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Accordi tra genitori sui figli: il giudice può modificarli?

2 Dicembre 2021
Accordi tra genitori sui figli: il giudice può modificarli?

Separazione e divorzio: assegno di mantenimento e visite del genitore non sono vincolanti in tribunale. 

Le condizioni della separazione o del divorzio possono essere concordate dagli ex coniugi con un accordo consensuale che va poi “convalidato” dal tribunale. Questo accordo finisce per regolare tutti gli aspetti, patrimoniali e personali, tra le parti, specie quelli relativi al mantenimento dei figli e alle visite del genitore non convivente. 

I genitori però non sono completamente liberi di adottare qualsiasi decisione essi ritengano conveniente: il giudice infatti deve fare un previo vaglio di opportunità a tutela dei minori che, non essendo presenti in causa, non hanno nessuno che ne difenda gli interessi. 

Proprio di recente, è stato chiesto alla Cassazione se il giudice può modificare gli accordi tra genitori sui figli. E la risposta, come prevedibile, è stata affermativa [1]. La questione chiaramente si estende anche alle coppie di fatto che vogliano regolare, in tribunale, l’affidamento, il mantenimento e il regime delle visite dei figli. Ma procediamo con ordine e vediamo fin dove si estende il potere dei genitori e dove invece il giudice può andare a correggere l’atto consensuale. 

Accordi consensuali di separazione e divorzio: sono vincolanti?

La giurisprudenza [2] ha già sancito il principio secondo cui gli accordi raggiunti tra i coniugi nel corso di un procedimento di separazione o di divorzio circa l’affidamento dei figli, le modalità di incontro con il genitore non affidatario e le questioni patrimoniali (nella specie, assegno per i figli) non sono vincolanti per il giudice. Lo sono invece tra le parti: pertanto, non possono essere revocati unilateralmente. Non si può cioè cambiare idea. 

Il giudice però può discostarsi da tali accordi solo se ritiene che essi non corrispondano all’interesse dei figli.

È stato anche detto [3] che, in tema di divorzio, è nullo il patto con cui il coniuge rinuncia al proprio mantenimento per il presente e per il futuro nonché al contributo per il mantenimento del figlio minorenne, dichiarandolo interamente soddisfatto dalle somme alle quali l’altro coniuge ha rinunciato. Tale nullità deriva dall’articolo 160 del Codice civile a norma del quale gli sposi non possono derogare né ai diritti né ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio. In pratica, la norma stabilisce l’indisponibilità dei diritti e dei doveri che derivano dal matrimonio, non soltanto quando questi si traducano in una lesione dei diritti del coniuge economicamente più debole ma anche e soprattutto quando possono determinare un pregiudizio per i figli minori, portatori di handicap o maggiorenni non ancora autosufficienti.

Questo, nella pratica, significa che se il giudice ritiene insufficiente l’assegno di mantenimento per i figli, nonostante sia stato concordato di comune accordo dai genitori in sede di separazione o divorzio, può ben aumentarlo. Non potrebbe invece ridurlo: il magistrato infatti è garante dei minori e non del genitore che versa l’assegno. Sicché, se questi ha inteso vincolarsi per una somma più elevata di quella che sarebbe derivata da una separazione giudiziale, il giudice non può modificare l’accordo. 

Visite ai figli: il giudice può modificarle?

Mai potrebbe un genitore esonerare l’altro dall’obbligo di far visita ai figli. Così facendo lederebbe un diritto costituzionale dei minori: quello alla “bigenitorialità” ossia a mantenere rapporti costanti e amorevoli sia con il padre che con la madre. Un accordo del genere quindi sarebbe nullo. 

Allo stesso modo – ribadisce la Cassazione [1] – il giudice può regolare il diritto di visita con il minore in modo completamente diverso rispetto agli accordi presi dai genitori. Difatti, a norma dell’articolo 337 ter del Codice civile, «il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale». Ragion per cui – argomenta la sentenza in commento – i provvedimenti relativi alla prole sono adottati dal giudice «con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa». In conformità con tale regola, lo stesso giudice può prendere atto degli accordi intervenuti tra i genitori solo «se non contrari agli interessi dei figli». 

Tanto per fare un esempio, se negli accordi tra padre e madre non dovesse essere previsto, di tanto in tanto, il pernottamento del figlio in casa del genitore non convivente, il giudice potrebbe inserire tale previsione nell’ottica di creare tra i due un legame più solido. E viceversa, il magistrato potrebbe escludere tale pernottamento se il figlio è ancora troppo piccolo. 

Pertanto, avendo riguardo all’interesse della prole e alla conseguente facoltà del giudice di discostarsi dalla volontà dei genitori con riguardo agli accordi tra questi intercorsi, non è illegittimo il provvedimento che disattenda le concordi conclusioni rassegnate dal padre e dalla madre del minore, quando le stesse prevedano soluzioni, quanto alle frequentazioni del figlio, che risultino non rispettose delle esigenze di quest’ultimo. 


note

[1] Cass. ord. n. 37790/21 dell’1.12.2021.

[2] Trib. Napoli sent. del 16/12/1999

[3] C. App. Roma sent. n. 5531/2020.

Autore immagine: depositphotos.com


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