia reso conto, dal complesso delle circostanze, di aver trattato con entrambi i coniugi, anche se poi uno solo ha stipulato il contratto per eseguire i lavori di ristrutturazione. In tal caso, entrambi saranno obbligati al pagamento.


note

[1] Cass. ord. n. 37612 del 30.11.2021.

[2] Cass. sent. n. 6118/1990.

[3] Cass. sent. n. 3471/2007.


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